La mano invisibile

Dove si finirà con questo infantile gioco di batti e ribatti di tariffe commerciali tra l’arrogante americano e l’astuto cinese? Affari loro, si potrebbe dire, se non fossimo tutti coinvolti. Coinvolti politicamente poiché non sono pochi coloro che, ammirando Trump, vedono nelle barriere, nel protezionismo, nei limiti al libero scambio o alla circolazione delle persone (mai dei capitali) il metodo formidabile per salvare l’economia interna, le industrie, il lavoro.

Coinvolti economicamente perché il clima di incertezza e di instabilità che si crea non genera tanto i saliscendi delle Borse, quanto le flessioni sul commercio mondiale, la recessione riapparsa sulla porta di casa, la guerra tra le monete perché alcune si svalutano per vendere ancora (come lo stesso yuan cinese), altre si rafforzano perché ritenute più sicure o perché inevitabile moneta di riserva (franco svizzero o dollaro).


Potremmo subito dire, con qualche esempio, che la politica pretende di imporre delle ragioni che l’economia rifiuta o che l’economia non è poi così meccanica come credono gli imbonitori elettoralistici.
Nonostante le barriere doganali erette a suon di  ripetute tariffe il disavanzo commerciale americano (differenza importazioni/esportazioni merci) si avvicina ai 900 miliardi di dollari ed è in crescita di oltre il 10 per cento, un primato storico.

 

Negli ultimi quindici anni le importazioni hanno sempre rappresentato il 24 per cento delle spese di consumo; ora sono salite bruscamente al 27 per cento. Sa di beffa economica. Ricercatori delle prestigiose università di Berkeley, Ucla, Columbia giungono alla conclusione che i diritti doganali sinora imposti da Trump sono costati in un anno 69 miliardi di dollari ai consumatori americani (che pagano più caro i prodotti).

 

Conclusione confermata dalla insospettabile JP Morgan Chase che valuta il costo medio della guerra commerciale per la famiglia americana in mille dollari all’anno. Un altro accurato studio del Center for Economic and Policy Research, realizzato con gli economisti della Federal Reserve (banca centrale) e della Princeton, ritiene che, una volta detratte le entrate doganali intascate dallo Stato, la guerra commerciale di Trump ha amputato il reddito nazionale americano di 1,4 miliardi di dollari ogni mese.  


Quale lezione trarre? Si potrebbe subito dedurre che i fatti (ce ne sono molti altri) dimostrano come ogni tentazione di protezionismo o di impedimento della libera circolazione di beni e di uomini finisca sempre per  mancare i suoi obiettivi e per essere distruttrice di valore (anche se elettoralisticamente pagante). Basta scorrere la storia dal 1930 in poi per averne sufficienti conferme, anche sui disastri generati.


Un problema comunque esiste, ma si evita di porlo politicamente, e sta nella “captazione” di quel valore e nella sua ripartizione sociale. Non si può negare, perché altri fatti lo dimostrano ampiamente, che il libero scambio (o globalizzazione) ha permesso una captazione molto più importante del valore per il capitalista, il mercante, per la distribuzione e i servizi acquisiti degli industriali. A confronto i salariati sono stati penalizzati con la catena della competitività, funzionale a quel sistema. È quindi ipocrita e malonesto sostenere che tutti ne hanno approfittato fondandosi unicamente sul guadagno che ne ha tratto il consumatore per prodotti meno cari. Che è tra l’altro servito a illudere i salariati e a giustificare... il potere d’acquisto.


Qui si trova lo scontro tra l’ipocrisia imbonitrice della politica, la meccanica derapante dell’economia, il populismo. Che produce l’equazione mortifera trumpiana: distruggiamo del valore... per meglio ripartirlo tra di noi. Ha patria anche in Svizzera, come dimostrano le prossime votazioni.

Pubblicato il 

29.08.19..
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