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La deutsche vita

di

Tommaso Pedicini
Gli ultimi mesi sono stati tutto un susseguirsi di mostre, tavole rotonde e celebrazioni ufficiali per ricordare che il prossimo 20 dicembre cade il cinquantenario degli accordi tra i governi di Roma e Berlino sul reclutamento di manodopera italiana per le industrie tedesche. Quel giorno di dicembre di 50 anni fa la guerra era un ricordo ancora vivo e l’unità europea poco più che una chimera. L’Italia e la Germania erano alle prese con problemi contrapposti. A Sud delle Alpi, specie nel Mezzogiorno e nelle campagne, c’era un esubero di manodopera, ma mancavano le materie prime. In riva al Reno era in atto il boom economico, ma mancavano le braccia necessarie alla produzione. L’accordo fu trovato molto velocemente e con un ritorno politico per entrambi i governi. Con la valvola di sfogo dell’emigrazione, la Dc gettava acqua sul fuoco delle rivendicazioni sociali dei contadini meridionali, che in quegli anni erano passati più volte alle vie di fatto, occupando i latifondi e scontrandosi duramente con la polizia e gli eserciti privati degli agrari. Da parte sua il governo Adenauer puntava a introdurre nel paese manodopera a basso costo con cui arginare le rivendicazioni salariali del movimento operaio e sindacale tedesco. Le condizioni per uno scontro frontale tra i “Gastarbeiter”, come venivano chiamati gli italiani, e i lavoratori autoctoni c’erano insomma tutte, specie se si pensa che l’occupazione tedesca da una parte e il “tradimento” italiano dall’altra erano ricordi vicini e tragici per tutti. E, in effetti, l’accoglienza riservata ai ragazzi che arrivavano dal Sud fu, all’inizio, molto dura. A rileggere le cronache del tempo ci si trova di fronte ad un’incredibile serie di pregiudizi: l’italiano fannullone che ruba lo stipendio che il tedesco si guadagna onestamente, l’italiano assatanato che molesta le donne tedesche, l’italiano accoltellatore e via farneticando. Della lista dei luoghi comuni faceva chiaramente parte anche l’immagine dell’italiano nemico giurato dell’igiene. Peccato che ben pochi cronisti del tempo avessero l’onestà di raccontare che i “Gastarbeiter” venivano alloggiati, a decine per stanza, in baracche fatiscenti e senza servizi igienici ai margini delle fabbriche. Spesso le stesse in cui avevano penato, fino a 10 anni prima, gli “Zwangsarbeiter”, i lavoratori coatti, anche italiani, schiavizzati dai nazisti. Sul lavoro le cose non andavano certo meglio. Considerati carne da lavoro dai padroni e denigrati dai colleghi che vedevano in loro degli usurpatori dei posti destinati ai “fratelli dell’Est”, gli italiani potevano consolarsi solo con il rispetto dei minimi contrattuali che il sindacato tedesco era riuscito ad imporre al governo e al padronato per tutelare dal dumping i propri iscritti. Se è vero che il lento processo di integrazione degli italiani è passato in primo luogo dall’adesione al Dgb (il sindacato unitario tedesco), è anche, però, vero che per anni i funzionari sindacali hanno visto nei “Gastarbeiter” sia dei potenziali crumiri, che, paradossalmente, dei pericolosi agitatori. Il fatto stesso di provenire dal paese con il partito comunista più forte dell’Europa occidentale era motivo di sospetto anche per i militanti del Dgb e della Spd in quegli anni di paranoia maccartista. Il trattato sulla libera circolazione all’interno dei paesi aderenti alla Cee (1961) permise agli italiani di effettuare i primi ricongiungimenti familiari e di spostarsi a più riprese tra Italia e Germania. Erano le premesse sia per la nascita di una comunità stabile, con tanto di patronati, associazioni religiose e ricreative, che per il fenomeno del pendolarismo tra i due paesi, che, a detta di alcuni studiosi, in questi 50 anni ha interessato