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La forza militante della parola

di

Maria Pirisi
«Sono un raccontastorie, uno scrittore che narra ciò che vede, ciò che ha vissuto, di quel poco che gli è dato di conoscere, nel bene e nel male». Luis Sepúlveda ci tiene a sgombrare la sua esperienza da qualsiasi connotazione retorica. Famoso in tutto il mondo, lo scrittore esule cileno non è giunto al Teatro Paravento, sabato scorso, per discettare sulle sue produzioni letterarie. Era lì come testimone di un’esperienza di democrazia, quella dei mille giorni del governo di Salvador Allende, stroncata l’11 settembre 1973 dal golpe militare del generale Pinochet. Lo abbiamo incontriamo nel foyer del Teatro, poco prima dell’inizio della serata. La nostra è l’ennesima intervista di quei giorni . Frammiste al fumo di una sigaretta, le sue parole si stagliano forti in quella lingua che lui stesso ha definito «la mia patria»: lo spagnolo. A trent’anni di distanza dal golpe cileno lei è chiamato un po’ in tutto il mondo a testimoniare un’esperienza di democrazia soffocata dalla dittatura. Nel 1998, apre un suo articolo citando Neruda: «Nosotros los de entonces, ya no somos los mismos» («Noi quelli di allora non siamo più gli stessi»). Vi è un profondo dolore in quella frase di un’età che ha conosciuto la bruttura e gli orrori della dittatura… Che metamorfosi ha subito quel dolore negli anni? È un dolore che persiste come una grande frustrazione. Brucia l’aver visto quella singolare esperienza di democrazia, interrotta bruscamente e brutalmente, e non essere riusciti ad arrivare fin dove volevamo arrivare. Ma è un dolore che non si è mai trasformato in un trauma, piuttosto è diventato elemento pulsante di quella sfida creativa che è l’imparare, giorno per giorno, a continuare a vivere con i nostri “desaparecidos”, con le persone che ci sono venute a mancare, con gli anni che ci hanno rubato incarcerandoci. Da trent’anni convivo con un dolore che non è determinante per ciò che faccio come scrittore ma lo è per il mio agire di cittadino, di uomo impegnato nel costruire una società migliore, più giusta, più equa e con un senso della giustizia sociale più generoso. Certo è chiaro che “noi quelli di allora non siamo più gli stessi”: il mondo non è più lo stesso, molte cose sono successe e molte sono cambiate. E la mia generazione porta il riflesso di quei cambiamenti. Ma il riscatto è in ciò che resta: l’enorme soddisfazione e felicità di essere stato protagonista di un capitolo molto bello della storia cilena, di essere stato co-responsabile di un modello di trasformazione di una società che non fallì per i suoi errori ma che è stato forzatamente interrotto da un golpe militare. Un modello che sembrava destinato a diventare la grande speranza a cui tutta l’America Latina avrebbe guardato. Quel dolore dunque non è cieco, è fecondo e alimenta il nostro impegno a portare avanti ciò che abbiamo cominciato in quei gloriosi mille giorni del governo Allende. Che cosa rappresenta il Cile per lei oggi? Ho del paese un’immagine bifronte. Da una parte vi è il ricordo che conservo nella memoria, quella di un paese speciale, fraterno e dall’altra c’è il Cile di oggi dove non mi sento a mio agio, dove gli stessi governanti provano disagio di fronte a me perché ricordo loro che in Cile non c’è democrazia. Perché testimonio che non può esistere una democrazia laddove la “Magna Carta” è stata stilata da un dittatore e dove più del 60 per cento della popolazione non ha alcuna chance di partecipare al grande “gioco” democratico. Alle ultime elezioni neanche il 40 per cento della gente ha votato e questo perché i più non si sentono né rappresentati né sicuri in un modello di governo fraudolento, che non permette alcuno spazio all’opposizione. La democrazia cilena è una farsa grottesca in cui i presidenti del dopo-Pinochet hanno perpetrato