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La lealtà di un ministro

di

Gianfranco Helbling
Non c’è mai stato molto feeling fra il consigliere federale socialista Moritz Leuenberger e una parte (a volte maggioritaria) della sinistra svizzera. Ritrovatosi a coabitare in governo con una collega di partito, Ruth Dreifuss, che negli ultimi anni del suo mandato letteralmente volava sulle ali della popolarità sia all’interno del Partito socialista che fuori da esso, Leuenberger ha oltretutto dovuto in passato difendere davanti al parlamento e al popolo progetti di privatizzazione e liberalizzazione in settori estremamente sensibili di sua competenza (energia, poste, telecomunicazioni), progetti imposti dalla maggioranza di centrodestra in nome dell’ideologia neoliberale ma fortemente avversati dalla sinistra e dal mondo sindacale. Lo si rimprovera anche di non aver più il mordente necessario nella difesa dei suoi dossier e di non voler più rilanciare progetti innovativi, come quello delle energie rinnovabili. D’altra parte, se riesce a far digerire al governo qualche sua proposta, spesso viene poi bocciata dal parlamento: si è facili profeti nel prevedere che analoga sorte potrebbe toccare alla tassa sul Co2. In realtà Leuenberger ha un alto senso dello Stato e della funzione che esercita in Consiglio federale. Così ha sempre interpretato con estrema lealtà il principio di collegialità che regge le sorti del nostro governo. Troppa lealtà, ribatte chi lo critica da sinistra: ad esempio su dossier centrali per la salvaguardia del servizio pubblico (primo fra tutti la Legge sul mercato dell’energia elettrica, affossata dal popolo dopo il referendum sindacale) lui sarebbe stato più papista del papa. Ma forse Leuenberger, proprio in quanto rappresentante di un Partito socialista che ha deciso di essere in governo, non ha altra scelta: in quest’ottica, se la Svizzera esiste nella misura in cui sa salvaguardare le minoranze e dunque gli interessi dei più deboli, è soltanto un Consiglio federale di ampia coalizione lealmente collegiale che la può governare. Qualsiasi altro modo d’intendere il governo, dunque più decisionista e autoritario e meno capace d’integrare i diversi interessi, contraddirebbe l’idea stessa di Svizzera e porterebbe a forme più o meno evidenti di prevaricazione da parte della maggioranza o dei più forti. Tutt’altro sarebbe il discorso se i socialisti decidessero di lasciare il governo: ma fin che ci rimangono null’altro nella sostanza possono aspettarsi da Leuenberger. Questo del resto è quanto dice la vicenda Swisscom. In essa Leuenberger si sta profilando come l’unico autorevole baluardo in governo nei confronti di un sempre più arrogante Christoph Blocher, che con il suo modo di agire scriteriato mira sia a smantellare il servizio pubblico nel campo della telefonia, sia ad affossare l’idea di una Svizzera malgrado tutto ancora capace di integrare i più diversi interessi e di tutelare almeno in parte i meno favoriti. Chissà che l’anno di presidenza non serva a Leuenberger per spiegare questa sua semplice verità. E forse per farsi amare un po’ di più anche da qualche compagno.

Pubblicato

Venerdì 9 Dicembre 2005

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