< Ritorna

Stampa

 

La fine di un’epoca

di

Generoso Chiaradonna
La piazza finanziaria svizzera è da tempo sotto pressione. Quella ticinese, avendo vissuto da sempre sulle alterne vicende politiche ed economiche della vicina Italia, ha prosperato ed è cresciuta in modo esponenziale. Oggi, sull’onda lunga degli “Scudi fiscali” e il fuoco incrociato di Ocse e Unione europea sul segreto bancario, questa piazza rischia di essere ridimensionata ulteriormente. L’economista e giornalista Silvano Toppi si è chiesto, a una recente serata dal titolo emblematico: “Ticino senza banche?”, la ragione dell’esistenza di una piazza finanziaria in Ticino. Nella seguente intervista Toppi ci racconta il suo punto di vista. A una serata organizzata dal sindacato Vpod, lei è stato molto duro nei confronti della piazza finanziaria ticinese. Crede veramente che gli atout che hanno fatto la forza delle banche svizzere stiano sparendo? Cosa diventerà allora la piazza finanziaria ticinese? Non credo di essere stato duro con la piazza finanziaria ticinese. Ho cercato piuttosto di essere realista. La piazza finanziaria svizzera o quella ticinese si sono imposte e hanno prosperato perché hanno creato e mantenuto delle “differenze” rispetto ad altre piazze. Queste differenze o sono messe in discussione soprattutto all’estero, anche per incoerenze svizzere, o stanno sciogliendosi nelle nuove realtà economiche e nell’accesa competitività sviluppatasi negli ultimi decenni, diventando difficilmente sostenibili oppure sono vittime delle stesse contingenze storiche che le hanno propiziate. Quali sono queste “differenze”? Una tradizione (si potrebbe anche parlare di una “cultura”) che ha fatto del banchiere svizzero il banchiere per eccellenza; è innegabile che per incoerenze, ipocrisie, arroganze c’è stato uno svilimento di questa tradizione o il seppellimento di quei valori (v. l’etica protestante!) che nonostante tutto facevano ancora da sfondo o da richiamo all’operato economico-finanziario e hanno sporcato l’immagine della piazza finanziaria, spesso con risonanza mondiale. Non penso solo alla vicenda dei fondi in giacenza che ha forse toccato l’apice (grazie alle grosse banche con interessi da difendere negli Usa e non certo per una resipiscenza morale). È che la piazza finanziaria (e quella ticinese si è particolarmente distinta) si è sempre trovata implicata in ogni vicenda disdicevole come rifugio o passaggio di capitali e di personaggi poco raccomandabili. C’è poi stata una sorta di “clonazione americana” (la nuova cultura del management, del corporate governance ecc. arrivati con la liberalizzazione, de-regolamentazione, globalizzazione) che ha pure generato sconquassi, favorendo una omogeneizzazione (anche nel modo e nei comportamento nella gestione dei patrimoni) che è annullatrice di differenze ma anche di credibilità e sicurezze. Persino la certezza del quadro giuridico che, con la stabilità politica, era forse l’atout principale della piazza elvetica, è venuta meno per mancanza di trasparenza, per assenza di sanzioni pubblicizzate, per la complessità del settore che riesce facilmente a sfuggire ad ogni controllo, per i casi di molti clienti vittime negli ultimi tempi di vere e proprie spoliazioni, magari con un foro civile e penale spostato abilmente altrove con le società di copertura o le succursali create in luoghi “off-shore” per sfuggire al quadro giuridico nazionale. Per il Ticino, poi, è venuta meno quella “differenza” che ha fatto trafugare per quasi mezzo secolo i capitali dall’Italia alla Svizzera: la destra locale, osannante Berlusconi e le sue televisioni, ha avuto modo di rimpiangere la sinistra e i “comunisti”. La qualità dei servizi, indubbiamente ottima, è ormai raggiungibile anche altrove, grazie