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La crisi dell’industria

di

Silvano De Pietro
La situazione nell’industria della metallurgia e delle macchine si va facendo preoccupante. Certo, il processo di ristrutturazione è in atto da tempo e prosegue con modalità vicine allo smantellamento di parte del settore industriale tradizionale, ma gli errori di strategia e di gestione, sommati alla tendenza a rompere i contratti collettivi di lavoro, ad introdurre contratti individuali che non garantiscono i diritti acquisiti ed a procedere a licenziamenti ingiustificati, sta producendo situazioni insostenibili, anche al di là della soppressione di posti di lavoro, che prima o poi potrebbero esplodere in aperti conflitti. Particolarmente delicata è, in questo momento, la condizione dell’Asea Brown Boveri (Abb) e della Von Roll. Altre grosse difficoltà finanziarie, che non rappresentano nulla di buono per i lavoratori, si vanno annunciando per il gruppo Ascom, pesantemente indebitato, che l’anno scorso ha fatto registrare ulteriori perdite e che è destinato praticamente a dimezzarsi. Cause principali sono le difficoltà che questo settore industriale trova sui mercati. Ma causa immediata delle pesanti ristrutturazioni sono le grosse interferenze delle banche, nelle cui mani è ormai il destino dell’industria elvetica. In questa pagina esaminiamo la situazione dell’Abb e della Von Roll. «Sono deluso, perché per tutto il mio impegno ancora non ho ricevuto un grazie». A sfogarsi è un vecchio dipendente (chiamiamolo: H.M.) del gruppo industriale svizzero-svedese Abb. «Gli ultimi quattro o cinque anni sono stati i peggiori», continua H.M. «Nessuno di noi sa quanto a lungo potrà restare. L’insicurezza in fabbrica è oltremodo grande, il morale è quindi basso. Ma restiamo uniti». Queste parole di H.M. sono una testimonianza, un solo piccolo assaggio del clima che regna in una delle industrie più prestigiose della Svizzera, dopo che il suo capo, il tedesco Jürgen Dormann ha annunciato un paio di settimane fa un ulteriore taglio da 8 mila a 12 mila posti di lavoro nei prossimi 18 mesi. La delusione del personale è resa ancor più cocente dal fatto che già nel 2001 il predecessore di Dormann, Jörgen Centerman, aveva ordinato un drastico programma di soppressioni che nel frattempo ha già sacrificato 13 mila 100 posti di lavoro. Lo scopo di questi “cambiamenti rapidi e radicali”, di cui l’Abb, secondo Dormann, avrebbe bisogno, è quello di risparmiare almeno 800 milioni di dollari (1,16 miliardi di franchi). «Tutto ruota ancora intorno al denaro», continua lo sfogo di H.M. «I costi sono troppo alti, ed ai vecchi dipendenti viene tagliato lo stipendio. Ma ciò che soprattutto mi fa arrabbiare, è che mentre su di noi si risparmia tanto, ai piani alti si distribuiscono bonus. Quest’ultimi non si giustificano con le prestazioni, visto il disastro combinato da questa direzione, che ha portato alla rovina un gruppo di livello mondiale. È una vera furfanteria». I problemi attuali dell’Abb sono essenzialmente dovuti alla scarsa redditività degli affari ed all’enorme indebitamento. Inoltre, secondo Dormann, i ricavi preventivati riducono per quest’anno il margine di guadagno ad un magro 1,5 per cento del fatturato (l’anno scorso era del 2,5), mentre in origine era previsto un 4 o 5 per cento. E se fino a poco tempo fa Dormann parlava di un fatturato stabile, ora anche questo viene corretto, sia pur leggermente, al ribasso. Il rischio maggiore per l’Abb, dato il suo alto indebitamento, è una crisi di liquidità. Per questo il vertice del gruppo sta trattando la vendita degli scomparti petroliero, del gas, petrolchimico e di tecnica delle costruzioni. Verranno quindi ridotti da 18 a 12 i settori d’attività del gruppo e le divisioni “automazione” ed “energia” saranno accorpate. Ma ora ci si chiede se questa cura da cavallo basterà a salvare il gruppo da una lenta e dolorosa liquidazione. Certo, i posti di lavoro che verranno soppressi in Svizzera saranno forse “soltanto” qualche centinaio a livello di quadri medi («Esamineremo la situazione paese