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La fine di un confine

di

Can Tutumlu
La logica delle frontiere degli Stati è quella di una “linea di separazione” tra diverse entità politiche. Una sottile demarcazione artificiale che dovrebbe servire ad imporre la sovranità di uno Stato. Sovrani di un territorio, tale in quanto confinato. Lì fin dove l’occhio può vedere. Ecco, per il ticinese qui finisce la Svizzera e là comincia l’Italia. Un modo di pensare, questo, che permea da secoli la ragion politica. Fra queste ragioni però si muovono ogni giorno più di 30 mila frontalieri, pendolari che dai comuni aggrappati al confine si recano in Ticino per lavoro. Una recente ricerca condotta nell’ambito di un progetto italo-svizzero (servizio a pagina 3) mostra la nascita di un fenomeno finora sconosciuto al nostro cantone. Quello del frontaliero alla ricerca della soddisfazione professionale e non solo del miglior salario. Intendiamoci, il salario conta sempre moltissimo ma, pare, meno di una volta per il crescente numero di giovani (e qualificati) italiani che lavorano in Ticino. E non più solo nell’industria o sui cantieri ma anche nelle banche, nelle fiduciarie e negli ospedali. La fine di un confine? Non proprio, anche se da martedì la frontiera si è fatta più sottile, sia in uscita che in entrata, almeno in teoria. Libera circolazione delle persone, suona un po’ pomposo a dirla tutta. Ed è proprio in questo momento, quello del cambiamento, che si acuiscono le paure. Grattacapi per ticinesi ma anche per frontalieri che temono di vedere assottigliarsi la busta paga. Come si dice? L’occasione fa l’uomo ladro. È innegabile che il 1° giugno permette alle imprese di far ricorso a nuova manodopera, più facilmente reclutabile e con meno controlli. Concorrenza al ribasso, sono le nuove regole di un vecchio gioco. Quello delle nostre “economie avanzate” alla continua ricerca di assestamenti. Le paure dei lavoratori sono legittime. La speranza è che i nuovi organi di controllo, le Commissioni tripartite, facciano il loro dovere. Cioè evitare gli abusi, un concetto ancora troppo vago, ammettono parecchi osservatori. Dal nostro punto di vista “l’abuso” ci sarà qualora l’ago della distribuzione del reddito si sposterà a favore delle imprese e, di conseguenza, in mano a pochi eletti. Al centro della questione restano comunque gli uomini e le donne. Si parla spesso di nuove sfide da affrontare, tra queste bisognerebbe aggiungere l’antica ingordigia dell’animo umano.

Pubblicato

Venerdì 4 Giugno 2004

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