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Lavoro & Giustizia

La fine del TiSin «è igiene sociale»

Fallito il tentativo di eludere il salario minimo, c’è chi evoca danni occupazionali. Cicero (Unia): «Certe imprese incancreniscono il mondo del lavoro»

di

Francesco Bonsaver

TiSin non è un sindacato e i contratti siglati con l’associazione non sono validi. Col ritiro del ricorso delle ditte coinvolte dalla decisione dell’Ispettorato del lavoro, si chiude la brutta pagina di storia cantonale del tentativo imprenditoriale di evadere la legge sul salario minimo. Messo il punto finale alla vicenda, vale la pena chiedersi quali siano le conseguenze per il mondo del lavoro ticinese.

Se il titolare della Ideal-Tek, Sandro Grisoni (l’unico ad averci messo la faccia nel motivare il ritiro) ha escluso licenziamenti e delocalizzazione allineando gli stipendi al salario minimo, dalla Cebi e dalla Plastifil si avvertono dei segnali su possibili spostamenti della produzione in stabilimenti di loro proprietà all’estero.

 

«Bisogna fare un discorso di società, chiedersi quale tipo di economia e di aziende vogliamo sul territorio. Se certe aziende se ne andranno, è igiene sociale. Dispiace per i lavoratori, ma questo tipo di aziende non fanno altro che incancrenire il mondo del lavoro cantonale» commenta Vincenzo Cicero, responsabile di Unia Ticino per il settore industriale. «Prendiamo il caso della Cebi Micromotors di Stabio. Pochi anni dopo aver rilevato lo stabilimento dalla vecchia proprietà, la dirigenza disdice il Ccl in vigore da 37 anni in fabbrica. Liberi dai vincoli contrattuali e dal confronto con le maestranze organizzate nei sindacati, la dirigenza inizia ad attuare dei progressivi tagli salariali e dei peggioramenti delle condizioni di lavoro. La tredicesima fu accantonata e restituita loro solo dieci anni dopo, mentre l’indennità turno fu abolita. Altri diritti acquisiti nel tempo, saltano uno dopo l’altro. In maniera illegale vengono prorogati consecutivamente dei contratti a termine ad alcuni operai. Il risultato finale dell’operazione è che oggi un operaio della Cebi a Stabio impiegato sui tre turni delle 24 ore di produzione, non arriva ai 3mila franchi mensili» riassume il sindacalista.

 

Per inciso, va precisato che la sede di Stabio fa parte del gruppo lussemburghese Cebi International, oltre 3.500 dipendenti in undici siti di produzione con un fatturato annuo di 360 milioni. Lo scorso anno ha versato oltre 17 milioni di dividendi ai suoi azionisti.

 

La controllata Cebi Switzerland di Stabio fece parte del gruppo di aziende che inoltrò ricorso al Tribunale federale contro la legge cantonale sul salario minimo. Lo stesso fece contro il contratto normale di lavoro nella fabbricazione di apparecchiature elettriche, emanato dal Cantone per il dumping appurato nel ramo. Entrambi i ricorsi furono sconfessati dal Tf. «Seppur obbligata ad adeguarsi al contratto normale nell’elettronica con effetto retroattivo al primo luglio dello scorso anno, a nostra conoscenza, la Cebi non ha ancora versato il dovuto ai dipendenti malgrado le autorità cantonali glielo abbiano già intimato» completa Cicero.


L’ultimo tentativo della Cebi di evitare la legge sul salario minimo fu quello di siglare il Ccl con TiSin, naufragato pure lui con la decisione in maggio dell’autorità cantonale. Che cosa farà ora l’azienda? «Da anni si rincorrono le voci di una sua delocalizzazione. Ma si possono fare solo delle supposizioni, poiché la dirigenza ha sempre tenuto all’oscuro i dipendenti sulle sue reali intenzioni».


Le voci su un’eventuale delocalizzazione o riduzione del personale toccano una seconda impresa, la Plastifil di Mendrisio. Un’azienda spesso indicata nei media locali quale esempio d’industria familiare radicata nel territorio. Il Ceo aziendale, Martino Piccioli-Cappelli siede nel Consiglio di presidenza dell’Associazione industrie ticinesi (Ait).


Insieme alla Cebi, la Plastifil era una delle ditte che hanno perso il ricorso al Tribunale federale contro la legge sul salario minimo. «È l’azienda col maggiore divario tra gli stipendi versati e l’importo del salario minimo cantonale, avendo degli operai retribuiti tra i 14 e i 15 franchi l’ora, le operaie a 13 franchi e i capi produzione a 18 franchi. Queste all’incirca erano le fasce salariali in produzione a Pastifil, prima di essere obbligata a rispettare la legge» spiega Cicero.

 

Ma i problemi non si limitano ai soli salari. «L’impressione è di entrare in una fabbrica dell’Ottocento. Si va dalla struttura dello stabile decisamente vetusto, ai macchinari altrettanto antiquati che dal profilo della sicurezza sarebbero certamente discutibili, agli spogliatoi e i locali igienici assolutamente inadeguati. Per dare un’idea, quando hanno riattato gli uffici amministrativi dotandoli di aria condizionata, i motori di quest’ultima scaricavano l’aria calda nei locali di produzione. Vi lascio immaginare le condizioni ambientali in cui gli operai dovevano lavorare» spiega il sindacalista.


Sulle voci di delocalizzazione di parte della produzione nello stabilimento in Bulgaria di loro proprietà o eventuali licenziamenti, Cicero spiega: «Da quel che sappiamo, hanno ridotto la percentuale lavorativa a quattro dipendenti. Dalla circolare della dirigenza, non è chiaro se stiano spostando parte della produzione o pensino ad altri provvedimenti».


Nella narrazione storica ufficiale, il partenariato sociale è sempre stato indicato come lo strumento che ha reso vincente il modello svizzero. Lo disse anche Stefano Modenini, direttore di Aiti, quando in un lungo comunicato prese posizione allorché scoppiò lo scandalo dei Ccl siglati con TiSin. In quel momento molti posero la questione se i Ccl dovessero rispettare il salario minimo. «In Svizzera il partenariato sociale ha un valore chiaramente riconosciuto» disse Modenini, difendendo la clausola di salvaguardia dei Ccl. Nonostante il Ceo di Plastifil faccia parte del Consiglio di presidenza di Aiti, nella sua impresa non è mai stato siglato un Ccl coi partner sociali, Ocst compresa. L’unico Ccl firmato fu quello con TiSin. «Non mi stupisce – commenta Cicero −. Il partenariato sociale e i Ccl non sono la preoccupazione principale di Aiti. Basti pensare che l’attuale presidente di Aiti, Oliviero Pesenti, è direttore di un’azienda non convenzionata al Ccl nazionale dell’orologeria».


Pubblicato

Giovedì 13 Ottobre 2022

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