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La colomba ferita: intervista con un membro di «Peace now»

di

Fabrizio Poretti
La seconda Intifada sembra aver sferrato davvero un colpo mortale alla sinistra israeliana. Attentato dopo attentato sono andate in crisi le certezze sulle quali era stata costruita la grande speranza di Oslo. Arafat non ha più potuto o voluto fermare il terrorismo. Alla sincerità delle sue condanne sono susseguite delle azioni dei gruppi estremisti palestinesi, di conseguenza a sinistra sono in molti a non credere più all’Autorità palestinese (Ap). Anche tra chi si è sempre battuto per la pace, affiora il dubbio che forse non c’è più nessuno con chi dialogare per giungere infine forse ad un accordo. Il Partito Laburista dalla sconfitta elettorale di Ehud Barak, nel febbraio scorso, a oggi non è stato ancora capace di eleggere un nuovo leader. A tenere alta la bandiera dei laburisti è rimasto Shimon Peres, al quale c’è chi chiede di tornare alla guida di un partito sempre in bilico sulla scelta di rimanere o meno nel governo di unità nazionale. Intanto a sinistra dei laburisti il partito Meretz (nell’attuale opposizione), capeggiato da Yossi Sarid, nemico storico di Sharon, contesta una politica che cerca nella forza militare una soluzione al conflitto. All’opposizione sia di Sharon che di Barak rimane Uri Avnery, bandiera storica dell’estrema sinistra israeliana, oggi il leader del movimento Gush Shalom. La maggior parte dei movimenti pacifisti sostiene la creazione di due Stati con circa i confini del 1967. Quasi tutti accettano che Gerusalemme sia la capitale per i Palestinesi e gli Israeliani. Per quanto riguarda il tema dei rifugiati non ci sono attualmente molti dibattiti. La maggior parte della gente rifiuta comunque la richiesta che circa 5 milioni di rifugiati possano ritornare in Israele. L’idea di uno Stato palestinese a fianco di quello israeliano sta ormai entrando anche nel linguaggio del falco Sharon e anche nell’opinione pubblica israeliana l’idea di un compromesso con i Palestinesi è tutt’altro che morta. Ecco perché sempre di più i movimenti pacifisti potrebbero cambiare qualcosa all’interno dello Stato di Israele. Un anno di conflitto, non ha ancora creato un solco incolmabile fra i due popoli; le speranze di pace potrebbero morire se però il conflitto dovesse durare ancora troppo a lungo. Per capire l’importanza dei movimenti pacifisti in Israele abbiamo posto alcune domande ad Arie Arnon, il portavoce di Peace Now una delle associazioni pacifiste principali in Israele. Le ultime manifestazioni dell’organizzazione Peace Now sembrano essere un po’ meglio organizzate, quali sono state le ragioni principali di questo lungo silenzio da parte dei movimenti pacifisti israeliani? Dopo il collasso dei negoziati alla fine dell’estate 2000, e specialmente dopo lo scoppio dell’Intifada, i movimenti pacifisti israeliani sono stati presi completamente alla sprovvista. Questi due fattori hanno influenzato la gente. Le persone erano molto scontente e depresse. Alcuni di loro hanno seguito la linea ufficiale dell’ex primo ministro Barak, che dava la colpa – del fallimento degli accordi – solo all’Ap. Questo è stato un fattore dominante nei gruppi pacifisti israeliani: cioè dare la colpa all’altra parte senza capire veramente il perché. C’è per esempio la credenza, che i Palestinesi vogliano il completo ritorno dei Territori anche di quelli all’interno della Linea verde (concessi dall’Onu a Israele nel 1948, ndr). Il compromesso di base deciso molti anni fa, era invece quello che se gli Israeliani si fossero ritirati dalla Cisgiordania e da Gaza i Palestinesi sarebbero stati disposti ad accettare alcuni compromessi in modo da risolvere il problema dei rifugiati. Questo non è mai stato ritenuto veritiero da Israele. Tutti questi fattori e improvvisamente una mini-guerra ha creato una relativa calma, cosicché molte persone non hanno più partecipato a diversi eventi in sostegno della pace. Dopo l’elezione di Sharon, la gente era molto preoccupata e lo è tutt’ora. Non sappiamo se Sharon abbia l’intenzione di far scoppiare un confronto totale con i Palestinesi e di dover così «prendere» una decisione usando solo la forza. Per fortuna «la gente normale» sta ritornando alla posizione di partenza, è sempre più in favore di negoziati politici. Come reagisce alle vostre azioni l’opinione pubblica israeliana, i membri della Knesset (Parlamento israeliano) e le istituzioni internazionali? Peace now ha partecipato alla creazione della «coalizione della pace» all’interno della Knesset (Meretz e il partito Laburista). Nel Parlamento ci sono, su un totale di 120, 15-20 membri che appartengono a questa coalizione. La reazione dell’opinione pubblica varia ogni mese. Per un certo periodo si era sviluppata una corrente che voleva un ritiro unilaterale dai Territori occupati. Adesso questa idea sta perdendo terreno perché non è la risposta politica al problema, è un tentativo da parte di Israele, di dettare i nuovi confini tra Israele e l’Ap – evacuazione di parte della Cisgiordania e di Gaza – senza sapere con chiarezza se gli insediamenti vengano smantellati o meno. Questa idea, che ha attratto il centro della società israeliana, non è una soluzione politica. È un’ idea unilaterale che non lascia spazio ad accordi bilaterali. Peace Now vuole che si ritorni ai negoziati di pace. Crediamo che il cessate il fuoco possa contribuire molto per far ritornare i due governi ai tavoli delle trattative. In questo momento c’è troppa poca fiducia nell’Altro. La comunità internazionale può fare molto in proposito. Per esempio se la Ce, con l’Onu, la Russia ecc. organizzassero una conferenza, un incontro, non sarebbe sufficiente, sarebbe però sicuramente un segnale incoraggiante. Si aspetta quindi che Ariel Sharon torni alle trattative? No, non ce lo aspettiamo, Proprio questa settimana il governo israeliano ha organizzato una sessione a Bet El (vicino a Ramallah). Sharon – comportandosi da padrone – ha detto che non lascerà uscire dalla Cisgiordania i rappresentanti dell’Ap, perché hanno un lavoro da svolgere! Sharon sta facendo escalare il conflitto, umiliandoli. D’altra parte i Palestinesi, mandando dei terroristi in Israele, giocano al suo stesso gioco. Anche Arafat sta giocando, aspettando che gli offrano «qualcosa di politico» per i negoziati. Ma, lo sappiamo tutti, non gli offriranno nulla! Siete in contatto con associazioni palestinesi? Quale tipo di lavoro state facendo assieme? Tentiamo di ricreare la sensazione che ci sia un partner con cui dialogare. Lo slogano «non c’è un partner» è stato creato da Barak, ciò che ha danneggiato molto l’approccio con l’Altro e le continue eliminazioni mirate da parte dell’esercito israeliano di alcuni capi palestinesi non stanno certo creando un momento di dialogo. Noi stiamo dimostrando che si possa accettare, con un partner, un compromesso ragionevole. Infatti proprio alcuni giorni fa c’è stato un incontro storico tra intellettuali e politici Palestinesi e 20 Israeliani ad un nuovo posto di blocco vicino a Ramallah. È stato molto surrealistico: al checkpoint abbiamo tenuto una conferenza stampa e abbiamo discusso su come si possa ritornare al tavolo delle trattative. Abbiamo inoltre anche delle buone relazioni con il milione di Palestinesi che vivono all’interno di Israele… Come mai non chiama i Palestinesi all’interno dello Stato di Israele Arabi di Israele? La terminologia sta cambiando. Noi crediamo che sono parte del popolo palestinese e che dovremmo trattarli come tali. Sono Palestinesi di nazionalità israeliana. Noi lavoriamo con molti partiti, gruppi, palestinesi; anche se in questo momento c’è molta più tensione di prima tra i Palestinesi in Israele e la maggioranza dei cittadini ebrei. Comunque lavoriamo sempre assieme, organizziamo incontri, discussioni, manteniamo il contatto. Che cosa pensa del diritto al ritorno sancito dall’Onu per i profughi Palestinesi? Diciamo che la soluzione dei due Stati come concetto dovrebbe comprendere il problema dei rifugiati palestinesi, che deve essere risolto principalmente all’interno dello Stato palestinese. Solo a poche persone – fatto dovuto a circostanze speciali – potrebbe essere permesso di tornare in Israele all’interno della linea verde. Crediamo che questo sia stato il messaggio che si sarebbe dovuto capire agli inizi del processo di pace. Dovremmo parlare di un territorio che si estende tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo come la patria dei Palestinesi e degli Israeliani, che si dividono questo territorio. Creare due Stati è l’approccio giusto e realistico per risolvere politicamente il problema. Bisogna risolvere questo conflitto attraverso un compromesso giusto ed equo per entrambe le parti.

Pubblicato

Venerdì 14 Dicembre 2001

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