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La criminalità non è nei numeri

di

Can Tutumlu
Non è solo con la morte assurda durante il carnevale di Locarno – per la quale sono indiziati tre giovani stranieri – che si è cominciato a parlare di criminalità straniera e di violenza giovanile. L'"emergenza stranieri" e le problematiche dei giovani tornano a ondate sulla stampa. All'avvicinarsi degli appuntamenti elettorali i proclami politici si fanno ancor più solenni. La destra chiede a gran voce misure repressive giacché quelle preventive – alla luce di fatti gravi di cronaca e dell'ondata di emozioni che ne segue – sarebbero insufficienti. Durante le scorse elezioni federali la campagna politica è stata incentrata proprio sui problemi che genererebbero gli stranieri. Anche in Ticino nelle ultime tre settimane abbiamo sentito parlare di "pene esemplari", di "tolleranza zero" e di "task force" – quasi che il gruppo di studio sulla violenza giovanile da poco istituito fosse formato da graduati dell'esercito – per controllare quella che sembra essere diventata improvvisamente "un'esplosione della violenza dei giovani stranieri". Il governo è stato interpellato anche in sede parlamentare con domande del genere «Quanti reati violenti sono stati commessi in Ticino nel 2007 da persone di nazionalità straniera (si chiede di indicare i reati e le rispettive nazionalità)?» (Lorenzo Quadri, Lega).
La sinistra invece – sia a livello cantonale che svizzero – barcolla. Quando va bene sta muta di fronte ai fatti di cronaca aspettando che lo sdegno possa lasciare spazio a discussioni più serene e ragionate. In altri casi cerca di scimmiottare una destra molto più abile ad incanalare la rabbia e la paura della maggior parte della popolazione.
I giorni che sono seguiti alla morte di Damiano Tamagni nelle lettere alla stampa e soprattutto nei forum di discussione su internet si è mostrata anche la faccia più dura della società ticinese. I blog si sono riempiti di statistiche sulla criminalità degli stranieri in cui si dimostrerebbe che sono loro che si macchiano dei crimini più efferati. La loro violenza, il male della loro cultura e il loro disagio si trasmetterebbe a macchia d'olio nel tessuto della società. Ed è proprio dalla battaglia delle cifre, di affermazioni come «È sbagliato dire ipocritamente che non c'è un problema di origine. In un numero importante di reati, anche di questo genere, noi, la polizia costata che si tratta di persone che vengono dall'ex Jugoslavia. Questo problema lo dobbiamo trattare apertamente. Non serve a nessuno fingere di non vederlo. (…). Dobbiamo chiederci se non è il caso di dare segnali più forti» (Luigi Pedrazzini, Consigliere di Stato, Quotidiano del 3 febbraio 2008) che vogliamo partire. La domanda è semplice: chi in canton Ticino è in grado di fornire cifre oggettive, ma anche analisi sull'evoluzione dei reati commessi (stranieri compresi)?
Le risposte di Paolo Bernasconi, responsabile unico della Polizia cantonale per le statistiche sulla criminalità, lasciano davvero l'amaro in bocca. Il quadro che ne esce è desolante: ci sono buoni presupposti per poter fornire dati oggettivi e strumenti di lavoro – anche alla nuova "task force" –  che però da anni non si concretizzano in uno studio serio dei fenomeni criminali in atto.

