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La giornata con poca memoria

di

Tiziana Filippi
Tra qualche giorno, il 21 marzo, sarà celebrata per la seconda volta la giornata cantonale ticinese della memoria. È stata istituita dal Governo e dal Parlamento ticinese per ricordare, secondo la definizione stabilita dalla Convenzione delle Nazioni Unite nel 1948, tutti i genocidi, tutti i crimini contro l'umanità, le vittime di tutte le guerre, i popoli oppressi e discriminati. Una giornata della memoria contro ogni forma di persecuzione, di discriminazione e di razzismo – si è detto – nella convinzione che tenendo viva la memoria collettiva si possa impedire il ripetersi di certe atrocità. Una giornata che quest'anno ha trovato una sua collocazione anche nell'ambito della mostra e del ciclo d'incontri dal titolo "La Svizzera e la persecuzione degli ebrei in Italia 1938-1945", e che il 21 marzo, appunto, sarà celebrata nella sala del Consiglio comunale di Bellinzona, con interventi di alcune personalità politiche ticinesi: proprio a Bellinzona, che per l'occorrenza è stata chiamata città della memoria, perché tra il 1943 e il 1945 è stato il primo centro d'accoglienza dei profughi che fuggivano dall'Italia. Leggo che molti rifugiati pensano ancora oggi a Bellinzona con commozione.
Chissà – mi sono chiesta – che sentimenti avranno provato nei confronti della città di Chiasso quegli esuli sudanesi che, nel gennaio dell'anno scorso, ammanettati e caricati su degli autobus, erano stati riportati a forza a Milano. Ve li ricordate?
I sudanesi non erano ebrei obietterà subito qualcuno, intendendo dove voglio andare a parare. Ma la memoria non ci serve forse soprattutto per riuscire a riconoscere il passato nelle forme nuove e diverse in cui rinasce e rivive nel nostro presente ?
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Il gruppo di sudanesi, 62 uomini tra i 20 e i 30 anni, era entrato in Svizzera illegalmente, subito dopo la mezzanotte di martedì 10 gennaio 2006. Erano originari della regione del Darfur ed avevano un regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari in Italia. Lì nella vicina Italia da mesi ci vivevano, ma sarebbe più corretto dire che ci sopravvivevano, senza soldi, senza un tetto, senza sapere dove andare. A metà novembre del 2005, insieme con un altro centinaio di profughi originari d'altri paesi africani, avevano occupato abusivamente una palazzina in Via Lecco. Ne erano stati sgomberati il 27 dicembre, e avevano passato due notti accampati nientemeno che in piazza Duomo. Convinti che entro il 10 gennaio sarebbe stata trovata un'altra soluzione, avevano accettato di trovare "accoglienza" in alcuni alloggi allestiti dal comune di Milano, chiusi però alla stampa: in alcuni containers, nei sottoscala e nei seminterrati di alcune case.
«Non vogliamo elemosina né case, vogliamo un centro attrezzato per i rifugiati – avevano detto – se la legge italiana dice che accoglie i rifugiati, che ci sia un luogo per i rifugiati!».
Il gruppo dei sudanesi era stato il più fortunato perché erano stati alloggiati nel dormitorio di Viale Ortles. Come spesso succede a chi si trova in stato di prostrazione, sono quelli che stanno meglio che trovano la forza di passare all'azione: così i sudanesi si erano messi in cammino, decisi a raggiungere la sede dell'Onu a Ginevra, per denunciare il trattamento che il comune di Milano aveva riservato loro e l'urgenza umanitaria in Italia. Ho tenuto una fotografia del gruppo dei sudanesi che avanzano insieme per una strada lussuosa di Milano: credo dia bene l'idea dello spirito con il quale erano partiti. Alcuni sorridono, sembrano determinati. Sono tutti imbacuccati alla bell'e meglio per il freddo, alcuni hanno sulle spalle delle coperte per proteggersi. Hanno con sé dei sacchetti di plastica che contengono le poche cose che possiedono, eppure hanno un aspetto regale in quel loro camminare. Ecco la martoriata ma fiera Africa che è venuta a chiedere conto all'Europa, la terra dei diritti.