appunto all’omogeneizzazione. Forse meno in Italia, ma ci pensa…l’esportazione delle succursali bancarie elvetiche per parare all’effetto Tremonti. È quindi spiegabile come ci si aggrappi attualmente all’unica vera differenza rimasta, che è il segreto bancario. Il quale è soprattutto negazione di ogni richiesta d’informazioni fiscali sulla base di un principio che si vende come “etico” o civile: il rapporto tra contribuente e fisco è solamente un problema di responsabilità personale, individuale. Come a dire: noi svizzeri crediamo all’onestà fiscale, non esiste un delitto di evasione fiscale (salvo poi a chiedere, in questi giorni, su imitazione di quanto fanno gli altri e per tentare di porre qualche rimedio alle casse vuote, l’amnistia fiscale anche per i nostri evasori). Gli scandali e scandaletti finanziari non sono solo una caratteristica di questi ultimi anni. Anche nel passato ve ne sono stati eppure l’immagine della piazza finanziaria non è stata scalfita molto. Anzi, si potrebbe affermare che è cresciuta nonostante gli scandali. Perché non dovrebbe avvenire anche in futuro? È la prova del nove. Perché la piazza è stata smitizzata ed ha perso in differenze e credibilità (ai tempi dello scandalo del Credito svizzero a Chiasso si diceva: se questi riescono ad assorbire una perdita di due miliardi, devono essere effettivamente eccezionali e sicuri!). Perché è venuto meno l’effetto frontiera, e non solo per lo scudo Tremonti. Perché bisognerà pur trovare un motivo ancora suscettibile di far decidere per un “deposito” in Ticino e non altrove, soprattutto quando i capitali si spostano da Milano a Lugano non più con il camioncino della verdura (come avveniva un tempo con una nota banca luganese) ma in tutto il mondo con un tasto elettronico. Il declino o meglio, il rallentamento della piazza finanziaria luganese, bisogna addebitarlo solo al ministro Tremonti e ai suoi scudi o al fatto che il segreto bancario svizzero, anche se mantenuto, è solo una misura protezionistica superata dal mercato globale? Il ministro Tremonti con il suo “scudo” è stato solo il segnale della possibile fine di un’epoca la quale ha dato la giustificazione unica all’esistenza di una piazza finanziaria nel Ticino (perché mai avrebbe dovuto nascere nel Ticino una piazza finanziaria?). È innegabile che il segreto bancario, se si riesce a mantenerlo com’è (ciò che non è ancora sicuro) fa ancora una differenza. Ma io direi non tanto come misura protezionistica (perché in quanto tale sarebbe destinato a dissolvenza certa) ma come filosofia o abito mentale che salvaguarda sì dalle incursioni e curiosità del fisco ma anche da quella “duplicità del diritto” per cui un cliente della piazza finanziaria svizzera è sotto la sovranità e la giurisdizione elvetica dovunque esso viva e quale che sia la sua nazionalità. In fondo è proprio la Svizzera (con imitazione di altri) che ha di fatto eliminato il possibile conflitto tra l’isolamento dello Stato di diritto e l’internazionalizzazione del capitale annullando in pratica l’unità giuridica del soggetto. Forse in questo senso si può dire che il cliente, grazie al segreto, si sente più protetto che altrove. Anche se c’è chi ha osservato che il diritto penale (con tutta la panoplia di misure “obbligate” per evitare la criminalità finanziaria) può diventare il cavallo di Troia del diritto fiscale oppure che il segreto bancario non sarà negoziabile (Consiglio federale) ma finirà solubile nel diritto penale (e gli Stati Uniti, con la loro potenza ricattatoria, superiore a quella europea, ci sono già in buona parte riusciti). Non dovremmo comunque dimenticare che in Svizzera sono depositati patrimoni mondiali per 4 mila miliardi di franchi “border-crossing” (più di un terzo dei patrimoni mondiali