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«La classe operaia esiste ancora»

La letteratura working class e l’immaginario proletario secondo lo scrittore e traduttore italiano Alberto Prunetti

di

Mattia Lento

Cosa hanno in comune Renato Prunetti e Steve McQueen? Tutti e due, a loro modo, sono working class heroes, eroi della classe operaia, ed entrambi hanno subito gli effetti letali dell’amianto.

 

Renato Prunetti è il saldatore di Piombino protagonista assoluto di Amianto. Una storia operaia (2012), mentre Steve McQueen è l’attore fuggito dal duro lavoro – prima di diventare attore era piastrellista e coibentava navi con l’amianto – che è accolto nell’olimpo hollywoodiano e compare sempre nello stesso libro, accanto a Renato, come personaggio secondario. La letteratura working class, genere rilanciato in Italia proprio da Amianto, cambia le gerarchie e modifica i punti di vista. Amianto è stato scritto da Alberto Prunetti, figlio di Renato, autore che, nel frattempo, ha pubblicato gli altri due testi della sua trilogia working class – 108 metri e Nel girone dei bestemmiatori.

 

Alberto Prunetti dirige anche la collana “Working class” per la casa editrice Alegre che raccoglie titoli di autori e autrici che in prima persona parlano di lavoro duro, sfruttamento e di cultura proletaria. Una collana in cui sono appena usciti due volumi – Tuta blu di Tommaso di Ciaula e Insorgiamo del Collettivo di fabbrica Gkn – che raccontano rispettivamente la vita operaia nel sud Italia degli anni Settanta e la lotta d’avanguardia dei metalmeccanici della Gkn, azienda toscana in salute di cui nel 2021 è stata annunciata la delocalizzazione. Prunetti non è solo un autore, ma un militante culturale che si batte strenuamente affinché nel nostro immaginario trovino spazio anche i valori, i punti di vista, le contraddizioni, i sogni della classe lavoratrice.

 

Un immaginario che, almeno nel contesto culturale italofono, riflette purtroppo soprattutto lo sguardo e le nevrosi della classe media. I suoi interventi pubblici su tale tema sono molti, uno degli ultimi raccoglie e sistematizza anni di riflessioni e letture: il saggio dedicato all’analisi degli sviluppi della letteratura working class su scala europea intitolato Non è un pranzo di gala (minimum fax, 2022). Lo abbiamo intervistato a partire proprio da questo saggio:

 

Alberto Prunetti, perché utilizzi il termine working class per definire la letteratura di cui ti occupi?

 

Il genere working class non ha confini ben definiti. Posso dire che si tratta di opere di narrativa che raccontano la classe lavoratrice dall’interno, scritte da persone che per buona parte della loro giornata sono impegnate in attività lavorative malpagate, non valorizzate socialmente, benché importantissime per il funzionamento della società, spesso usuranti o pericolose. Si tratta di opere fortemente autobiografiche in cui autori e autrici tendono a rimasticare la propria esistenza: se lavori in un ristorante tutto il giorno, come ho fatto io per anni, quando arrivi a casa hai solo in testa il rumore delle cucine. Se prendi carta e penna tendi a raccontare quello e non un’opera di pura finzione. La ragione per cui ho scelto il termine in inglese è semplice: il termine working class è più ampio e inclusivo rispetto a quello di classe operaia. Quest’ultimo in italiano rimanda soprattutto all’immaginario delle tute blu, mentre il termine working class comprende anche persone impegnate nella ristorazione, nelle cure, nella logistica, nei lavori domestici, nell’ambito delle prestazioni sessuali e via dicendo. Il termine inglese rimanda anche a un contesto culturale in cui questo tipo di letteratura va fortissimo, ovvero quello anglofono.  

 

Perché proprio in Gran Bretagna, paese notoriamente classista in cui la classe lavoratrice ha subito pesanti sconfitte, questo tipo di letteratura è così forte?

 

Essere parte della classe lavoratrice nella Gran Bretagna del post-thatcherismo non è facile: si prova spesso dolore, senso di esclusione e di sconfitta. Mark Fisher, celebre studioso proveniente dalla working class, lo ha spiegato bene: in un contesto così difficile possono nascere reazioni di solidarietà, di orgoglio, si ha più spesso voglia di prendere la parola. Occorre anche dire che nei contesti caratterizzati da forte classismo – e la Gran Bretagna non è una società soltanto di classe, ma addirittura di casta – si è portati giocoforza a fare i conti con la propria identità sociale. È vero anche quello che dice Cynthia Cruz, autrice di Melanconia di classe. Manifesto per la working class, riferendosi agli Stati Uniti: a furia di dire che la classe lavoratrice non esiste più si tende a reagire contraddicendo questo assunto.

 

Quali sono per te i confini della classe lavoratrice?

 

È davvero difficile definirla. Ovviamente nel mio libro provo a dare qualche orientamento dicendo che la working class non va pensata soltanto al maschile; dico anche che occorre considerare l’elemento etnico. Non vado però oltre, non ho l’ambizione di tracciare dei confini. Trovo molto interessante la dimensione simbolica dell’appartenenza di classe, ad esempio la discrepanza tra collocazione di classe e percezione di classe. Sono temi affrontati, ad esempio, da Bourdieu negli anni Settanta che forse andrebbero ripresi anche al giorno d’oggi da sociologi e antropologi.

 

Gli ultimi due libri pubblicati nella tua collana, Tuta blu e Insorgiamo, sembrano agli antipodi: da una parte il rifiuto solitario del lavoro di fabbrica e dall’altra la sua strenua difesa collettiva. È una giusta interpretazione?

 

Sono due opere di due stagioni completamente diverse, ovvero i conflittuali anni Settanta e lo scenario di retroguardia dei nostri giorni in cui si è costretti a difendere il posto di lavoro con i denti. Di Ciaula, negli anni Settanta, rivendica il fatto che il lavoro di fabbrica non debba essere l’unica dimensione esistenziale per un operaio. C’è però una cosa che accomuna queste due esperienze: sia Di Ciaula, sia i lavoratori Gkn rifiutano il lavoro cattivo. Di Ciaula si scaglia contro le nocività e i pericoli della vita di fabbrica di allora, mentre i lavoratori Gkn lottano per difendere un posto di lavoro di qualità, diritti acquisiti, una forte identità professionale, una forte cultura sindacale. Molti di loro potrebbero lavorare altrove, ma questo comporterebbe una sconfitta che non tutti sono disposti ad accettare.

 

 

Pubblicato

Giovedì 22 Dicembre 2022

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