per paese e funzione per funzione», ha detto Dormann), ma l’intero organico che lavora per l’Abb dovrà scendere dalle attuali 150 mila alle 110 mila persone. Il sindacato Flmo ha reagito con grande preoccupazione a questa prospettiva. «Insieme con il personale e con gli altri sindacati coinvolti a livello internazionale» – afferma una nota della direzione della Flmo – «ci difenderemo contro i licenziamenti annunciati, poiché ancora una volta sarebbero i lavoratori a dover pagare per i gravi errori dei manager». «Anche quest’ultimi licenziamenti in massa annunciati da Jürgen Dormann» – prosegue la nota sindacale – «in misura analoga a quelli del suo infelice predecessore Jörgen Centerman, testimoniano di una carente visione strategica industriale». E con questo modo di fare gli annunci, «a spezzoni e non trasparente, viene rafforzata l’insicurezza tra i collaboratori». Un esempio parlante di questa insicurezza sono le affermazioni di H.M. sopra riportate, che il giornale in tedesco della Flmo (“Smuv-Zeitung”) ha pubblicato insieme a quelle di un suo collega, impiegato al centro di ricerche dell’Abb a Dättwil. «Da noi regna attualmente una grande sfiducia nei nostri dirigenti» ha detto quest’ultimo. «Hanno smembrato l’Abb e ne hanno venduto alcune parti, ma senza utilizzarne il ricavo per rafforzare l’azienda. Ciò che mi fa arrabbiare, è che queste prestazioni sbagliate vengano ancora compensate con alte somme. Se l’Abb chiudesse, la perdita sarebbe enorme e una grande tradizione andrebbe distrutta. E la colpa sarebbe soltanto del management, dato che il personale ha un ottimo know-how tecnico. Mi fa un po’ pensare quanta poca fiducia si possa avere in una dirigenza». Il sindacato Flmo ha chiesto ovviamente alla direzione dell’Abb di coinvolgere subito e in modo attivo il personale nelle decisioni relative alla ristrutturazione del gruppo, e di rivelare senza riserve stipendi e bonus dei manager, nonché le prestazioni che li giustificherebbero. Il sindacato ricorda anche la responsabilità di banchieri e finanzieri per le difficoltà dell’Abb e la necessità di una valutazione attenta, anche dal profilo penale, dell’operato dei manager Abb negli ultimi anni. La Von Roll va in pezzi. E spera di sopravvivere Non c’è soltanto l’Abb a preoccupare lavoratori e sindacati. La Von Roll, un altro complesso industriale svizzero ricco di tradizione, si trova in serie difficoltà: un gruppo di banche l’ha salvata in extremis dal fallimento, ma è costretta a vendere alcune sue parti per avere qualche possibilità di sopravvivenza. Una soluzione, questa, che non promette nulla di buono, visto quello che sta succedendo alla fonderia di Bienne, ceduta in agosto alla Swiss Metal Casting (una società costituita dagli stessi dirigenti della fabbrica). Le accuse del sindacato Flmo alla direzione della Swiss Metal Casting sono pesanti, e vanno dal mobbing alla rottura del contratto, fino al licenziamento per rappresaglia del presidente della commissione aziendale. Secondo Fabienne Blanc-Kuhn, membro del comitato direttore della Flmo, «per legge il contratto collettivo di lavoro avrebbe dovuto valere ancora un anno». Invece, dopo il cambio di proprietà della ditta, ai circa 70 dipendenti sono stati sottoposti nuovi contratti individuali, nei quali non si parla né della settimana lavorativa di 40 ore, né della quinta settimana di ferie, e neppure della tredicesima mensilità (al suo posto viene promesso un “supplemento di fine anno”). Naturalmente, sui dipendenti (circa una dozzina) che non hanno firmato questo contratto-capestro, viene esercitata ogni sorta di pressione. Altri collaboratori, anziani e ammalati, con 20 o 30 anni di anzianità di lavoro alla Von Roll, vengono buttati sulla strada senza scrupoli. La stessa sorte è toccata al presidente della commissione aziendale (27 anni di lavoro nella fonderia) che aveva lanciato una raccolta di firme per contestare questi nuovi contratti di lavoro. Con questo precedente della Swiss Metal Casting, è chiaro che nuove notizie di smembramento della Von Roll destano preoccupazione. L’impresa ha già tagliato