«Il problema a livello svizzero è che ognuno dei 26 cantoni ha dei modi diversi di raccogliere i dati e di catalogarli. Tuttavia stiamo uscendo da questa impasse con la revisione della statistica criminale. Diciamo che abbiamo fatto un primo importante passo, ma che bisogna avere il coraggio di fare il successivo. Perché, specialmente in periodi come questi, è nell'interesse della popolazione sapere come evolve la criminalità». Paolo Bernasconi, responsabile della sezione strategia e qualità della polizia cantonale e addetto unico alla raccolta di dati della statistica criminale, riassume in questo modo lo stato di approfondimento delle cifre che riguardano i crimini registrati in Ticino.
Con lui abbiamo voluto partire dalla tabella a lato (che farà parte dell'allegato statistico al rapporto di polizia 2007) e che registra da una parte la percentuale di reati commessi per gruppi di appartenenza e dall'altra l'incidenza relativa che questi gruppi hanno sui fenomeni criminali e da una provocazione: gli stranieri commettono più crimini.
A livello percentuale la tabella mostra sostanzialmente però che i reati penali vengono commessi per metà da svizzeri e per metà da stranieri. Il risultato sembra invece più impietoso se si rapporta il numero di reati commessi da indiziati appartenenti ad uno specifico gruppo, alla popolazione residente di quello stesso gruppo. Ad esempio il gruppo "uomini" nel 2007 ha inciso per rapporto agli altri autori nella misura del 59 per cento in più. Gli uomini delinquono più delle donne che per rapporto all'indice 100 presentano un incidenza di solo 46 nel 2007. Ciò vuol dire che le donne commettono meno reati della media. Anche per il gruppo "svizzeri" l'incidenza relativa è bassa e si attesta a livello di quella dei minorenni. Gli stranieri domiciliati contribuiscono invece al tasso di criminalità praticamente nella media. L'incidenza relativa per i richiedenti l'asilo è invece molto più alta.  Quali conclusioni si possono allora trarre dai dati disponibili? C'è un'esplosione della criminalità straniera? Sono gli stranieri a commettere i delitti più efferati?
«Ad essere onesti – commenta Bernasconi – oggi non è possibile rispondere in maniera definitiva e coi dovuti distinguo a questa domanda: i dati aggregati, che non differenziano tutta una serie di particolarità socio-demografiche, non permettono di contestualizzare le differenze sui tassi delinquenziali, elemento fondamentale per qualsiasi approccio preventivo al problema. Per fare ciò bisognerebbe compiere un'indagine scientifica, meglio ancora istituzionalizzare un osservatorio della criminalità neutro e indipendente. La polizia è uno dei maggiori fornitori di dati statistici sulla criminalità. Li mettiamo volentieri a disposizione, di volta in volta, a chi ce li richiede: giornalisti, autorità politica, privati cittadini, eccetera. Ma a volte mi rendo conto che si vogliono usare le cifre per sostenere qualcosa che non è possibile dimostrare. Le faccio l'esempio dell'incidenza relativa degli autori richiedenti l'asilo per infrazioni al Codice Penale, che sembra al primo impatto enorme. Ad affermazioni affrettate un criminologo le farebbe notare che questo gruppo è formato principalmente da giovani maschi, una classe demografica notoriamente più problematica, e che commette una frazione più elevata, rispetto ad altri gruppi, di reati contro il patrimonio, quali il taccheggio. Reati che non possono essere definiti "crimini efferati"».
L'addetto ci spiega inoltre che la statistica di polizia ha i suoi limiti: a secondo della tipologia di reato è incompleta, non riflette cioè forzatamente l'estensione di un fenomeno. Per diverse ragioni: l'evoluzione numerica di un certo reato dipende da fattori come l'efficacia dell'azione di polizia: se diminuiscono gli effettivi si troveranno meno indiziati, rispettivamente il cambiamento di alcuni indicatori può riflettere l'alterna importanza data dalle autorità alla lotta contro specifici fenomeni. Inoltre un reato che non è denunciato non entra chiaramente in conto. O ancora: la polizia ha differenti tassi di successo per tipologia di reato. Ad esempio è più difficile per la polizia trovare gli autori di un furto senza scasso rispetto a uno con scasso.
«Un errore che spesso noto è quello di voler usare la statistica sulle incarcerazioni, da sola, per rendere conto della criminalità straniera. In realtà il numero di incarcerazioni è un dato fuorviante, ed è più il riflesso dell'applicazione del codice di procedura penale. Le spiego: io incarcero una persona se c'è pericolo di fuga oppure se c'è pericolo di inquinamento delle prove o se rappresenta un pericolo per la società. Capisce che questi criteri si possono verificare molto più facilmente per gli stranieri che per gli svizzeri. A parità di reato un domiciliato svizzero con casa e famiglia in Ticino, ad esempio, ha più probabilità di non essere incarcerato siccome meno incline alla fuga. Inoltre le incarcerazioni dipendono da un codice penale che sta diventando sempre più garantista: si finisce cioè meno in carcere che una volta. La diminuzione delle carcerazioni è stata costante in questi anni. Ma non è perché la polizia lavora meno o perché i reati sono diminuiti nella stessa misura. Bisogna vigilare a non permettere una strumentalizzazione dei dati».
Anche su fenomeni come la criminalità giovanile Paolo Bernasconi fa notare che le cifre di polizia non possono essere prese come unico riferimento: quando il caso viene trattato dal magistrato dei minorenni le informazioni non giungono alla polizia. Il numero di minorenni indiziati che appare nella statistiche di polizia sottostima il dato dell'attività inquirente.
Per quale motivo allora la polizia non si fa carico di andare oltre i numeri e interpretare i dati raccolti?
«È vero. L'informazione è raccolta, è stato fatto molto in questi anni per renderla il più affidabile e completa, ma non viene analizzata a sufficienza. Ma non è compito della polizia compiere questi approfondimenti, e d'altronde non ne avremmo le risorse. Il commento oggi è comunque filtrato dall'istanza politica, una procedura che non garantisce sufficiente trasparenza. Personalmente ritengo che sarebbe invece necessario studiare seriamente questi dati. Si farebbe già prevenzione a questo stadio, evitando di parlare a vanvera su temi particolarmente delicati e troppo spesso sfruttati per secondi fini. È una situazione che vivo quotidianamente con un certo disagio».

Pubblicato

Venerdì 22 Febbraio 2008

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