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Affari nostri

La censura dei Twitter Files

di

Serena Tinari

Mi avvicino a festeggiare trent’anni nel mestiere. Mi direte, con tutto il tempo speso a fare la giornalista, ancora ti stupisci? E invece sì, le dinamiche che governano l’agenda delle news mi lasciano spesso perplessa. Da giovane ero portata a credere nei media. Ergo, sfogliavo i quotidiani cercando “le notizie”. Fiduciosa che avrei trovato traccia di ogni evento rilevante per l’interesse pubblico. Oggi ho l’impressione che la vicenda sia più complessa. Ci sono notizie che non trovano affatto spazio nei media. Come le guerre invisibili, penso a Palestina e Yemen.


In queste settimane è la saga dei “Twitter Files” ad essere ignorata dalla gran parte, nonostante contenga elementi esplosivi. Come noto, Elon Musk ha acquistato il social media ben frequentato da giornalisti, intellettuali e governanti. Musk è celebre per essere miliardario, eccentrico e sfacciato. Confesso che sto seguendo gli sviluppi come fosse una telenovela. Trovo affascinante lo svelamento di dinamiche aziendali come il personale da sempre in home office mentre restano deserti lussuosi uffici dotati di sala yoga, biliardino, pasti e aperitivo offerti. Lo hanno mostrato video ingenui pubblicati da dipendenti che si vantavano di... non lavorare. E poi, sono arrivati i “Twitter Files”. Chat, email e resoconti di riunioni delle squadre che si occupavano per l’azienda di sicurezza e quindi moderazione di contenuti.


Musk ha consegnato il materiale a giornalisti come Matt Taibbi, che per anni ha pubblicato eccellenti inchieste su Rolling Stone e si è indi dato all’autopubblicazione con Substack. Alcune delle rivelazioni sono sconcertanti. A quanto pare, nelle stanze dei bottoni si era a tratti persa la misura. Il colosso aveva negato a oltranza che taluni utenti fossero colpiti da “shadow banning” – non ti caccio, ma faccio in modo che nessuno veda i tuoi tweet.


I “Twitter Files” dimostrano che non solo avveniva, ma l’operazione ha visto dirigenti molto affaccendati a trovare escamotage che giustificassero azioni non previste dai regolamenti. Le rivelazioni andranno avanti per mesi, finora abbiamo letto di come sia stata soppressa la notizia del laptop dimenticato in un negozio di informatica dal figlio di Biden. Il New York Times ci ha messo 18 mesi ad ammettere che la storia è vera e la Russia non c’entra.


Vicenda certo non rilevante per foto e messaggi attorno a droghe e prostituzione, quella è − e resta − la sua sacrosanta vita privata. Ma sono di interesse pubblico le prove di discutibili affari all’estero portati a casa grazie alla posizione del papà. Sono poi emersi elementi su come a Twitter si siano dovuti inventare una regola ad hoc per espellere Trump quando era presidente.


La rivelazione forse scontata, tuttavia essenziale per gli affari nostri: i dirigenti di Twitter erano regolarmente in riunione con l’Fbi e altri dipartimenti governativi. Ricevevano da istanze amministrative e politiche i link a tweet o profili da censurare. Tutto ciò non sorprenderà chi da sempre si interessa al lato oscuro di Big Tech. Ma vedere le prove fa impressione.


Peccato che i media abbiano deciso che è una storia che non va raccontata al popolo. Perché si tratta di una vicenda istruttiva su temi cruciali come il diritto di espressione, il diritto all’informazione e quello a farsi una libera opinione.


Se conoscete l’inglese, non vi resta che affacciarvi su Twitter e seguire l’hashtag #TwitterFiles. Non per essere d’accordo su tutto quello che leggiamo, ma per esercitare il diritto a fare scelte ragionate, con cognizione di causa, e non sulla scorta di una sceneggiatura che ha il sapore amaro della propaganda.

Pubblicato

Giovedì 15 Dicembre 2022

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