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La crescita non si rilancia con salari bassi e ineguaglianze

di

Silvano Toppi

Tra i paradossi di cui ci nutriamo, due lasciano esterrefatti. Il primo: dal locale al globale si colgono le cause del male economico che ci corrode, ma a livello istituzionale, politico, non ci si preoccupa. Più della realtà può l’ostinazione ideologica. Il secondo: a chi si oppone agli schemi dominanti, si appioppa l’accusa di essere “ideologizzato”, fuori dalla realtà (correlata dei soliti ingredienti: concorrenza, competitività, produttività).


A livello locale, ticinese, esce un’ottima analisi sull’ultimo “Dati” dell’Ufficio di statistica (Eric Stephani e Sandro Petrillo: Il salario mediano non è più di moda; una proposta di lettura dell’ultima rivelazione della struttura dei salari). In questo articolo interessa rilevarla per la dimostrazione di fondo, seriamente documentata, tra gli anni 2008 e 2012: i salari più bassi diventano sempre più bassi e, conseguentemente, le ineguaglianze aumentano. La dimostrazione va dapprima collocata nel contesto nazionale: il divario tra il salario mediano del Ticino e quello nazionale è ancora aumentato (ndr: per farla semplice, il salario mediano è un dato statistico che si colloca nel bel mezzo tra chi guadagna di più e chi guadagna meno: nel 2012 ammontava a 5091 franchi).

 

Nel Ticino risulta inferiore di quasi il 18 per cento. Una percentuale quasi “storica” perché i ticinesi se la tirano addosso, più o meno nella stessa veste, da ormai cinquant’anni. Poi, va ovviamente analizzata all’interno del cantone. Gli statistici suddividono i salari in varie parti (in decili). È così che  si constata un abbassamento dei salari più bassi o che i salari “alti” sono almeno il triplo di quelli bassi.

 

A questo punto uno in linea con le dottrine dominanti potrebbe dire: ecco un posto dove, costando meno il lavoro, l’economia dovrebbe esplodere per competitività e produttività. Non è così. Il tasso di crescita del Pil ticinese (il Prodotto interno lordo, cioè la ricchezza aggiunta in un anno) risulta inferiore a quello nazionale. Se poi si considera che il tasso di crescita degli occupati è superiore in Ticino rispetto alla Svizzera, anche in fatto di produttività il Ticino non è messo bene. Non è quindi un’illazione concludere che minor costo del lavoro, maggior ricorso a occupazione con salari più bassi, diseguaglianza, non equivalgono a maggiore crescita.


A livello globale, per altre vie, si tocca la stessa sostanza del problema e si arriva, in pratica, alle stesse considerazioni negative. Riassumibili in due conclusioni, dimostrate: la diseguaglianza  salariale o della ridistribuzione della ricchezza è tra le cause maggiori e più incisive della crisi, dell’incertezza e del pantano in cui ci troviamo; è finalmente ora di seppellire l’ideologia dominante del “trickle down” secondo la quale basta  favorire in ogni modo, soprattutto fiscalmente, quelli che fanno profitti, martirizzando anche il lavoro,  perché contribuiscono a  creare ricchezza che ricascherà (trickle down) su tutti.

 

La dimostrazione l’hanno data negli scorsi giorni due rapporti importanti: l’uno, degli economisti del Fondo monetario internazionale (e chi lo direbbe!) che mettono sotto la lente un centinaio di paesi; l’altro, dell’Ocse (Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economici) che giunge a conclusioni analoghe, con un titolo  che dovrebbe essere un manifesto: “Concerne ognuno: perché meno ineguaglianze giova a tutti” (In It Together: Why Less Inequality Benefits All).

Pubblicato

Giovedì 2 Luglio 2015

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