La concertazione post-16 maggio ha dato il suo primo, provvisorio, frutto. È caduto martedì sera, al termine del quinto incontro fra governo e sindacati, impegnati dal 25 agosto in una trattativa volta a definire i sacrifici che i dipendenti pubblici dovranno sopportare nel 2005 e in parte nel resto della legislatura nell’ambito di una prima manovra di contenimento del disavanzo da 180 milioni di franchi (120 di risparmi, 60 di entrate). Il punto di incontro è stato fissato a 20 milioni e 180 mila franchi (il governo era partito da 25,8, le organizzazioni del personale da 13), importo da risparmiare su una massa salariale che si aggira attorno agli 830 milioni e comprensivo di 1,6 milioni di “misure attive” che i sindacati rivendicano da anni (soluzione al problema del precariato nell’amministrazione, riconoscimento del lavoro manuale, nuova pianta organica per la Polizia). Non verranno toccati gli assegni per i figli, pertanto le misure sulle quali la prossima settimana saranno chiamati ad esprimersi gli iscritti alle organizzazioni del personale Vpod, Ocst e Ccs sono: compensazione del rincaro concessa solo a metà fino al 2008; blocco degli scatti salariali (solo per il 2005, non tocca i docenti); introduzione di un contributo di solidarietà del 2,2 per cento e riduzione lineare dell’1 per cento dei dipendenti (il che, sommato al taglio del 2 per cento annuo deciso lo scorso anno, porterà a una diminuzione complessiva dell’11 per cento, circa 300 unità, fino al 2008; da tale misura è escluso il personale Osc). area ha interpellato alcuni esponenti della sinistra ticinese sull’intesa governo/sindacati e in generale sulla politica sindacale in atto nel settore pubblico, costretta nei paletti della concertazione interpartitica. «Io non sono per la concertazione ma per la trattativa, a cui si arriva attraverso la creazione di un rapporto di forze favorevole. Con la grande mobilitazione popolare del 3 dicembre 2003 e il voto del 16 maggio tale rapporto di forze era stato creato. Bisognava perciò andare verso una vera trattativa, che non fosse la conseguenza di decisioni prese nell’ambito di una concertazione fra partiti». All’indomani di un’intesa che «toglie altri 20 milioni dalle tasche dei salariati», Saverio Lurati critica senza mezzi termini l’impostazione della politica sindacale condotta sin qui nel quadro della concertazione interpartitica post-16 maggio. Segretario regionale del Sindacato edilizia & industria (Sei) ma anche deputato in Gran consiglio per il Partito socialista, Lurati constata «l’assenza di un lavoro di costruzione sindacale attraverso la presenza sui luoghi di lavoro per capire quale sono le vere esigenze del personale pubblico». Un’assenza che porterebbe poi i sindacati del settore «a doversi assoggettare a ricette preconfezionate». Ancor più esplicito è il coordinatore del Movimento per il socialismo (Mps) Giuseppe Sergi. L’Mps in una nota diffusa mercoledì definisce «assolutamente inaccettabili» le misure concordate da governo, Vpod, Ocst e Ccs, invita i lavoratori ad esprimersi contro un «accordo» con cui vien chiesto loro di rinunciare nel 2005 a un importo compreso «fra il 5 e il 7 per cento» del salario. «Nessun sindacalista degno di questo nome accetterebbe e presenterebbe ai suoi affiliati un accordo che – tenuto conto anche della diminizione complessiva dell’11 per cento del personale – lancia questo segnale: “lavorare di più e guadagnare di meno”», osserva Sergi. Ribadendo la sua opposizione di principio alla manovra finanziaria da 180 milioni, il coordinatore dell’Mps denuncia la concertazione post-16 maggio come «un metodo di subordinazione degli interessi dei salariati a quelli della controparte»: «Essere contro la concertazione non vuole dire essere contro le trattative – spiega Sergi –. La prassi per i sindacati è contrattare discutendo con la controparte. Il problema è il metodo e la linea con cui organizzi la