in modo occulto la dittatura, dove convivono col potere socialisti riciclati e dove i pochi che hanno avuto il coraggio di opporsi sono stati allontanati con la violenza. Il Cile che vedo è il paese che ha subito una profonda retrocessione, dove la dittatura ha significato la sua completa rovina non solo economica ma anche morale, spirituale, culturale. È il paese della non-speranza, che ha la più alta percentuale di suicidi di tutta l’America latina, dove la depressione è un male endemico, dove tutto è stato privatizzato e dove per la maggior parte delle persone servizi e diritti basilari come la sanità e l’istruzione sono inaccessibili. Di fronte a tutto questo sfacelo, il mio rapporto col Cile è molto difficile, contraddittorio e al contempo passionale. Ed è proprio la forza della passione che mi spinge a dedicare la maggior parte delle mie energie a che le cose cambino in quel paese. Dopo aver vissuto tra Amburgo e Parigi, ora risiede in Spagna, nelle Asturie, a Gijon. Lo scrittore Miguel de Unamuno definì la Spagna «fea, católica y sentimental» («brutta, cattolica e sentimentale»), a sottolinearne i suoi paradossi intrinsechi. Lei come vede la Spagna di Aznar oggi? Credo che una parte della Spagna continui a mantenere questa connotazione retriva. Ma vi sono regioni come le Asturie, duramente punite dalla dittatura, dove la cultura della resistenza è parte integrante del suo tessuto sociale e politico e dove la speranza nel cambiamento persiste come una bandiera della lotta politica. Non è un caso, infatti, che sia anche l’unica regione spagnola dove la maggior parte delle città sono governate dalla sinistra. E fatto fondamentale, gli asturiani hanno da sempre capito l’importanza della cultura come dibattito politico. A Gijon, dove vivo, vi è un fortissimo fermento; la città è un polo culturale dove nascono proposte di un’intensità e novità al limite del delirante. Ebbene, questo ribollire culturale e politico si trova nella Spagna di Aznar, che non è molto diversa dall’Italia di Berlusconi, dove ormai la stampa e le televisioni tutte s’inchinano e servono gli interessi dei loro padroni. A Gijon, in controtendenza all’informazione egemonizzante e unilaterale della destra, noi abbiamo dato vita alla prima “Facoltà della controinformazione”, ossia un’iniziativa che si rivolge ai giovani che si affacciano al mondo dell’informazione e ai quali vogliamo insegnare qualcosa che non s’insegna nelle altre università: il rigor etico. «Credo nella forza militante della parola» ha detto. Crede dunque che la forza militante della parola possa incarnare la resistenza di fronte alle deformazioni aberranti della storia? Certo. Credo nella forza ribelle della parola, quella parola che quando abita il romanzo dà alla letteratura valore sovversivo. Io sono tra coloro che mettono la parola al servizio di una causa. Sono inoltre fermamente convinto che il linguaggio dev’essere “nudo”, deve chiamare le cose col loro nome e mai piegarsi agli eufemismi. Questo è il principio della parola che alimenta il cambiamento. Autore di numerosi romanzi e scrittore politico: sono due sfere intercomunicanti o vi è una cesura fra esse? Sono due sfere che coesistono. Una riflessione sull’esilio espressa in un romanzo come “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” sicuramente avrà più possibilità di passare che non in un pamphlet politico. Ma quando la contingenza dei fatti lo esige, ecco che lo scrittore letterario ha il dovere di andare sulle barricate, di esprimere la sua denuncia, la sua critica dalle colonne di un giornale, da una radio o da uno schermo televisivo. I suoi romanzi le hanno dato fama in tutto il mondo. Che valenza ha per lei il successo e che cosa le ha permesso di fare che altrimenti non avrebbe potuto fare? Mi ha aperto molte porte e molte tribune. Il successo letterario fa sì che io venga ascoltato da