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La finezza di Fini

di

Loris Campetti
Qualcosa si muove nel tenebroso scenario politico italiano. Molto spesso ad animare la partita è la solita magistratura "comunista" che insieme alla libertà di stampa agita i sonni di Berlusconi: l'ultimo mariuolo pizzicato dai giudici con le mani nel sacco è il ministro allo sviluppo economico Claudio Scajola, costretto a dimettersi per un appartamento al Colosseo pagato, sembra, dalla cricca di costruttori che grazie ai sostegni altolocati ha messo le mani in tutti gli affari che contano, dal G8 alla ricostruzione post terremoto targata Bertolaso. Non è nuovo alle dimissioni, Scajola, le aveva già consegnate da ministro nel corso del precedente governo Berlusconi dopo aver dato del rompicoglioni al giuslavorista Marco Biagi ucciso dalle Br. Non è nuovo neanche alla galera, frequentata negli anni Ottanta per concussione. Altre inchieste giudiziarie stanno facendo traballare il governo e la maggioranza del Pdl e i giornalisti, carogne come sono, continuano a raccontarle costringendo Berlusconi a ululare: in Italia c'è troppa libertà di stampa.
Non si muovono solo magistrati e giornalisti. Anche la politica, intesa in senso classico, sta ripartendo, manda segnali di insofferenza che, ancora una volta, non arrivano da sinistra. A scuotere Berlusconi in questa stagione in cui persino i già fedelissimi battaglioni siciliani del Pdl mandano messaggi di secessione, è il suo cofondatore del Popolo della libertà, Gianfranco Fini, ex segretario della postfascista An e presidente della Camera. E' dall'ex delfino del gerarca missino Giorgio Almirante che arrivano le bordate più pesanti al Cavaliere, dal presidenzialismo alle politiche immigratorie, dalla democrazia interna al partito fino alla rivendicazione del diritto al dissenso. Fini contesta la "dittatura" del capo e, contemporaneamente, la subalternità del Pdl alle politiche xenofobe della Lega di Bossi, l'alleato più fedele di Berlusconi. Critiche che minano il primo comandamento: l'infallibilità e l'indiscutibilità del capo. Ma nella destra italiana dialettica e critiche non sono ammesse, Fini lo sa e di conseguenza si attrezza a costruire un polo destinato a entrare in rotta di collisione con il Pdl. Un polo che curiosamente si definisce di centro, in quanto ambisce a raccogliere le forze ai margini o fuori dal Pdl, ma che con l'opposizione di sinistra ha nulla a che fare. C'è un'area che va da Fini a Casini, passando per Rutelli, Montezemolo e la Cisl di Bonanni, su cui sono fissati gli occhi di chi immagina un futuro postberlusconiano, ma incentrato sui valori di una "destra per bene", europea. Una destra neoliberista che vorrebbe abolire per decreto il conflitto sociale fagocitando i sindacati complici. Una destra non xenofoba, meno volgare e capace di fare quelle riforme della Costituzione e dello Statuto dei lavoratori che con la violenza, i decreti e i voti di fiducia di Berlusconi marciano troppo lentamente. L'opposizione sta a guardare e, chi sotto sotto e chi spudoratamente, si limita a fare il tifo per l'ex fascista Fini.

Pubblicato

Venerdì 7 Maggio 2010

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