contrattazione. La concertazione prevede che si negozi rinunciando a mobilitare i salariati». Ed è ciò che sta succedendo secondo il coordinatore dell’Mps: «Da un mese [dal 25 agosto, quando si iniziarono le trattative fra governo e sindacati sui risparmi riguardanti il personale dello Stato, ndr] i sindacati contrattano senza utilizzare quella che è la loro arma di pressione, arma che potrebbe influenzare in modo positivo la trattativa. La concertazione in atto ha delle regole che non corrispondono né ai bisogni né ai diritti dei salariati: è la rinuncia a far valere i diritti e la forza dei salariati, l’accettazione di un quadro “negoziale” che non può che essere – come dimostrano i risultati – sfavorevole a loro». Parte in causa nelle trattative governo/sindacati, il segretario del sindacato dei servizi pubblici Vpod Raoul Ghisletta si distanzia dalle tesi di Lurati e Sergi. «La mobilitazione della popolazione ticinese per il voto del 16 maggio era stata fatta per avere una politica finanziaria equilibrata e per dire “No” alla manovra squilibrata di Masoni e Co. La mobilitazione ha spinto il Governo a prospettare contenimenti della spesa e aumenti delle entrate. Non è immaginabile oggi giocare solo sul fronte delle entrate, come fa il Movimento per il socialismo, perché significa chiedere aumenti di imposta importanti anche per i lavoratori e i pensionati, e non solo per le società anonime». Sull’intesa che si appresta a sottoporre agli iscritti al suo sindacato, Raoul Ghisletta ammette: «Certo, si chiedono grossi sacrifici. Come minimo un 2 per cento del salario nominale». Ma subito aggiunge: «Però abbiamo salvato metà del carovita, le indennità per figli agli studi. C’è inoltre un’intesa per trasformare da precari a stabili 300 posti di lavoro, per aumentare gli stipendi dei supplenti di lunga durata e altri lievi miglioramenti per quel che riguarda la Polizia e il riconoscimento delle funzioni manuali». Insomma, sarebbe «il minore dei mali sui tagli, con qualche contropartita», senza dimenticare poi che «si tratta in gran parte di misure transitorie». Per Raoul Ghisletta se si riuscisse a chiudere la partita l’intesa raggiunta col governo «metterebbe il personale pubblico al riparo da altri tagli nei prossimi tre anni». Invece, «se non chiudiamo la partita il personale pubblico ci perderà. Comunque l’ultima parola spetta ai sindacalizzati e noi seguiremo la decisione». Lo sbocco provvisorio nelle trattative sui risparmi riguardanti il personale dello Stato è considerato un avvenimento «positivo» da Manuele Bertoli. «Si tratta di un passo – rileva il presidente del Partito socialista –, ma altri ne vanno compiuti, in particolare sul fronte delle entrate. E prima viene risolto questo capitolo meglio è, perché rafforzerebbe il resto della posta in gioco: un conto è che il personale dica “noi paghiamo”, un altro è che dica “noi paghiamo, ma anche altri contribuiscono”». Sulle ultime ipotesi di aumento delle entrate sottoposte la scorsa settimana dal Dipartimento finanze ed economia al Consiglio di Stato (principalmente un raddoppio dell’aliquota dell’imposta immobiliare e un aumento della pressione fiscale sui frontalieri), Bertoli ribadisce la sua posizione: «l’imposta sugli utili delle persone giuridiche viene pagata da chi fa utili ed è preferibile agire in questo senso – soluzione più indolore – piuttosto che su altri cespiti di entrata». Il presidente del Ps sottolinea infine che l’aumento delle entrate nell’ambito della manovra finanziaria in realtà non ammonta a 60 milioni, bensì a 35. Gli altri 25, derivanti dalla correzione del meccanismo di neutralizzazione del passaggio dalla tassazione biennale a quella annuale, «non sono un aumento delle imposte, anzi: se non venisse riconfermata la correzione assisteremmo all’ennesimo sgravio fiscale», osserva Bertoli.

Pubblicato il 

01.10.04

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato