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La filosofia fast food

di

Stefano Guerra
“Casi isolati”, “infrazioni non gravi”, “negligenze” da parte di alcuni titolari di licenze, ripetute promesse: “controlleremo, rimedieremo”. Frottole. Da anni in Svizzera McDonald’s (in buona compagnia nel settore della ristorazione, bisogna riconoscerlo) si ingegna per violare il contratto collettivo e aggirare le disposizioni della Legge sul lavoro. Gli abusi scoperti di recente e rivelati la scorsa settimana dal nostro settimanale ne sono l’ulteriore conferma. Nessun “caso isolato”, ma una prassi abusiva persistente, eretta a modus operandi. Violazioni gravi e diffuse (impiego notturno e domenicale di diciottenni, occupazione per più di sei giorni consecutivi, eccetera), non leggere e circoscritte, alla Legge sul lavoro. Abusi non solo nei ristoranti dati in licenza, ma anche in quelli che dipendono direttamente dalla casa madre di Crissier. E nonostante le rassicurazioni, nulla è stato fatto per porvi rimedio. È questa la realtà che in Svizzera e altrove sta dietro la facciata del “datore di lavoro responsabile”, “indispensabile all’economia”, che offre “le stesse opportunità a tutte e a tutti”. Presa con le mani nel sacco, McDonald’s Svizzera non poteva negare e non lo ha fatto. Ma non si è accontentata di riconoscere gli abusi e di starsene zitta. Ci ha voluto aggiungere del suo, prendendosela con i «regolamenti molto restrittivi» di una Legge sul lavoro, quella Svizzera, che a livello europeo è fra le meno rigide e più favorevoli ai datori di lavoro. Il cliente è Re, perdio! Ha bisogno di umili servitori! Meno lacci legali, quindi; maggior elasticità per rispondere a «una domanda di orari di lavoro flessibili e a tempo parziale in aumento». È la filosofia fast food. Una filosofia che genera e alimenta il presunto bisogno di flessibilità invocato a giustificazione morale degli abusi. E che pretende omologare e svuotare di identità propria non solo cibo e gusti, ma anche leggi, lavoratrici e lavoratori.

Pubblicato

Venerdì 30 Aprile 2004

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