negli ultimi due anni qualcosa come mille 500 posti di lavoro. Ora, una piccola notizia apparsa sui giornali sabato 2 novembre e un annuncio alla stampa il martedì successivo, hanno in poco tempo disegnato della Von Roll una situazione alquanto difficile, che produce insicurezza per il futuro dei posti di lavoro, anche se per il momento non viene ancora presentata come allarmante. La prima notizia ha ricordato che l’impresa Von Roll dipende interamente dalle banche. Dal consorzio di istituti di credito che la sostenevano, cinque banche si sono ritirate. Le altre quattro, per non lasciare che il complesso industriale andasse subito in fallimento, hanno prolungato con esso l’accordo di moratoria per altri otto mesi. È soltanto una boccata d’ossigeno, che assicura alla Von Roll un ulteriore credito (e quindi la necessaria liquidità per tirare avanti) di 90 milioni di franchi. Inoltre, le quattro banche hanno anche rinunciato ad una parte dei loro crediti. La condizione perché questo salvataggio si avverasse, è stata rivelata il 5 novembre: l’immediata ristrutturazione dell’impresa. Una rivelazione per modo di dire, poiché è ovvio che, per chi fa credito ad un’azienda in una brutta situazione, la prima esigenza è che l’azienda venga ristrutturata affinché torni ad essere redditizia. Ma che cosa significhi in concreto questa ristrutturazione per Von Roll, che ha già fatto altre cure di dimagrimento, l’ha spiegato il direttore generale Martin Messner. In pratica – ha detto Messner – i notevoli risparmi effettuati negli ultimi anni sono stati divorati dal crollo del mercato. E poiché tutte e tre le divisioni che compongono attualmente l’impresa non sono redditizie, non rimane altro da fare che venderne due (Infratec e Inova) e tenersi la terza (Isola), dichiarata attività vitale sulla quale puntare per un rilancio. Con una simile operazione, Von Roll si autoriduce il fatturato di oltre due terzi (da 1,6 miliardi a circa mezzo miliardo di franchi) ed il personale a poco meno della metà: da 4 mila 800 a 2 mila 300 unità. Ma compie anche un altro passo significativo: si disfa del suo settore più tradizionale, la fonderia. Un passo che non viene del tutto condiviso dai sindacati, in particolare da Beda Moor, membro del Comitato direttore del sindacato Flmo, secondo il quale la decisione dell’impresa di concentrarsi sulla divisione Isola (tra l’altro, tenuta attualmente al di fuori del contratto collettivo di lavoro) sarebbe comprensibile ma non assolutamente necessaria, poiché anche altre divisioni potrebbero essere prese in considerazione. In altre parole: perché disfarsi delle fonderie? La risposta l’ha data il nuovo presidente del consiglio d’amministrazione, Alfred Niederer, dicendo: «La Von Roll non è più la Von Roll di una volta». Le divisioni Inova e Infratec sarebbero – sempre secondo Niederer – troppo piccole; e per continuare a sviluppare tutti e tre i settori con le proprie forze mancherebbero all’impresa i necessari mezzi finanziari. Le fonderie dovrebbero trovare un acquirente entro il prossimo mese d’aprile: trattative sarebbero già in corso. Per la divisione Inova, dovrebbero essere avviati i primi contatti ed i tempi, quindi, si allungherebbero fino a giugno. Non è ancora chiaro come verrebbe finanziata la ristrutturazione, dato che prima di vendere pezzi d’industria occorre azzerarne i debiti. Una buona fonte di liquidità è la cessione, ormai sul punto di essere perfezionata, della ditta di commercializzazione macchine Robert Aebi. Ma un grosso sforzo verrà chiesto dal consiglio d’amministrazione agli azionisti, la cui assemblea generale è prevista per il prossimo 2 maggio. Resta il disagio di un rilancio della Von Roll fondato su basi estremamente ridotte, ed altamente incerto negli esiti. «Noi crediamo che Von Roll sia stata costretta dalle banche a questa riorganizzazione», ha detto Beda Moor. In ogni caso, il sindacato chiede che, comunque, la divisione Isola venga ora posta sotto il contratto collettivo di lavoro.

Pubblicato

Venerdì 22 Novembre 2002

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