oltre 3 milioni di persone. A differenza degli altri gruppi di “Gastarbeiter”, gli italiani risentirono meno del blocco dell’afflusso di manodopera dall’estero, voluto dal governo federale nel 1973 per fronteggiare la crisi economica. Molti ex “Gastarbeiter”, spesso sposati con cittadine tedesche e padri di bambini nati in Germania, si riciclarono come piccoli imprenditori, aprendo ristoranti, bar, gelaterie e negozi. Oggi siamo alla terza generazione di italiani in Germania. Gli ex “Gastarbeiter” e i loro discendenti sono diventati parte della società tedesca e hanno contribuito a modificarne le abitudini e lo stile di vita. Chi lo desidera adesso può ottenere la cittadinanza tedesca, senza dover più rinunciare a quella d’origine. Con buona pace della destra, che fino a qualche anno fa con Helmut Kohl si ostinava a apaese d’immigrazione”, quella tedesca è una società multiculturale. E questo anche grazie ai “Gastarbeiter” arrivati dal Sud 50 anni fa. Eppure i tanti problemi ancora sul tappeto (dall’altissima percentuale di disoccupati tra gli italiani, al disastroso rendimento scolastico dei giovani in una scuola tedesca selettiva e classista, fino al disinteresse per la politica) mettono in discussione i risultati ottenuti sulla via dell’integrazione. Integrazione fa rima con amore La collettività italiana in Germania, con circa 700.000 unità, è la più numerosa in Europa e la seconda al mondo. Gli italiani rappresentano oltre l’8 per cento della popolazione straniera nella Repubblica federale e sono la comunità più numerosa dopo quella turca. I Länder con la maggiore presenza italiana sono la Baviera, il Baden-Württemberg, il Nordreno-Vestfalia e la Bassa Sassonia nella zona di Wolfsburg. Oltre il 70 per cento degli italiani vive in Germania da più di 10 anni e il 30 per cento è nato sul territorio federale. All’inizio del processo migratorio la quasi totalità degli italiani era costituita da lavoratori dipendenti impiegati nel settore industriale. Già a partire dalla fine degli anni ’60, grazie agli accordi sulla libera circolazione per i cittadini della Cee, i primi italiani cominciarono a mettersi in proprio. Nel 1975 i piccoli imprenditori italiani in Germania erano oltre 12.000. 30 anni dopo il loro numero è salito a 46.000. Si tratta per oltre il 70per cento di ristoratori e commercianti al dettaglio. A partire dalla metà degli anni ’80 hanno cominciato ad affluire in Germania anche studenti e ricercatori universitari, liberi professionisti e artisti. Questo tipo di emigrazione “intellettuale” costituisce comunque tuttora un fenomeno marginale. La disoccupazione rappresenta il grande problema aperto della comunità italiana. Con il 22 per cento di disoccupati (il dato è del settembre scorso) gli italiani pagano il prezzo più alto, assieme ai turchi, per la recessione economica in atto in Germania. La media federale dei senza lavoro è, infatti, attestata attorno all’11 per cento. Estremamente allarmanti anche i dati relativi al rendimento scolastico degli alunni italiani. Il 9 per cento di essi frequenta le scuole differenziali (la media tra i tedeschi è del 4 per cento) e appena il 7 per cento dei ragazzi italiani consegue la maturità liceale, unica via d’accesso alla formazione universitaria. Nonostante l’Unione europea e l’euro, anno dopo anno, continua a ripetersi il dramma delle espulsioni di cittadini italiani dalla Germania. Si tratta, per lo più, di persone accusate di rapine e spaccio di stupefacenti. Nel 2003 i casi di espulsione sono stati 45. In molti casi si trattava di persone nate e cresciute in Germania. La partecipazione politica degli italiani, anche a 50 anni dal loro arrivo in Germania, continua ad essere estremamente bassa. L’affluenza alle ultime elezioni europee è rimasta sotto il 30 per cento. Stesso discorso