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La brutta storia dell’Ilva di Taranto

di

Loris Campetti
Il fine agosto più caldo della storia d'Italia è una metafora dello stato di salute del paese, e annuncia un autunno letteralmente bollente. Un pezzo alla volta e con una rapidità sconcertante sta saltando l'intero sistema industriale, dalla Sardegna a Torino.

La Fiat accelera la fuga dall'Italia e già Marchionne minaccia la chiusura di uno o forse due stabilimenti di auto. Le ultime miniere del Sulcis sono occupate dai lavoratori che minacciano di far saltare tutto con l'esplosivo se non verrà garantito dal governo un piano di riconversione del carbone e sempre in Sardegna stanno saltando la chimica di base (per un anno e mezzo gli operai hanno occupato l'isola dell'Asinara) e il ciclo dell'alluminio (Porto Vesme, davanti all'isola di Carloforte). La crisi picchia da nord a sud in un paese il cui governo – non eletto ma nominato dal presidente della Repubblica su ordine della troika europea – è impegnato solo nei tagli al welfare, ai redditi, alle pensioni e ai diritti, e di investimenti per lo sviluppo non si parla.
In questo contesto drammatico, foriero di microrivolte e segnato dalla guerra tra i poveri, il caso emblematico è quello dell'Ilva di Taranto dove una sciagurata politica padronale ha prodotto un conflitto che sembra insanabile tra diritto al lavoro e diritto alla salute.
Taranto è una splendida città pugliese bagnata dai due mari, il piccolo e il grande, dove da secoli si coltivano ostriche e cozze e dove dagli anni Sessanta il più grande impianto siderurgico d'Europa impesta lavoratori e abitanti, produce reddito direttamente per 15 mila dipendenti e indirettamente per gran parte della città.
Greggi di pecore rese mutanti dall'inquinamento della fabbrica sono state abbattute, una percentuale impressionante di bambini è colpita da tumori, interi quartieri sottoposti a decenni di polveri e fumi velenosi rischiano di essere evacuati. Vista l'assenza della politica e i ritardi delle istituzioni, è toccato alla magistratura, prassi tutt'altro che inedita nelle vertenze industriali italiane, il compito di mettere qualche paletto con l'intenzione di ricostruire diritti alla salute negati. Un compito obbligatorio e difficile, dato il peso economico e politico dell'Ilva nella vita della città. Salvare il lavoro è compito di molti soggetti, dalla politica alle istituzioni ai sindacati, ma non si può certo chiedere alla giustizia di ignorare la violazione del diritto alla vita di uomini, animali e ambiente in nome del diritto al lavoro.
Non è ideologia ma cronaca sostenere che il nemico numero uno degli operai e dei tarantini è il padrone, che con un lavoro certosino è riuscito a scatenare gli uni contro gli altri, corrompendo la politica, le istituzioni, la chiesa cattolica e persino la maggioranza dei sindacati. Questo padrone si chiama Emilio Riva, è potente e il suo impero transnazionale occupa il terzo posto in Europa nel settore siderurgico ed è tra i primi dieci nel mondo. In Italia ha impianti nel Nord e nel Sud che dipendono totalmente dalle colate tarantine prodotte dalle fetide lavorazioni a caldo. L'impero di Riva è stato costruito con le acquisizioni degli impianti pubblici, quando l'Ilva si chiamava Italsider ed era impiantata nei più straordinari siti ambientali d'Italia, grazie a un'industrializzazione cieca le cui conseguenze stiamo pagando oggi.

L'inossidabile padrone Riva
Ritratto di un "rottamatore" diventato proprietario di uno dei più grandi gruppi industriali italiani ed europei.

