Dolce casa

Cosa vuol dire “casa”? Vuol dire un luogo dove trovare riparo dalle intemperie e dalle avversità della vita, un luogo dove sentirsi al sicuro. È un luogo dove depositare e conservare le proprie emozioni, i propri affetti; dove costruire i ricordi che ci accompagneranno per il resto della nostra vita. È un luogo dove ritrovarsi, soli o in compagnia, per riflettere e confrontarsi sulle proprie esperienze quotidiane. Casa è quel luogo dove vogliamo stare bene.


Molti e variegati sono i modi di scegliere e vivere la propria casa. C’è chi sceglie di viverla per conto proprio, per soddisfare un suo bisogno di isolarsi. Chi per condividervi un amore e per costruirvi una famiglia. Chi, spinto da una fede e un ideale, sceglie di viverla in comunità. Poi c’è chi la deve scegliere in base alle proprie disponibilità finanziarie, dovendo spesso ridimensionare le proprie aspettative.


Purtroppo c’è anche chi non può scegliere, chi si ritrova improvvisamente senza casa obbligato ad accettare qualsiasi condizione. Sono molte le persone che vivono questa situazione, più di quelle che potremmo immaginare. Persone che per un motivo o per un altro si trovano a vivere un disagio improvviso o frutto di circostanze sfavorevoli. Si pensi a donne vittime di violenza o a uomini in fase di divorzio, tutte persone che si vedono costrette ad abbandonare la propria casa, certe volte anche in maniera repentina. Oppure persone che purtroppo vivono regolarmente ai margini della società.


Nel 2017, l’Ussi (Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento) ha dovuto aiutare ben 122 persone che si sono trovate nelle necessità di alloggiare per uno o più mesi presso una sistemazione provvisoria come pensioni o centri di prima accoglienza. Soluzioni precarie dove il disagio non viene sanato, si pensi alla triste storia della Pensione La Santa di Viganello. Ma fortunatamente ci sono anche sistemazioni migliori, dove oltre a un tetto, si possono trovare persone formate e capaci di dare un aiuto concreto per il reinserimento nella società: si pensi a Casa Astra a Mendrisio, alla futura Casa Marta a Bellinzona o a Casa Armònia a Tenero. A queste 122 persone, bisogna aggiungere quelle che non chiedono aiuto e che si arrangiano come possono, mettendo anche a rischio la propria vita, come il quarantenne rifugiatosi in una cantina a Massagno e ucciso dalle fiamme forse accese per riscaldarsi.


C’è da chiedersi se lo sforzo fatto dall’Ente pubblico in aiuto del singolo cittadino o delle associazioni sia sufficiente per evitare tutto ciò. Anche perché una volta superata l’emergenza, molte persone si trovano comunque confrontate con un un mercato dell’alloggio con abitazioni troppo onerose, soprattutto per quell’8% della popolazione ticinese, oltre 22’000 persone, con un reddito disponibile inferiore alla soglia del minimo vitale.

Pubblicato il 

08.06.21

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