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L'editoriale

La giustizia si assuma le sue colpe

di

Francesco Bonsaver

Pietro Mirabelli è morto mentre lavorava allo scavo di Sigirino di Alptransit. Era la notte del 22 settembre del 2010 quando un masso di quattro quintali lo ha sepolto nella montagna. Aveva 54 anni e quella tragica notte ha lasciato la moglie, i tre figli, tanti amici e compagni di lotte con un gran senso di vuoto incolmabile. Minatore da trent’anni, aveva spiegato ai suoi cari di aver deciso di «andar via da questa Italia senza dignità». Mirabelli aveva trascorso oltre dieci anni sul fronte di scavo della costruzione dei tunnel dei Treni ad Alta Velocità che passano sotto il Mugello e collegano Bologna e Firenze, dove era stato protagonista di diverse lotte per i diritti dei lavoratori e per la sicurezza sui posti di lavoro. Tragico destino beffardo, la sua morte in Svizzera resterà insoluta. I poliziotti recatisi sul posto, coordinati con il procuratore pubblico di picchetto Zaccaria Akbas, non hanno ritenuto necessario fare alcun rilievo sul luogo del dramma, nemmeno quelli di norma riservati agli incidenti stradali senza vittime.

 

Nessun sequestro del cantiere è stato ordinato. Nemmeno la scatola nera del Jumbo, la macchina che stava perforando nel tragico momento, è stata sequestrata. La prima foto risale a quindici giorni dopo, in una scena ricostruita.


Tempo un anno, il procuratore Akbas emette un decreto d’abbandono, confermando la tesi iniziale che l’unico responsabile della morte del minatore fosse la sua imperizia. Proprio lui, che della sicurezza aveva fatto la sua battaglia. Increduli, i familiari, i suoi amici, i tecnici italiani di Medicina democratica, uniti nella caparbietà col legale ticinese, l’avvocato Sciuchetti, e il sostegno del sindacato Unia sono riusciti a imporre la riapertura del caso. La Corte dei reclami ha infatti accettato il ricorso, intimando alla Procura nuove indagini. Va dato atto al Procuratore generale John Noseda di essersi avocato la nuova inchiesta, la cui conclusione ha portato al processo di agosto dove figuravano imputati il jumbista, il capo sciolta e il responsabile della sicurezza del cantiere. Un processo a sette anni di distanza dalla morte di Mirabelli, giusto un mese prima dalla prescrizione, fondato in gran parte su una perizia elaborata senza i rilievi della prima ora. Mentre scriviamo, la sentenza del giudice Mauro Ermani non è stata resa nota, data comunque per certa prima della prescrizione del 22 settembre. «La polizia ha dato il peggio di sé!» ha tuonato il giudice in aula.

 

Le insanabili lacune della prima inchiesta difficilmente consentiranno di far emergere la verità. Si sarebbe potuto, si sarebbe dovuto, stabilire con la migliore precisione possibile la dinamica in cui una persona ha perso la vita sul posto di lavoro. La verità deve essere accertata affinché altre morti bianche non si ripetano. La superficialità non deve trovare spazio in questi frangenti. Chi in polizia e nella Procura ha sbagliato, ne sia almeno cosciente e si comporti di conseguenza nel futuro. Sarebbe un atto, minimo, di giustizia. Anche nei confronti della memoria di Mirabelli.

Pubblicato

Giovedì 31 Agosto 2017

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