collocati all’esterno, transfrontalieri); si calcola che nel Ticino ce n’è un 10 per cento; pur ammettendo abbondanzialmente che 50 miliardi sono stati sottratti dalle amnistie fiscali italiane, rimarrebbero comunque sempre 350 miliardi da amministrare. Non è una somma da poco: il problema è come riuscire a mantenerla ed accrescerla. Questione Banca Stato Parlando di piazza fiananziaria ticinese, viene in mente anche la Banca dello Stato che è una banca diversa dalle altre per due aspetti: è pubblica e in virtù di questa sua natura ha puntato, finora per legge, su crediti commerciali e ipotecari lasciando perdere il private banking. In futuro, pur rimanendo pubblica, se i ticinesi lo vorranno (c’è l’incognita del referendum), la strategia di BancaStato potrebbe cambiare interessandosi anche della gestione patrimoniale. Secondo lei è un altro passo nella direzione delle privatizzazioni e liberalizzazioni? La privatizzazione imperversa dovunque sulla base di due argomentazioni fittizie: il privato è migliore e più efficace del pubblico; solo la struttura (gestione) privata, senza le pastoie dei controlli e delle lungaggini democratiche, può rispondere alla necessaria rapidità decisionale, qualità fondamentale dell’economia moderna. Le esperienze vissute negli ultimi anni sia nella managerialità privata, sia in quella semiprivata (proprietà in maggioranza ancora pubblica ma modo di conduzione privatistico), sia nelle privatizzazioni di fatto di alcuni servizi pubblici hanno dimostrato esattamente il contrario. Con almeno quattro conseguenze nefaste: lo scadimento dei servizi, l’aumento enorme della corruzione, l’immancabile chiamata in soccorso dell’ente pubblico, la continua eliminazione di ogni controllo democratico con lo spostamento del potere decisionale verso pochi “esperti”– gruos/bonnets burocratici, menatorroni. Con la Banca dello Stato, già avviata su questa strada in nome dell’efficienza economico-finanziaria (come d’altronde l’Azienda elettrica ticinese), si è potuto in buona parte invertire la rotta, grazie anche all’azione di alcune organizzazioni e persone sensibili al problema, grazie a una maggior coscienza della subdola affermazione di una filosofia rivelatasi in più occasioni disastrosa da parte dell’opinione pubblica (che, bisogna pur ammetterlo, è ancora dimostrata dalla riuscita del referendum). La Banca dello Stato deve comunque gestire dei patrimoni, anche con metodi e prodotti finanziari moderni, e non credo che possa limitarsi ai crediti commerciali e ipotecari, lasciando tutto il resto alle altre banche. Ha due possibilità per evitare una sorta di pericolosa privatizzazione mascherata: innanzitutto il rispetto, pubblicamente documentato, di non praticare (come le banche private) la massimizzazione del profitto perché i suoi scopi primari, essenziali, come “banca di servizio pubblico”, sono altri, definiti dalla legge; in secondo luogo l’obbligatorietà del controllo pubblico-democratico, con la commissione di vigilanza istituzionalizzata e comunque con la possibilità di esame e di critica in sede parlamentare. Forse la preoccupazione dei referendisti è che le salvaguardie democratiche sono anch’esse….privatizzabili.

Pubblicato

Venerdì 11 Luglio 2003

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 2 Dicembre 2021

Torna su

Editore

Sindacato Unia

Direzione

Claudio Carrer

Redazione

Francesco Bonsaver

Raffaella Brignoni

Federico Franchini

Veronica Galster

Mattia Lento

Indirizzo
Redazione area
Via Canonica 3
CP 5561
CH-6901 Lugano
Contatto
info@areaonline.ch
Inserzioni pubblicitarie

Tariffe pubblicitarie

T. +4191 912 33 80
info@areaonline.ch

Abbonamenti

T. +4191 912 33 80
Formulario online

INFO

Impressum

Privacy Policy

Cookies Policy

 

© Copyright 2019