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La difficile conta dei morti d'amianto

di

Claudio Carrer
n vita avvolti dalla polvere d'amianto e da morti avvolti nel silenzio. Sembra essere questo il destino delle migliaia di vittime provocate dal minerale killer in Svizzera, un paese in cui la volontà di cancellare un passato scomodo pare prevalere su quella di fare chiarezza. Persino quando si tratta di fare la conta dei morti, che sono molti di più di quanti comunemente si ritiene, persino tra semplici cittadini che non hanno mai messo piede in una fabbrica in cui si utilizzava l'asbesto.

Lo abbiamo scoperto quasi casualmente, perché incuriositi dagli ultimi dati sulle cause di morte recentemente pubblicati dall'Ufficio federale di statistica (Ufs), a cui area ha chiesto informazioni dettagliate riguardanti il mesotelioma, il tipico tumore d'amianto (vedi articolo sotto) che si manifesta anche decenni dopo l'esposizione e che uccide nel giro di pochi mesi. A colpire è il numero dei casi registrati: molti e sempre di più dei "circa 100 all'anno" che vengono solitamente indicati da un soggetto di riferimento come la Suva, l'Istituto nazionale svizzero d'assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali. Secondo i dati trasmessici dall'Ufs erano ben 174 nel 2010, 162 l'anno prima e 157 nel 2008. Ma non solo: il numero di morti per mesotelioma è dal 1996 stabilmente superiore ai 100 all'anno e dal 2006 supera i 150.
La dimensione e l'evoluzione del fenomeno sono confermate anche dalle informazioni che area ha potuto raccogliere grazie alla collaborazione del registro dei tumori del Canton Ticino e alle statistiche nazionali della fondazione "Nicer", che per conto della Confederazione si occupa della valutazione e dell'elaborazione dei dati rilevati dai registri dei tumori cantonali e regionali.
Particolarmente interessanti sono quelli relativi ai nuovi casi di mesotelioma pleurico (per semplicità ci limitiamo a considerare questa forma di tumore d'amianto, che è la più comune) che ogni anno vengono scoperti dai medici di tutta la Svizzera: come risulta dalla tabella accanto, il loro numero a livello svizzero è in continua crescita; tra il 1985 e il 2009 si contano più di 3 mila nuove diagnosi, quasi 900 nel solo periodo 2005-2009. E altrettanti sono i morti: «Trattandosi di una malattia inguaribile e che uccide nel giro di poco tempo, il numero di nuovi casi e quello dei decessi si assomigliano sempre» spiega il dottor Andrea Bordoni, responsabile del Registro dei tumori del cantone Ticino.  
Senza addentrarci ulteriormente nella comparazione delle varie statistiche, risulta evidente, già alla luce di questi pochi dati, che la valutazione della Suva secondo cui in Svizzera l'amianto fa un centinaio di vittime all'anno non è (più) realistica. Abbiamo allora chiesto aiuto allo stesso ente per capire le ragioni delle discrepanze tra le statistiche dell'Ufs e dei registri dei tumori e i dati in suo possesso in quanto principale assicuratore contro le ripercussioni degli infortuni e delle malattie professionali in Svizzera.
«Sono differenze che si possono spiegare», risponde la Suva in una presa di posizione scritta, in cui si ricorda innanzitutto che «una parte della popolazione non ha mai avuto un'assicurazione contro gli infortuni e pertanto non le può essere stata riconosciuta alcuna malattia professionale» registrata dalla Suva. Bisogna poi considerare che «il mesotelioma nel 20 per cento dei casi (tra gli uomini, probabilmente più sovente tra le donne) insorge senza che vi sia stata un'esposizione professionale alle polveri di amianto». Nel suo scritto la Suva menziona in particolare «persone che sono state esposte in quanto lavoratori autonomi, svolgendo lavori per hobby, vivendo vicino a stabilimenti industriali o entrando in contatto con abiti contaminati» (le tute da lavoro piene di polvere venivano spesso lavate a casa dalle mogli degli operai, ndr). Vi sarebbero poi anche casi di cittadini «immigrati che hanno subito un'esposizione ambientale altrove», afferma la Suva, la quale tiene infine a sottolineare che, grazie ai suoi sforzi di informazione e sensibilizzazione dei medici e degli studenti in medicina, «si può ritenere che oggi la stragrande maggioranza dei mesoteliomi che colpiscono persone un tempo assicurate contro gli infortuni venga segnalata come malattia professionale alla Suva sia dai medici e sia dagli ospedali».
In ogni caso, noti o non noti alla Suva, i malati e i morti ci sono. E sono tanti, sicuramente molti di più di quelli che figurano nelle statistiche di cui ci occupiamo in questo articolo. Si deve infatti per esempio tenere presente che la maggior parte di coloro che hanno lavorato tra gli anni Cinquanta e gli anni Novanta nelle fabbriche svizzere dell'amianto (come la Eternit a Niederurnen e a Payerne) erano immigrati italiani, spagnoli e portoghesi che nel frattempo sono rientrati nei loro paesi d'origine e lì sono morti o stanno morendo senza lasciare traccia alcuna nelle statistiche elvetiche. D'altro canto vi sono anche dei morti d'amianto che non vengono registrati come tali solo perché a ucciderli non è il mesotelioma ma un "banale" cancro del polmone o un "semplice" soffocamento da asbestosi. E poi ci sono quelli, come ammette la stessa Suva, che hanno inalato le polveri d'amianto lavando a casa le tute da lavoro o (come ci hanno raccontato dei testimoni diretti) giocando da bambini all'interno dei tubi in cemento amianto ricoperti di polvere che erano accatastati nei pressi della Eternit di Niederurnen o in altro modo ancora. «Nella maggior parte dei casi -spiega il dottor Bordoni- l'esposizione ad amianto è di origine professionale, ma non va sottovalutata nemmeno quella che avviene negli ambienti di vita, in quanto non si conosce una soglia di rischio rispettivamente una dose di polveri sufficiente e necessaria perché si sviluppi un processo di cancerogenesi».
Probabilmente non conosceremo mai con esattezza le dimensioni della tragedia consumatasi in Svizzera, ma provando a tirare le somme delle informazioni che si riescono a raccogliere, forse, un'idea ce la si può fare.

Pubblicato

Venerdì 14 Settembre 2012

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