tantissima gente, amplifica l’efficacia del mio operato che non è altro se non mettere la mia voce al servizio di chi non ha voce. Sono un uomo di sinistra, provengo da una cultura di sinistra, so che la maggior parte dei miei lettori sono di sinistra e scrivo per loro. Se poi qualcuno dell’altra parte della barricata mi legge, sia chiaro che io non faccio alcuna concessione. Io scrivo i miei libri affinché la mia gente si senta un poco più forte dopo averli letti. Lei è considerato un testimone mosso dal desiderio di giustizia, dalla necessità di mantenere viva la memoria civile e storica. Le pesa questa responsabilità? Il dovere non è mai un peso per chiunque si metta in gioco per la realizzazione di ciò che ritiene giusto. Al contrario lo considera come un atto liberatorio. E tale lo considero io. Perché resistere non è un castigo, resistere è un premio contro un mondo pervaso da stupidità, egoismo, cattiveria. La resistenza è una grande allegria, non un peso. Mi felicita infatti pensare che per la maggior parte della stampa italiana, nel governo Berlusconi, io sono un personaggio-tabù da intervistare. Ho visto un documento interno della Rai in cui io Gianni Minà (giornalista italiano militante di sinistra) siamo in testa alla “lista nera”. Questa è una conseguenza diretta del Berlusconismo, della paura che porta all’autocensura. Ma quando devo far sentire la mia voce in Italia, non ho bisogno dei giornali filoberlusconiani, mi bastano i miei libri, l’appoggio di giornalisti come Minà o dei “Modena City Ramblers” che contano migliaia e migliaia di fan. Non so se ha letto qualche nostro giornale in questi giorni sulla virata a destra della Svizzera… Che immagine si è fatto di questo paese? Ho sempre considerato la Svizzera come un paese contraddittorio, pieno di punti interrogativi. Tre settimane fa mi trovavo sull’altra sponda del Lago Maggiore, a Stresa, e ciò che mi colpì non fu tanto lo specchio d’acqua quanto l’immagine della Svizzera che mi si stagliava davanti. Pensavo a quanti durante la seconda guerra mondiale, perseguitati dal fascismo o dal nazismo, avevano tentato di attraversare quel lago per raggiungerla ed erano stati respinti in virtù degli odiosi accordi che il governo svizzero aveva siglato con il nazismo e il fascismo. Vi è per contro un’altra immagine della Svizzera a me cara, quella della solidarietà esemplare di molti suoi cittadini che accolsero gli esiliati cileni nelle loro case, non relegandoli in un ghetto. Ciò che sta accadendo politicamente in Svizzera riflette quanto sta succedendo in altri paesi europei e nel mondo. La grande crisi del capitalismo, unita alla mancanza d’intelligenza e soprattutto alla grande pigrizia intellettuale della sinistra, fa sì che qualche frangia della destra, sempre in possesso di soluzioni molto facili a problemi molto complessi, ottenga qualche vittoria elettorale. Certo, spaventano questo spostamento a destra, le ricette che hanno lo stesso sapore di quelle propugnate da Heider in Austria o dal fascista Fini in Italia. Sono però convinto che l’uomo della strada svizzero sa che questo paese senza l’apporto dell’immigrazione non sarebbe esistito e presto riaprirà gli occhi. A quale dei suoi romanzi è più legato? E perché? Ho un rapporto sentimentale molto forte con “Un nome da torero” perché è un romanzo che, pur senza essere autobiografico, ha un protagonista che ha molto del mio: come me ama gli aneddoti, le storie e le esperienze. Mentre lo scrivevo mi rendevo conto di quanto mi costasse prendere le distanze dalla tentazione autobiografica e non so fino a che punto ci sono riuscito. Quel romanzo ha ora quasi dieci anni ma tutte le volte che mi succede di rispolverarlo e rileggerne qualche pagina mi sorprendo a dire: «Cazzo! Questo tipo mi assomiglia molto!».

Pubblicato

Venerdì 19 Dicembre 2003

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