La classe operaia non va più in Paradiso. La grande considerazione di cui gli operai godevano negli anni sessanta e settanta – economica, sociale, politica, culturale – è un lontano ricordo. Gli operai, oggi, votano sovente per la destra più dura. In Svizzera, per l’Udc (*). Ciò non significa che non votino anche per la sinistra, ma meno che per l’Udc. Né significa che il partito socialista sia solo un partito di professionisti e imprenditori. È ancora un partito di salariati, ma non di operai (che, del resto, sono una quota decrescente dei lavoratori dipendenti). È importante capire perché. Si invoca la paura della disoccupazione, che i populisti imputano alla presenza di lavoratori immigrati, frontalieri, o “distaccati” in Svizzera dalle aziende estere. Si invoca la perdita dell’identità di classe e i timori della globalizzazione, che condurrebbero a rivalutare l’identità nazionale e i valori conservatori. Tutto vero, ma occorre scavare più a fondo. Ciò che è difficile capire, per la sinistra, è il consenso degli operai e altri lavoratori per partiti che sono fautori del liberismo economico, della meritocrazia e della disuguaglianza, della riduzione della sicurezza sociale e dello stato. La spiegazione potrebbe essere la seguente. Per almeno tre decenni dopo la seconda guerra mondiale, gli operai e i salariati in generale hanno sperimentato la realtà dell’avanzamento collettivo del benessere, delle libertà e della sicurezza. I principali interpreti di questo sviluppo, ispirato ai valori dell’uguaglianza e della solidarietà, sono stati la sinistra e i sindacati. Il lavoro vivo degli operai nell’industria (non ancora robotizzata) era fondamentale. Poi è arrivata una svolta radicale, sul finire degli anni settanta, che si è ancora accentuata negli anni novanta. Oggi, il merito del successo economico viene riconosciuto solo alle doti e capacità superiori di singoli individui, alla loro furbizia e spregiudicatezza: dei grandi manager, maghi della finanza, superdotati della ricerca, tecnologia, comunicazione, sport, spettacolo… E anche, a livelli più modesti, all’intraprendenza del singolo lavoratore capace di farsi strada. Il resto, per dirla brutalmente, è zavorra. I lavoratori sperimentano sulla loro pelle questa nuova realtà, che contraddice i discorsi ugualitari della sinistra. E si affida alla destra, sperando di essere fra i “vincenti”. E tanto peggio per i “perdenti”, soprattutto se stranieri. Una parte della sinistra (Blair, ad esempio) si adatta e ruba il terreno alla destra. Ma non è una risposta. Il progresso deve ridiventare avanzamento collettivo, onda che solleva più in alto tutti, che non lascia affogare nessuno... Altrimenti, è solo regresso. *Line Rennwald, Le vote ouvrier pour les partis nationaux-populistes. Le cas de l'Udc en Suisse et dans le canton de Neuchâtel, Les Editions Communication Jurassienne et européenne (Cje), 2006

Pubblicato il 

10.03.06

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