Su questo numero d’Area comincia una serie d’interviste dedicate al ruolo dell’intellettuale nella società. La discussione è già stata promossa in Italia dal Corriere della Sera, ma è interessante considerare se qualcosa si muove anche alle nostre latitudini... La questione è forse vecchia, non per questo trascurabile; ecco spiegato il motivo della nostra scelta, la cui novità sta nel modo con cui abbiamo deciso di trattarla. Sono state studiate dieci domande e le abbiamo rivolte a cinque intellettuali molto noti, appartenenti a cinque aree di pensiero o di formazione: Luciano Canfora (professore di Filologia classica a Bari, storico e gran conoscitore di filosofia, collabora spesso con la Biblioteca cantonale di Locarno nell’organizzazione di giornate di studio), Fabio Pusterla (docente di letteratura al liceo di Lugano e raffinato poeta ticinese, molto conosciuto anche fuori dal nostro ristretto confine), Christian Marazzi (docente alla Supsi, apprezzato ricercatore economico), Franco Cavalli (nella duplice veste d’oncologo e ricercatore medico di fama mondiale, oltre che politico attivo a livello nazionale), Harald Szeemann (storico dell’arte, ha già diretto la Biennale di Venezia, recentemente si è occupato d’Expo 02). La lista degli intervistati era più lunga, ma abbiamo preferito fermarci alle cinque aree più sollecitate nell’ultimo periodo. Il lettore potrà partecipare attivamente a questo dibattito, leggendo e confrontando le risposte, che serviranno da spunto di riflessione per formare la propria idea. Ma lo potranno fare anche gli intervistati, che non hanno avuto modo di conoscere le risposte date dagli altri. Per questo motivo si è cercato di mantenere in fase di redazione il tono colloquiale dell’intervista. Ci auguriamo che questa serie d’interviste possa suscitare un ampio dibattito. Se questo avvenisse anche solo con la propria coscienza, sarebbe già un bel risultato. Se si dovesse descrivere con una frase che cosa direbbe? Direi qualcuno che continua a far progetti e non molla mai. Che cosa è veramente la produzione intellettuale: lavoro solitario, di genio, di scuola, di bottega? Io penso che sia un po’ tutto. La produzione intellettuale sicuramente ha una componente importante di lavoro individuale, però soprattutto al giorno d’oggi uno può avere una buona idea, ma se continua a lavorare da solo non ne avrà tantissime, cioè presuppone il fatto di vivere e di pensare con più teste in gruppo all’interno di un humus che faciliti la produzione di idee che altrimenti si sterilizza. Se uno vive da solo, c’è sicuramente l’aspetto che, se possibile, le buone idee devono essere realizzate, quindi c’è anche un aspetto finanziario, penso che s’intenda questo per bottega, senza che ciò significhi che bisogna fare dei compromessi. Se si riesce ad avere un’idea molto buona, e che oltretutto si lascia realizzare anche da un punto di vista economico, tanto meglio. Qual è il ruolo dell’intellettuale? Io penso che il ruolo dell’intellettuale sia quello di pensare. Fondamentalmente è quello di riflettere su stesso ma soprattutto sulla società e di cercare di capire con un certo anticipo dove sta andando, nel bene e nel male, e di capire quali possono essere i rimedi, se la società sta andando in una direzione negativa, senza magari accorgersene, o quali sono le forze da fortificare, caso mai si stia muovendo o abbia le potenzialità di muoversi in una direzione positiva anche qui senza saperlo. Quindi pensare e capire con un certo anticipo – rispetto a chi non è intellettuale – cosa sta capitando. Esiste un legame tra intellettuali e potere? Indubbiamente e in diversi sensi. Nel senso migliore, se si definisce l’intellettuale come facevo io, si scontrerà o si renderà amico il potere o quei poteri che stanno influenzando lo sviluppo della società in un senso o nell’altro, quindi è inevitabile che l’intellettuale si ponga il problema del potere, perché per poter adempiere al suo scopo deve capire cosa stia facendo il potere. Nel senso peggiore – e che è un po’ quello che è prevalso negli ultimi vent’anni, al contrario di quanto avvenuto fino agli Ottanta, abituati all’intellettuale critico che faceva il suo lavoro – negli ultimi tempi gli intellettuali si sono molto spesso venduti al potere, cioè non hanno più pensato e cercato di far quello che dovevano ma hanno cercato di produrre per il potere, senza porsi molto la domanda se ciò che producevano serviva solo ad esso o effettivamente a migliorare la società. La cultura conta nelle decisioni politiche? Tutto dipende dalla definizione di cultura. Se è tutto quello che ha a che fare con lo scibile umano, indubbiamente conta, perché più uno è acculturato e più ha possibilità di capire i problemi e quindi può essere più indipendente nella sua visione da quei poteri o lobby che altrimenti tendono solo a farlo votare in una certa direzione per i loro interessi. Chi non ha cultura è molto più facilmente vittima a livello di struttura politica dei lobbisti; chi ha più cultura ha più armi per resistere, se vuole resistere... ma non sempre vuole resistere... spesso perché questo migliora le sue condizioni economiche. L’etica dovrebbe essere in funzione della politica o la politica in funzione dell’etica? Aristotele diceva che etica e politica non possono essere completamente scisse e quindi non si può tirare una linea e dire «fin qui arriva l’etica e a partire da qui comincia la politica»... Questo contrariamente soprattutto a molti liberali che pensano il contrario. Mi ricordo di aver avuto una discussione in televisione con la signora Masoni, dove lei diceva chiaramente «un conto è l’etica, un conto è la politica». Una posizione inaccettabile e oltretutto non etica. La