anche per le elezioni comunali, a cui gli italiani possono partecipare già da alcuni anni. Ad oggi sono appena 110 gli italiani eletti nelle amministrazioni locali tedesche. Benché dalla fine del 2002 gli italiani possano acquisire la cittadinanza tedesca senza perdere quella d’origine, non vi è stata l’attesa corsa al passaporto con l’aquila. Sono meno di mille gli italiani che ne fanno richiesta ogni anno. Aumentano, invece, di anno in anno (quasi 3.000 nel 2003), i matrimoni misti italo-tedeschi. Evidentemente l’integrazione si sta compiendo a livello familiare, invece che sul piano politico. “Noi, gli Spaghettifresser” «Per arrivare in Germania negli anni ‘50 non era certo facile come oggi. Non si poteva prendere una macchina e partire. Ad Arezzo facemmo tutte le carte necessarie e poi fummo mandati a Verona per le visite mediche. Fu un’esperienza scioccante. Eravamo tutte nude e sole in un corridoio. I medici passavano e ci visitavano. Separavano uomini e donne e così persi mio marito. Il viaggio verso la Germania lo feci su di un treno speciale per emigranti in compagnia di altre donne mai viste prima. Mio marito lo ritrovai solo all'arrivo in Germania.» Rita Dindelli, in Germania dal 1956. «Gli inizi furono durissimi. Al lavoro, in miniera, ci trattavano come gli animali. Se protestavamo ci chiamavano ‘Spaghettifresser’ e dicevano di tornarcene a casa nostra. Solo dalla fine degli anni ’60 i tedeschi hanno cominciato a trattarci meglio… e abbiamo lasciato l’ultimo gradino della scala ai turchi.» Salvatore Palumbo, in Germania dal 1957. «Ci affittavano le cantine delle case vecchie. Loro si pagavano il mutuo delle case nuove con i nostri affitti e noi non avevamo neppure il bagno. Da noi c’era un bagno solo per tutti, con una vasca di ferro vecchia, dove si faceva il bagno una volta la settimana. I padroni ci prestavano la chiave del bagno ma, quando andavano via, chiudevano a chiave. Una volta mia sorella ha dovuto correre al bagno, ha trovato la porta chiusa e l’ha fatta davanti alla porta.» Giusi Daì, in Germania dal 1960. «Per quanto riguarda il lavoro qui in Germania è molto meglio che da noi. In Italia c’è sempre la tendenza dei padroni a sfruttarti come lavoratore. Qui anche, ma le leggi ti tutelano meglio, c’è più correttezza. Quando torno in Sicilia per le vacanze ormai faccio fatica a riadattarmi a quella mentalità.» Luigi Impelluso, in Germania dal 1964. «La nostalgia per l’Italia è sempre presente, non passerà mai. Ma che potevo fare se non emigrare? Dal mio paese in Sicilia se ne sono andati l’80% dei ragazzi della mia età. Chi in Germania, chi in Belgio o in Svizzera, molti anche negli Stati Uniti. È stato meglio per tutti: per chi se ne è andato e ha lasciato la miseria e per chi è rimasto e si è diviso il poco lavoro che c’era.» Vincenzo Ruggeri, in Germania dal 1971. «Quando arrivai in Germania nei negozi non si trovava nemmeno l’aglio e il basilico! Oggi è tutto diverso: col tempo sono arrivati tutti i prodotti italiani e non solo i generi alimentari. Basta guardare le città tedesche per capire che hanno copiato da noi il nostro stile di vita: ristoranti italiani, bar coi tavolini all’aperto, persino l’eleganza nel vestire. Anche questo aiuta a sentirmi un po’ più a casa.» Livia Martino, in Germania dal 1958. «Ho deciso di prendere la cittadinanza tedesca così potrò votare anche io alle prossime elezioni. Sono qui da più di 30 anni, rispetto le leggi e pago le tasse come i tedeschi e non capisco perché debba continuare ad essere un cittadino di serie B. Ora poi, con le regole sulla doppia cittadinanza, si può mantenere anche il passaporto italiano.» Patrizia Laganà, in Germania dal 1971.

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Venerdì 25 Novembre 2005

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