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«La domenica non si vende»

di

Claudio Carrer
«Una volta per tagliare il fieno la domenica bisognava domandare il permesso al parroco». Il vescovo di Lugano Pier Giacomo Grampa rievoca quest'antica usanza per spiegare perché «come cristiano» non può che schierarsi «con chi combatte ogni tentativo di trasformare la festa in un giorno qualsiasi», in particolare attraverso la liberalizzazione del lavoro domenicale nel settore del commercio.

Un processo in atto da molti anni anche in Svizzera e che sembra non volersi arrestare, come dimostrano le numerose iniziative politiche (in parte già realizzate) che si susseguono sia a livello federale sia a livello cantonale (votazioni popolari su questo tema si terranno la settimana prossima a Zurigo e Lucerna, vedi riquadro). Iniziative fortemente contrastate, oltre che dai sindacati, dai partiti della sinistra, dalle organizzazioni femminili e dai medici del lavoro, anche dalle Chiese. Non è un caso che la Conferenza dei vescovi svizzeri (Cvv)e la Federazione delle chiese evangeliche siano tra i protagonisti, insieme con i soggetti citati, della neo-costituita alleanza "per la domenica libera in Svizzera", che si prefigge di «contrastare, finché si è in tempo, gli inarrestabili tentativi di svuotamento della legislazione sul lavoro» e dunque impedire un ulteriore allentamento o addirittura la cancellazione dalla legge del principio del divieto di impiegare personale la domenica.
Ma è dagli anni Novanta che le Chiese svizzere intervengono nel dibattito politico allo scopo di salvaguardare questo «giorno del Signore, delle famiglie e del risposo», il cui valore «travalica, e di molto, l'aspetto religioso», come si legge in un documento del 2005. «Le riserve manifestate sulla protezione della domenica, più che espressione di un'ideologia liberale, sono sintomo di una disgregazione sociale strisciante dalle conseguenze fatali», ammonivano già all'epoca.  
Lo stesso monsignor Pier Giacomo Grampa intervenne su questo tema nell'omelia pronunciata sulla vetta del San Gottardo il 1° agosto di quell'anno. Eravamo alla vigilia della votazione federale sull'estensione degli orari di apertura dei negozi nelle stazioni e negli aeroporti, poi accettata di misura dal popolo il 27 novembre. Da allora il processo di liberalizzazione del lavoro domenicale, seppur a piccoli passi, è avanzato e anzi le manovre offensive hanno da qualche tempo ripreso vigore.
«L'evoluzione è certamente preoccupante ma purtroppo anche inevitabile, perché è legata al cammino di secolarizzazione e di scristianizzazione della civiltà occidentale», commenta monsignor Grampa, che area ha incontrato nei giorni scorsi nel suo ufficio nella Curia Vescovile di Lugano. «La Chiesa non è tuttavia rassegnata a questa evoluzione», puntualizza.

Con quali strumenti può e deve reagire la Chiesa?
A mio avviso si dovrebbe da un lato assumere un atteggiamento comprensivo di fronte a questa evoluzione (soprattutto in contesti particolari come le stazioni e gli aeroporti) e dall'altro intervenire con un lavoro di educazione, di sensibilizzazione, di formazione della mentalità della gente per far capire quanto un giorno di riposo settimanale che sia lo stesso per la maggior parte della popolazione sia importante per salvare tanto la dignità del lavoro quanto il valore della festa (intesa non solo in senso religioso ma anche antropologico e umano), quanto soprattutto l'unità della famiglia. Perché è fuori discussione che si crea un problema se una mamma o un papà deve sacrificare la domenica fuori casa per i soldi invece che per i figli. In gioco vi è il modello di civiltà che vogliamo e dunque è giusto che la Chiesa partecipi assieme alle organizzazioni politiche e sindacali a questa battaglia di educazione.
Che cosa significa avere un atteggiamento comprensivo?
Se penso per esempio al Ticino, si deve tenere conto che le sue attività commerciali subiscono una concorrenza micidiale dai centri commerciali d'oltre confine che sono sempre aperti. Un problema che ho tra l'altro fatto presente già alcuni anni fa intervenendo all'assemblea generale dei vescovi italiani, che di regola interferiscono molto nelle vicende politiche e sociali ma hanno permesso la cancellazione della sacralità del giorno di festa. Li ho dunque resi attenti di come questo si ripercuota negativamente anche nel nostro contesto sociale ed economico e li ho esortati a richiamare a una legislazione un po' più rigorosa.
Vuol dire allora che le aperture domenicali in Ticino rappresentano un bisogno?
Nella misura in cui l'apertura dei negozi, per qualche domenica l'anno, in certe situazioni o in certe località, è legata per esempio alla promozione del turismo, può essere considerata un bisogno. Se penso per esempio al Fox Town di Mendrisio, l'apertura festiva può essere eccezionalmente tollerata perché non fa solo gli interessi dei commercianti ma favorisce anche la venuta dei turisti. Certo, io preferirei che venissero per vedere le nostre belle chiese, i nostri monumenti d'arte, i nostri musei, però l'uomo è fatto anche di necessità materiali e bisogna in questo assecondarlo. In ogni caso l'eccezione non può diventare la regola.
L'estensione dei tempi di apertura dei negozi (la sera, la notte, la domenica) viene considerata dai suoi fautori come uno strumento per dare agli individui maggiore libertà, in particolare libertà di consumare. A tempi di lavoro sempre più dilatati dovrebbero insomma corrispondere tempi di consumo sempre più ampi per consentire a chi lavora di consumare. Come giudica questo tipo di ragionamento?  
La libertà è sempre una scelta responsabile che ha delle motivazioni a suo sostegno. La liberalizzazione fine a sé stessa non è dunque libertà bensì licenza, che non è un valore ma un permissivismo distruttivo e irresponsabile. Il giorno del riposo non può essere sacrificato sull'altare del denaro, del commercio, dell'egoismo, dell'individualismo e della grettezza: così si distrugge la dimensione solidale e sociale del vivere in comune.
Già una decina d'anni fa il sociologo italiano Domenico De Masi, esprimendosi sulla trasformazione della domenica in un giorno qualsiasi, parlava di «un processo ormai inarrestabile anche in Europa» che prima o poi porterà persino all'apertura delle scuole nei giorni festivi. L'attuale modello sarebbe insomma destinato a saltare...
Questo dipende dall'uomo, dai valori che ha dentro di sé e che ritiene di difendere e affermare. Quando ci saranno uomini così vuoti e così indifferenti, probabilmente s'imporrà questo modello. Ma mi chiedo quale tipo di civiltà proponiamo alle generazioni future se rompiamo la sacralità della domenica e il ritmo del riposo. In occasione di un viaggio in Cina, dove si lavora sette giorni su sette ventiquattrore al giorno, ho trovato spaventoso, orripilante vedere alle due di notte cantieri edili che costruivano palazzi a Shanghai. Così si fa l'uomo servo e schiavo. 

Pubblicato

Venerdì 8 Giugno 2012

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