Ma, appena oltrepassata la frontiera, subito sono stati "intercettati" e fermati. Già il giorno stesso del loro arrivo, vengono fatte partire le procedure di riammissione in Italia. È vero, passa una settimana prima che vengano riportati in Italia: alcuni di loro iniziano uno sciopero della fame, parecchi di loro si trovano in precarie condizioni di salute, e devono essere soccorsi, viene organizzato un incontro con un rappresentante dell'Onu, e via dicendo. Fondamentalmente però il loro viaggio è già finito il giorno in cui hanno messo piede in terra elvetica, la terra alla quale debbono aver pensato come terra d'asilo. Dev'essere che sperassero che quel palazzo a Ginevra fosse il luogo giusto a cui rivolgersi per far rispettare la propria dignità di uomini. Fieri ma ingenui uomini africani! Fanon lo aveva scritto nei Dannati della terra: l'Europa non ha mai smesso di parlare dell'uomo, ha sempre proclamato di essere preoccupata dell'uomo, ma la sua storia è un susseguirsi di negazioni dell'uomo.
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Proprio mentre gli africani espulsi da Via Lecco erano accampati in Piazza Duomo, nella notte tra il 29 dicembre e il 30 dicembre, la polizia egiziana aveva posto fine alla protesta di migliaia di profughi sudanesi che, da settembre, avevano occupato al Cairo un giardino situato davanti all'ufficio locale dell'Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati. Protestavano, donne, uomini, vecchi e bambini, pacificamente, contro l'ufficio locale dell'Unhcr, che aveva interrotto le udienze per le richieste d'asilo, dopo l'accordo di pace di un anno prima che, dicevano loro, aveva messo fine alla guerra civile in Sudan. Con un assalto in piena regola, le forze di sicurezza egiziane prima avevano bombardato i dimostranti, poi li avevano picchiati a bastonate, indifferentemente: malati, vecchi, bambini. C'erano stati 26 morti, tra i quali 7 bambini, e decine di feriti. Al Cairo i sudanesi avevano cominciato ad arrivare dalla metà degli anni novanta, in fuga da un paese distrutto dalla guerra. Era al Cairo che si poteva riuscire ad ottenere la yellow card dell'Unhcr, una specie di carta di identità riservata ai richiedenti d'asilo, e sperare di poter entrare a far parte dei programmi d'accoglienza dei rifugiati. Non tutti però ci riuscivano, dopo i 30 giorni di validità del visto turistico, la maggioranza di loro diventavano dei clandestini.
Per la verità io non so quali siano state le tappe del viaggio dei 62 sudanesi prima del loro arrivo in Italia, ma mi sono fatta l'idea che fossero passati proprio dal Cairo, e che proprio in quella città fossero stati favoriti dalla fortuna: vi avevano ottenuto l'etichetta di rifugiati ed erano scampati al limbo della clandestinità nel quale gli esseri umani contano meno di niente. Mi sono anche convinta che i 62 sudanesi sapessero della repressione che c'era stata al Cairo quando si sono messi in cammino per raggiungere Ginevra. Questo spiegherebbe in parte il loro non sentire ragioni, la loro ostinazione. Si sentivano, credo, responsabili non solo verso la loro propria dignità di uomini, ma anche responsabili verso quei morti. Che senso avevano quei morti se poi una volta arrivati sul suolo europeo i diritti umani, tanto sbandierati, non trovavano modo di essere rispettati nei confronti dell'umanità africana?
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Meglio allora – come hanno detto – tornarsene a morire in Sudan. Meglio rimanere in Africa a far parte di quella marea di migliaia e migliaia di uomini e donne, che vagano da un posto all'altro scacciati dalle loro case o costretti a porsi in salvo per la miseria o per le minacce, fuggendo oltre i confini dei loro paesi. Esseri umani ai quali non è riconosciuta umanità, dei quali ci si può disfare abbandonandoli nel deserto, come succede ai migranti subsahariani in Marocco. D'altra parte nessuno li cercherà, né da vivi né da morti: sono clandestini, non esistono.
Rifugiati, sfollati, richiedenti l'asilo, migranti economici, sans papiers sono i rifiuti della moderna, libera e imperiale economia contemporanea. Vite di scarto le ha chiamate Bauman. La globalizzazione è, a suo avviso, la più prolifica linea di produzione di rifiuti umani, d'esseri di scarto: mette in moto enormi quantità, sempre crescenti, d'esseri umani privandoli dei loro modi e mezzi finora sufficienti di sopravvivenza, sia biologici sia socio culturali, facendo al suo passaggio tabula rasa di qualsivoglia forma di vita alternativa a quella della società dei consumi.
Qualunque siano le cause e qualunque siano i termini in cui se ne possa parlare, rimane il fatto che c'è una parte di umanità che si ritrova a vivere in una condizione di migrazione permanente, in uno spazio d'esistenza fuori dalla legge, non solo fuori dalla legge di uno o di un altro paese, ma fuori da ogni legge umana. C'è una parte di umanità alla quale non rimane altro che la propria nuda vita: soltanto la propria nuda vita che può continuare a esistere solo o come un corpo da nutrire, quando arrivano gli aiuti umanitari, o da controllare o da detenere, ma che è anche uccidibile com'è successo al Cairo, impunemente.
