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Italia

La cupola delle larghe intese dell'Expo

di

Loris Campetti

Hai voglia a dire che dai tempi di Tangentopoli è cambiato tutto, che dopo vent’anni i partiti di allora non esistono più, che adesso la politica è in secondo piano rispetto ai faccendieri e agli imprenditori. Mutatis mutandis, cambiato il nome dei partiti, l’elenco degli arrestati per gli imbrogli e le mazzette che hanno finora caratterizzato la costruzione dell’Expo di Milano riporta al centro dello scandalo gli stessi soggetti politico-economici della Prima Repubblica.

 

Anzi, senza neanche cambiare i nomi, ecco qua il “professore onorevole” Gianstefano Frigerio, tangentista democristiano vent’anni or sono e tangentista berlusconiano – poi alfaniano – oggi. Aveva l’ufficio in cui costruiva la rete per avvolgere l’Expo nella sede di Forza Italia. Tra appalti e subappalti, con il coinvolgimento ora vero ora millantato dei massimi vertici dell’Expo, di politici nazionali e amministratori della Regione Lombardia nonché della Liguria, l’imprenditoria cattolica ha avuto i suoi favori, certo non gratuiti, così come vent’anni or sono si ingrassava la Compagnia delle Opere giussaniana, insieme naturalmente alla Dc e ai suoi satelliti. Fu Tangentopoli a chiudere un’epoca, con la fuga di Craxi ad Hammamet, ma il pool di Milano fallì, almeno rispetto all’obiettivo di disinfettare definitivamente la politica italiana.


Frigerio è finito in manette in ottima compagnia: Primo Greganti, il “compagno G”, quello che “sono un comunista non ho altro da dichiarare” e si fece la galera senza fiatare, assumendosi ogni responsabilità per salvare il Pci e la Lega delle cooperative dall’accusa di aver incassato vagonate di danaro procacciate proprio dal compagno G. Se prima di Tangentopoli Greganti era un “uomo di fiducia” del Pci e della sua armata imprenditoriale, con il suo silenzio è diventato una specie di mito, anche se il Pd torinese non ha potuto evitare di sospenderlo (perché la nuova tessera al partito mutante nel nome ma meno nei comportamenti non gliela avevano certamente negata) in attesa delle decisioni della magistratura. Greganti è coerente oltre che fidato, e continuerebbe secondo l’accusa a fare acquisti e vendite alle Coop.


Con i due faccendieri sono finiti in galera il manager dell’Expo Angelo Paris, reo confesso, lasciatosi corrompere nell’assegnazione di appalti per avere “vantaggi in carriera e protezione politica”, come ha ammesso durante gli interrogatori. Perché è difficile dire di no a chi come Frigerio frequenta la villa di Arcore. Neanche l’imprenditore Enrico Maltauro, altro reo confesso e unico padrone per ora in galera, poteva tenersi fuori dalla rete lanciata da Frigerio per conto – così sosteneva il “professore onorevole” – proprio di Berlusconi. In manette un altro post-democristiano pizzicato con la lista delle mazzette: Sergio Cattozzo. E c’è anche Luigi Grillo, ex senatore Pdl, attualmente sodale di Alfano che chiama in causa da Moretti (promosso dal vertice delle Ferrovie alla guida di Finmeccanica) a Previti, latitante a Beirut.


Adesso nel ruolo di castigamatti, con l’obiettivo di salvare l’Expo, il premier Renzi ha messo Raffaele Cantone che chiede poteri speciali per vigilare e combattere la corruzione. Anche se non può disdire gli appalti truccati già assegnati. E anche se in Italia si possono impunemente falsificare i bilanci, grazie alle antiche performances dei governanti Alfano e Berlusconi. Ma si è parlato anche di ridurre la burocrazia per accelerare i tempi (dottrina renziana), dopo lo stop provocato dagli arresti: come se la cosiddetta “semplificazione delle procedure” non sia una delle cause della dilagante corruzione e delle infiltrazioni di mafie e malaffare economico e politico per miliardi di euro nella grande opera milanese e in altre più o meno collegate piccole grandi opere.


Maledette grandi opere, si chiamino Tav, Olimpiadi invernali o Expo. Vale per l’Italia – sulla Tav, dopo le infiltrazioni mafiose e criminali, si combatte ancora in una Val di Susa sacrificata a un’idea ottocentesca di sviluppo; le Olimpiadi sulla neve hanno gettato il comune di Torino al primo posto tra le città indebitate; dell’Expo abbiamo già detto – come è valso per la Grecia che ancora paga prezzi altissimi per i disastri legati agli sperperi e all’illegalità che hanno segnato le Olimpiadi del 2004. Greci e italiani, una faccia una razza. Due popoli, due vittime di una politica economica, sociale, culturale e alla fine morale devastante, imposta da Berlino e realizzata da locali Grosse Koalition. Grosse Koalition per Grandi Opere.

Pubblicato

Giovedì 22 Maggio 2014

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