Con il cappello in mano di fronte ai vincitori, il Cavaliere di Arcore “non belligerante” ma schierato inequivocabilmente al fianco della superpotenza americana è pronto a partire per l’Iraq liberato dal nemico. Prima ancora della fine della guerra, combattuta e alla fine vinta anche grazie all’utilizzo da parte degli Usa delle basi aeree strategiche in Italia, il governo della Casa delle libertà manda a dire a Washington e a Londra di essere pronto a collaborare al dopoguerra e alla ricostruzione di quel che i suoi soci hanno distrutto. Aiuti umanitari in una mano e secchiello nell’altra, perché non si sa mai, un po’ di petrolio strappato alle rapaci mani dei suoi legittimi proprietari potrebbe anche finire nelle raffinerie italiane. La guerra si sta vincendo, inutile continuare a indossare la maschera della non belligeranza. Tantopiù che una parte consistente dell’opposizione politica, quella che vivacchia all’ombra di un Ulivo rinsecchito, ha già cambiato la sua parola d’ordine, che non è più “Fermare la guerra” ma “interromperla”, per consentire alle crocerossine di entrare negli ospedali, mettere qualche cerotto e quindi tornarsene da dov’erano venute per consentire agli invasori di condurre in porto la missione, cioè liberare l’Iraq e insegnare al suo popolo la democrazia. Non sono più due ma tre le Italie che si confrontano con la guerra criminale di Bush e Blair. La prima è l’Italia di chi “non possiamo non dirci americani”, capitanata da Berlusconi e dalle forze che ne sostengono il governo. La seconda è quella costituita dal corpaccione del Centrosinistra, la Margherita di Rutelli e la maggioranza dei Ds di Fassino e D’Alema, sempre più imbarazzati nel rispondere a chi li accusa di essere pacifisti quando sono all’opposizione come adesso e guerrafondai quando erano al governo, ai tempi del Kosovo in cui la guerra non era ancora “permanente” ma semplicemente umanitaria. Al voto parlamentare l’opposizione politica si è spaccata in tre spezzoni regalando a Berlusconi e al suo governo il sogno dell’immortalità: Rifondazione comunista, Verdi e Pdci contro la guerra senza se e senza ma, il grosso dell’Ulivo (con la sinistra diessina che ha subìto il diktat di Fassino o è uscita dall’aula) contro la guerra con molti se e molti ma, Mastella e i socialisti di Borselli con la guerra con i se e con i ma. Poi c’è la terza Italia, quella che ha dalla sua il 70-80% (dipende dai sondaggisti) della popolazione, quella che ha realizzato il più straordinario restyling urbano dipingendo dalla capitale all’ultimo paesino con i colori dell’arcobaleno. E’ l’Italia pacifista che ha fermato i treni militari e i bloccato porti del Tirreno da cui dovevano partire i carichi di morte per l’Iraq, è l’Italia delle parrocchie e delle campane che suonano a morto, è l’Italia che boicotta la Esso, i McDonald’s e la Coca Cola, che non lascia passare giorno senza esprimere solidarietà alle popolazioni bombardate e ostilità nei confronti del governo, che non ha ospitalità nelle trasmissioni Rai e Mediaset occupate da generali ed esperti di strategia bellica, che è decisamente sottorappresentata in Parlamento, che per farsi vedere fa sventolare dai balconi le bandiere della pace e per farsi ascoltare riempie strade e piazze. E l’Italia multietnica fatta di popolo di sinistra, di cattolici, di donne e uomini “semplicemente” pacifisti, di immigrati con e senza visto di soggiorno. E’ l’Italia dell’associazionismo e del volontariato, dell’Arci e delle Acli, di Emergency e Pax Christi, di Legambiente e dei mille nodi della Rete Lilliput. E’ l’Italia dei lavoratori organizzata dalla Cgil e dai sindacati di base che ha capito fino in fondo il legame profondo tra la guerra e la cancellazione dei diritti, due facce della stessa medaglia liberista. La terza Italia, la sezione più vivace della seconda superpotenza mondiale, scenderà di nuovo in piazza questo sabato a Roma per la prima grande manifestazione nazionale dopo l’inizio della guerra, la prima dopo quella preventiva del 15 febbraio che ha portato a Roma tre milioni di pacifisti. Il neonato consiglio di amministrazione della Rai guidato da Lucia Annunziata ha fatto sapere che la diretta televisiva sarebbe esclusa, salvo ripensamenti, perché non si può dare in diretta un appuntamento “politico”. Se gli americani ammazzano deliberatamente i testimoni che pretendono di raccontare i crimini di guerra mediante uso di armi di distruzione di massa – dalle cluster bombs all’uranio impoverito – la Rai può ben oscurare il pensiero degli italiani, al massimo concedendo qualche finestrella informativa tra una trasmissione sportiva e l’altra. Del Grande Fratello di Berlusconi, neanche a parlarne. Ma a volte le cose non vanno come dovrebbero, e non è escluso che la pressione democratica – più attiva di quella politica – riesca a suggerire all’Annunziata un diverso comportamento. “Fermate la guerra” è la parola d’ordine dei cortei di sabato che paralizzeranno la capitale. In molti si chiedono se le anime sensibili alle presunte mediazioni del laburista Tony Blair avranno la faccia tosta di farsi vedere in piazza a Roma, o se avranno il buon gusto di saltare un giro.

Pubblicato il 

11.04.03

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