politica è l’arte di reggere la società, e possibilmente nel modo migliore possibile; l’etica è l’insieme dei valori che reggono una società, per cui è evidente che molte decisioni politiche hanno a che fare direttamente o indirettamente con l’etica. Ci sono dei casi ovvi, se ad esempio parlassimo di aborto sarebbe evidente, ma anche se dicessimo «diminuiamo le imposte dei ricchi» ma non quelle dei poveri, non solo faremmo qualcosa di economicamente sbagliato, ma anche qualcosa di eticamente sbagliato. Quindi, secondo me etica e politica sono estremamente legate e ripeto, come diceva già Aristotele, non separabili. Il silenzio degli intellettuali, ammesso che esista, è anche quello degli intellettuali organici del potere economico? Negli ultimi vent’anni sta cambiando... lo vediamo ad esempio in Italia con Nanni Moretti, i girotondi, il Palavobis, o nelle ultime settimane in Francia sta di nuovo cambiando un po’ la situazione... Eppure usciamo da un ventennio caratterizzato da un silenzio assordante degli intellettuali, silenzio che secondo me aveva due ragioni. Una poteva essere quella più semplice dell’intellettuale organico al potere, quindi comprato dal potere. L’altra (e io non escludo che per molti intellettuali sia stata vera), era semplicemente il silenzio di chi non aveva più speranza di poter cambiare il mondo, di chi pensava di aver capito che ormai questo mondo non si può cambiare, e quindi non aveva più alcun senso pensare alle sorti del mondo, ma che l’intellettuale doveva ritirarsi nella sua torre o nel suo rustico, per rimanere in Ticino, a leggere dei bei libri o a dipingere dei bei quadri, perché tutto il resto non serviva a niente. Quindi, il silenzio poteva essere dovuto o alla vendita dell’anima o al fatto di aver perduto l’anima. Quando di parla di globalizzazione, si parla di qualcosa di completamente nuovo rispetto alla tradizione? Assolutamente no. La globalizzazione c’è stata dal primo giorno in cui gli uomini hanno cominciato a vivere assieme. Adesso che negli ultimi trent’anni si sia accelerata, soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino, questo è vero, però il fenomeno non è nuovo, semplicemente ha assunto altre dimensioni. Questo per due ragioni. Da un punto di vista strettamente economico, il fatto che da quando Nixon ha slegato il dollaro dalla parità aurea e con tutto quello che è avvenuto dopo fino ai mercati finanziari completamente indipendenti da ogni autorità statale, assumendo una vita propria, ha portato a quella che oggi è diventata una tirannia dei mercati che in fondo sono molto più potenti di quasi tutti i governi di questo mondo e possono imporre a qualsiasi governo la loro legge. D’altra parte la scomparsa dell’alternativa rossa dopo la caduta del Muro, e per quanti aspetti negativi poteva avere il socialismo reale, rimaneva una possibile alternativa che obbligava i detentori del potere a fare dei compromessi. Al giorno d’oggi i mercati finanziari danno ai padroni del vapore più potere che non ai governi, e d’altra parte non hanno più alcuna ragione, visto che non c’è più il pericolo di un’alternativa rossa, di fare concessioni nei sindacati e nei partiti di sinistra. Questo spiega la situazione attuale dove in fondo la globalizzazione porta a un restringimento sempre maggiore di quella che è l’area della democrazia. Il pericolo per la democrazia d’oggi viene soprattutto dalla tirannia dei mercati finanziari che restringono lo spazio sul quale le istanze politiche possono ancora decidere. Il fenomeno non è comunque nuovo, ma si è solo drammaticamente accelerato. Internet come strumento o come illusione? Devo dire che da un punto di vista elettronico sono ancora abbastanza «idiota», quindi non posso dire molto su questo... ma penso che è uno strumento indubbiamente importante come lo sono stati radio, televisione, stampa, ... È un punto fondamentale dell’evoluzione tecnologica umana, ma non cambia fondamentalmente il fatto che la società è retta da rapporti di forza sociali e anzi, forse internet rende chi è più debole, sia nel primo, ma soprattutto nel terzo mondo, ancora più debole. Chi detiene lo strumento che forma l’opinione? Senza dubbio i padroni del vapore. Lo vediamo a livello dei vari paesi. Il caso di Berlusconi è estremo per un paese occidentale, ma in tutti i paesi occidentali sono le forze economiche dominanti che controllano la parte dominante dei media, quella che crea l’opinione. Berlusconi è un’esagerazione, ma non è un’eccezione. È la regola portata al limite, quasi caricaturale. Questo vale anche a livello mondiale, perché ci sono delle agenzie dominanti, chiaramente dominate. Basta vedere quello che ci fanno credere quando c’è una crisi a livello mondiale dove fondamentalmente sono diventate sempre più un megafono di quelle che sono le posizioni dominanti degli Stati Uniti o della Nato. Queste grandi agenzie, alla quale fanno poi capo la stragrande maggioranza dei giornalisti, i quali non hanno o la voglia o la possibilità di verificare la veridicità delle informazioni, sono a loro volta diventati dei megafoni del «Grande Fratello», e gli esempi si sprecherebbero. Dal cormorano durante la guerra contro l’Iraq a tante altre, come le inventate fosse piene di cadaveri in Romania. Ci sono centinaia di questi esempi, dove per alcuni giorni si è tempestato, basandosi su dei fatti che poi si sono rivelati assolutamente falsi, perché si voleva in quel momento convincere l’opinione pubblica ad accettare una certa posizione. Quindi, esagerando un po’, io dico ogni tanto che tutto sommato la Pravda non era meno oggettiva di quello che è oggi la «Neue Zürcher Zeitung».

Pubblicato il 

07.06.02

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