Un padrone d'altri tempi, Riva, dunque un padrone d'oggi. Il sistema di regole costruito nel dopoguerra è stato smantellato e gli elementi di democrazia nelle relazioni sindacali sfumano sotto l'influenza della filosofia Marchionne, supportata da una politica commissariata e da governi che hanno a cuore solo la libertà dei mercati e dei capitali. Per questo Emilio Riva, così antico da ricordare i padroni delle ferriere, è perfettamente compatibile con il nuovo ordine economico e sociale.
Il "rottamaio" lo chiamano, figlio d'arte di un mercante di rottami ferrosi. Tra ferro e ruggine Riva ha incominciato la sua carriera di padrone negli anni Cinquanta. Gran parte dei suoi 86 anni li ha passati accumulando acciaierie, soldi e rivolte popolari e oggi il suo è un vero impero industriale – tra i primi cinque in Europa e tra i primi dieci a livello mondiale – con fabbriche diffuse tra l'Italia, la Francia, la Germania, la Spagna. Emilio Riva prova fastidio per ogni forma sindacale, lui preferisce trattare direttamente con i "suoi" operai a cui non lesina pranzi, cene, piatti commemorativi in argento. Ma siccome l'Italia non è ancora come la vorrebbe lui, un qualche rapporto con i sindacati deve pur averlo. A modo suo, naturalmente. Mettendo a disposizione i suoi mezzi per organizzare rivolte, come emerse nel corso del conflitto esploso a Genova con la popolazione di Cornigliano stufa di convivere con un altoforno e il suo portato di morte, collocato nel cuore della città. Il nemico contro cui Riva cerca l'alleanza operaia e la complicità sindacale varia di volta in volta: le istituzioni locali, la popolazione, la magistratura. Io vi do lavoro, dice, e quelli lì ve lo vogliono togliere sbandierando problemi ambientali. Preferite l'aria pulita o lo stipendio sicuro? Ha funzionato troppo a lungo questo ricatto, rafforzato dal tentativo di collusione con le organizzazioni sindacali. Molti si sono interrogati per anni sulle straordinarie performances della Uilm nello stabilimento di Taranto e dei tanti giovani assunti con la tessera in tasca del sindacato di Luigi Angeletti. I fischi operai di questi giorni al segretario generale della Uilm, Rocco Palombella e gli applausi a scena aperta a Maurizio Landini della Fiom, rappresentano una novità che lascia sperare. Landini sostiene che il nemico non è il magistrato, il padrone resta la controparte vera dei lavoratori. Tanto più che il padrone si chiama Riva ed è il responsabile, sia pure non unico, dei danni ambientali prodotti dai suoi rottami e del rischio di scontro tra chi lavora e chi muore d'inquinamento. Tanto più che tra le vittime di quell'inquinamento e di mancata sicurezza ci sono proprio loro, gli operai dell'Ilva.
Emilio è padre di una nutrita schiera di figlioli che seguono le orme del genitore e del nonno rottamatore. Finché in buona salute, a comandare, in casa e in fabbrica, sarà sempre lui. Che distribuisce ruoli di responsabilità restando sempre in famiglia: Emilio Riva non ne vuole sapere dei manager presi da fuori. Si dice che a un passo dall'acquisto dell'Arcelor, multinazionale francese molto importante, Riva abbia mandato tutto a monte proprio per evitare l'eredità di manager esterni.
Autoritario, paternalista, padano convinto a meno che non si tratti di principesse, come la sua seconda moglie etiope. Patriota della mitica cordata Alitalia messa su da Berlusconi, ma con amicizie impegnative a sinistra. Ovunque ha comprato aziende, da privati o approfittando come a Taranto delle privatizzazioni all'italiana, Emilio Riva ha portato la zizzania tra i lavoratori e le popolazioni esasperando le contraddizioni. Un patriarca che si incazza se lo chiami capitalista e non "datore di lavoro".
La magistratura pugliese, dunque, è dovuta intervenire riempiendo il vuoto lasciato dai soggetti che avrebbero dovuto governare i processi di risanamento ambientale del territorio tarantino e gli interventi industriali per rendere compatibile la produzione con la salute di operai e cittadini. Riva, ritenuto responsabile della strage di Taranto, è stato messo agli arresti domiciliari insieme ad alcuni membri della sua famiglia. Le lavorazioni a caldo, le più inquinanti, sono state sospese, o meglio sono state condizionate agli interventi ambientali, e il presidente dell'Ilva Ferranti esautorato dai suoi poteri di controllo, affidati a un pool di tre custodi giudiziari. I quali hanno già appurato che la proprietà e la gestione dell'impianto hanno ordinato addirittura aumenti della produzione invece di attenersi all'ordinanza del gip che imponeva un suo contenimento e l'immediato avvio dei lavori di risanamento, salvo chiusura immediata e definitiva. È però di tre giorni fa la decisione del Tribunale del riesame di reintegrare il presidente dell'Ilva nel pool dei custodi giudiziari: il lupo messo a guardia delle pecore. In città continuano le manifestazioni di una parte dei lavoratori succubi del ricatto dei Riva: prima il lavoro poi la salute, in un Mezzogiorno in cui l'uno e l'altra sono merce rara. E le contromanifestazioni delle associazioni dei cittadini per la chiusura della fabbrica. Ma a rompere questa spirale collaborazionista ci sta pensando la Fiom con un lavoro difficile ma essenziale di ricucitura tra lavoratori e cittadini. La Fiom si è dissociata dalle manifestazioni contro la magistratura, attaccata indegnamente anche dal governo e dal ministro dell'ambiente Clini, spiegando che il nemico è un altro: il nemico è il padrone.

Pubblicato

Venerdì 31 Agosto 2012

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