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L'Europa, per gestire queste vite di scarto, ha indossato i panni della cittadella assediata ed ha inventato, nel corso degli anni novanta, politiche sempre più restrittive nei confronti di migranti e profughi: militarizzazione dei confini, campi di internamento in Europa e fuori dall'Europa, e per finire politiche di outsourcing del problema dell'emigrazione grazie al sostegno finanziario dato ai regimi che garantiscono una specie di frontiera sbarrata fuori dal suolo europeo.
Noi svizzeri, che con uno zelo da entomologi ci siamo messi a tavolino a disquisire su come classificare e distinguere i falsi dai veri rifugiati, ci siamo fatti seguaci di Blocher e dei suoi ideologi, per l'occasione corifei dell'Europa, e, il settembre scorso, abbiamo acconsentito a delle leggi che, per la loro legittimazione, hanno trovato terreno fertile anche proprio nella povertà della nostra memoria.
Abbiamo dimenticato che proprio la Shoah aveva fatto esplodere uno degli aspetti più paradossali degli ordinamenti giuridico-politici moderni e cioè che, nell'Europa delle nazioni, i diritti umani erano riconosciuti soltanto a coloro che erano cittadini di uno Stato. I soggetti che non erano membri di uno Stato, gli apolidi – come molti ebrei – erano "soltanto" uomini, ma non cittadini, quindi privi di diritti e dunque indifesi. Come ha sottolineato Hannah Arendt «i diritti erano stati definiti inalienabili perché si presumeva che fossero indipendenti dai governi: ma ora si scoprì che, appena gli individui perdevano la protezione del loro governo (…) non trovavano nessuna autorità disposta a garantirlo». «I superstiti dei campi di sterminio, gli internati dei campi di concentramento e gli apolidi, hanno potuto rendersi conto (…) che l'astratta nudità dell'essere nient'altro-che-uomo era il loro massimo pericolo».
Le convenzioni e le dichiarazioni internazionali che furono elaborate alla fine della guerra, e che avevano anche influenzato per alcuni decenni alcune legislazioni europee, erano proprio tese a riaffermare i diritti umani universali svincolati dalla cittadinanza nazionale delle persone (si pensi per esempio alla Costituzione della Repubblica federale Tedesca che aveva previsto un ampio diritto d'asilo, abrogato poi nel '93). Chi legge la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948 può vedere quanto sia stata determinante per la sua stesura l'esperienza degli ebrei sotto il nazismo per quanto riguarda il diritto di migrare che vi è ampiamente contemplato. È dal "mai più una Shoah" che si è fatta strada l'idea che agli uomini i diritti vanno riconosciuti non perché hanno un documento di identità, ma in virtù del loro semplice essere uomo .
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Ma questi tempi per la memoria, benché molto celebrata, sono tempi cupi.
Il martedì 17 gennaio 2006, verso le 5 del mattino, un centinaio d'uomini fra poliziotti e guardie di confine, con la forza, hanno poi allontanato dal suolo elvetico i profughi sudanesi e li hanno consegnati alla Questura di Milano. Uno spettacolo eccellente per dare ai cittadini chiare, anche se sui generis, indicazioni di voto per il referendum che sarebbe stato posto in consultazione qualche mese dopo.
Il giorno stesso in cui la stampa riportava la notizia dell'entrata illegale in Ticino del gruppo di sudanesi, sui giornali ci si è rallegrati pubblicamente per il successo ottenuto da un'associazione umanitaria attiva nel Mendrisiotto nella raccolta di panettoni e di pandori, non consumati durante le feste, da donare in Kossovo. Anche di questo ho tenuto una foto: si vedono dei ragazzini contenti, tutti intenti a guardare i panettoni e i pandori. In cima alla montagna di confezioni, in bella mostra, si vede anche una confezione di savoiardi Vincenzovo.
Panettoni e pandori, insieme con altre merci, caricati su un camion, hanno oltrepassato la frontiera italo-svizzera (legalmente suppongo) diretti a Ferizaj, vicino Pristina, circa 24 ore dopo l'espulsione forzata dei sudanesi.
Fine della storia. Possiamo dedicarci a celebrare le giornate della memoria.

Pubblicato

Venerdì 16 Marzo 2007

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