La formazione per tutti è un diritto inalienabile e non negoziabile.
È un diritto cioè che non può e non deve essere messo in discussione.
E in tal senso, devo dire che, facendo il confronto  con altre realtà nazionali, nel nostro Paese siamo messi meglio che altrove nella difesa di questo diritto. Ma non basta.
La continua riaffermazione dello stesso è infatti molto importante. Soprattutto perché anche nell'ambito formativo s'insinuano, a volte come grandi conquiste, a volte come scelte obbligate ("così fan tutti…") concetti  "mercantili" che francamente pongono molti interrogativi sugli elementi fondanti su cui gli stessi si basano.
Quale esempio val la pena di ricordare la negoziazione dell'acquisizione del sapere in ambito universitario con il sistema dei crediti di studio, secondo le regole generalmente valide nell'European Credit transfer system (Ects). Una negoziazione che, se da un lato permette a ciascuno studente di crearsi un percorso formativo individualizzato, sembra contemporaneamente immergere lo studente nei panni del "cliente" che acquista solo quello che gli conviene o, meglio, quello che ritiene gli possa convenire spendere nel futuro mercato del lavoro. Il rischio (su cui non ho risposte, ma solo domande) è che questo sistema apparentemente più democratico rispetto a quelli che l'hanno preceduto, permettendo di "acquistare" il sapere anche a brandelli, faccia perdere ai futuri cittadini l'idea e l'acquisizione del sapere nel suo insieme e, soprattutto, faccia perdere loro il potere insito nel possedere e quindi saper utilizzare il sapere. Detto in altre parole, la mia preoccupazione è che si possa produrre, con questo sistema, una svolta della formazione nella direzione più dell'"addestramento" mirato a svolgere un compito o un ruolo, piuttosto che a alimentare una reale "formazione" personale, culturale, conoscitiva, ecc.
Il paradosso maggiore è che questo cambiamento avviene proprio quando l'instabilità e l'incertezza dei processi produttivi e del mercato (ma sarebbe meglio direi dire quando il palese tracollo dell'attuale sistema economico e produttivo) chiederebbero invece forti competenze di base da spendere nel corso della propria vita e del proprio percorso professionale, con grande variabilità e creatività.
Come detto non ho certezze, ma ho invece parecchi dubbi. Se proietto, infatti, queste prospettive nel mondo della formazione professionale di base, quella che conosco meglio, i dubbi si trasformano in profonda e viva preoccupazione. Infatti, se anche in quell'ambito si passasse in modo strutturato da una formazione di base generale ad una formazione "à la carte", fatta su misura per ciascuno, o meglio per i bisogni dei singoli datori di lavoro, beh il passaggio netto dalla formazione all'addestramento sarebbe acquisito e realizzato.
In parte il tentativo è stato (timidamente?) tentato nella preparazione delle diverse Ordinanze sulla formazione professionale, introdotte negli ultimi anni ed elaborate de facto quasi in solitaria dalle associazioni professionali.    
Ma per il momento una simile prospettiva resta relativamente lontana.
Forse una maggiore presenza e un confronto più serrato, su questi temi, dei diretti interessati (leggi lavoratori e apprendisti) in modo strutturato potrebbe essere un'utile garanzia perché questo non possa avvenire.
Ma la frequente assenza da queste discussioni dei lavoratori e dei loro rappresentanti è abbastanza preoccupante. E non sono certa che la loro presenza sia desiderata da chi elabora, progetta e poi propone i cambiamenti. Ed è un vero peccato!
Ma resta un'altra domanda da porsi: i sindacati vogliono esserci?!

Pubblicato il 

06.07.12..

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