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La guerra turca nel nord iracheno, senza testimoni

Il ticinese Tobia Schebli, insieme a una delegazione internazionale, avrebbe dovuto visitare le zone del conflitto. Ma gli è stato impedito. La sua testimonianza

di

Francesco Bonsaver

Da un paio di mesi sono in corso operazioni di guerra di cui la stampa mainstream riferisce rarissimamente. È una delle tante guerre dimenticate, ma di cui è doveroso parlarne alle nostre latitudini, non fosse che per l’importante presenza della comunità curda costretta all’esilio svizzero.

 

Dal 23 aprile, l’esercito turco (considerata la seconda potenza militare dell’alleanza Nato), sta conducendo un’offensiva militare al di fuori dei propri confini, per la precisione nel nord Iraq, abitato in gran maggioranza da popolazione curda e altre minoranze, quella ezida in particolare. Ufficialmente, l’offensiva militare terrestre e aerea voluta dal presidente turco Recep Erdoğan è rivolta «contro i militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk)», organizzazione considerata terrorista in Turchia (non in Svizzera), «che mantiene basi nel nord dell’Iraq e utilizza il territorio per pianificare attacchi contro la Turchia».

 

Come in ogni guerra, a fare le spese dei pesanti bombardamenti aerei di villaggi e città è la popolazione civile. Lo scorso 5 giugno ad esempio, un drone militare turco ha bombardato il campo profughi di Makhmur (nord Iraq) in cui vivono 13.000 rifugiati curdi espulsi dalla Turchia negli anni ’90 e la cui gestione è affidata all’Unhcr. Il bombardamento ha ucciso tre persone e ferito due profughi, stando a fonti del luogo. Il campo è stato recentemente visitato dal disegnatore Zero Calcare, che ne ha riferito su L'Espresso. 

 

Per rompere il silenzio contro la guerra nascosta, una delegazione europea composta da 150 persone, tra cui il senatore francese Pierre Laurent (PCF) e Rémy Pagani, deputato al Gran Consiglio ginevrino ed ex sindaco della città, si sono recati nella regione del conflitto dal 7 al 12 giugno. Scopo della missione, visitare i villaggi colpiti dall’operazione militare turca e raccogliere le testimonianze di quanto stia accadendo per informare l’opinione pubblica e le istituzioni politiche. 

 

Tra loro vi era anche Tobia Schnebli, ex consigliere comunale ginevrino d’origine ticinese. Al suo arrivo a Erbil (capitale della Regione autonoma del Kurdistan), Schnebli è stato detenuto dalla polizia locale insieme ad una ventina di delegati. Dopo una notte in detenzione, il ticinese e compagni di sventura sono stati rimpatriati via area il giorno seguente.

 

«Evidentemente il governo regionale del Kurdistan iracheno non gradisce le testimonianze internazionali della sporca guerra condotta dall’esercito turco contro i curdi nel territorio da lui controllato» commenta Schnebli. «Anche i delegati che erano riusciti a uscire dall’aeroporto, sono rimasti confinati nell’albergo di Erbil in cui alloggiavano, circondato dalle forze di polizia del governo locale».

 

Schnebli ha una spiegazione logica del perché il governo del Kurdistan iracheno guidato dal partito Pdk di Netchirvan Barzani, assecondi le richieste di Erdogan. «Circa l’8% del petrolio iracheno è estratto nella regione controllata dal Pdk. Le compagnie petrolifere internazionali lo esportano attraverso la Turchia. Quest’ultima, sotto la guida di Erdogan, sta conducendo una campagna di espansione militare nei territori dell’ex impero ottomano, in parte finanziata coi fondi europei versati affinché blocchi l’afflusso dei rifugiati nel continente. Il paradosso è che centinaia di migliaia di rifugiati sono costretti a scappare dalle loro terre per via della guerra scatenata dalla Turchia contro il popolo curdo all'interno dei propri confini, in Siria e oggi anche in Iraq. La Svizzera non può chiamarsi fuori, perché da tempo rifornisce l’esercito turco di armi e velivoli» commenta Schnebli. Petrolio, interessi economici, guerra e la disperazione dei rifugiati in fuga. La storia che si ripete nell’ipocrisia internazionale.

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Giovedì 17 Giugno 2021

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