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La bolla si è sciolta come neve

di

Generoso Chiaradonna
Sembrava che quei magnifici rialzi euforici che avevano caratterizzato gli indici dei titoli tecnologici tra la fine del 1998 e l’inizio del 2000, non avessero mai fine. Che si fosse trovata la formula magica per una crescita e una ricchezza infinita sembrava assodato. Le dotcom (le società legate ad Internet) erano diventate la nuova pietra filosofale che tramutava un’idea, spesso stravagante, in denaro sonante. Di cosa stiamo parlando? Della new economy, o meglio del fenomeno più visibile e appariscente di quel misto di euforia, irrazionalità e sogno che ha contraddistinto una parte degli anni ’90: lo sviluppo di un nuovo mercato finanziario in cui le regole, che erano valse fino ad allora, non valgono più. Comportamenti irrazionali L’assunto degli economisti neoclassici, afferma che i consumatori-investitori sono esseri perfettamente razionali e massimizzanti. Conoscono perfettamente le informazioni e si comportano di conseguenza. I corsi dei titoli azionari sono quindi “una sintesi completa” di tutte le informazioni patrimonio degli investitori. Cosa evidentemente non assolutamente vera. I mercati, e quelli finanziari in particolare, sono influenzati principalmente da comportamenti pscicologici. Il fenomeno della psicologia dei mercati non è assolutamente nuovo. Anzi è tipico di ogni periodo di innovazione tecnologica che fa aumentare la produttività. Cioè l’aumentata capacità di produrre merci e prodotti in minor tempo. Un fenomeno analogo lo si è avuto durante gli anni venti del secolo scorso. I famosi “anni ruggenti” che furono testimoni di una new economy sui generis che partorì grandi innovazioni e cambiò la faccia dell’industria moderna: l’avvento dell’automobile, la diffusione generale dell’energia elettrica, la nascita dell’industria cinematografica. La capitalizzazione alla Borsa di New York salì precipitosamente, dando l’illusione di un nuovo Eldorado. Ma fra il 1929 e il 1932 l’indice di Wall Street perse circa il 90 per cento della sua capitalizzazione. La stessa cosa è successa negli ultimi 10 anni. La diffusione delle nuove tecnologie, l’esplosione di Internet e della facilità dell’accesso alla finanza dato dal trading on line, ha fatto crescere a dismisura il risparmio delle famiglie, prima americane (circa il 60 per cento ha azioni direttamente o indirettamente tramite fondi d’investimento) e poi del resto dell’Occidente sviluppato, investito direttamente o indirettamente in Borsa. Una sorta di “euforia irrazionale” – come dice Robert Shiller –, di fiducia cieca nel mercato finanziario, sembrava avere contagiato le famiglie americane. L’indice di rotazione dei titoli negoziati presso la Borsa di New York è quasi raddoppiato nel periodo tra il 1982 e il 1999 passando dal 42 per cento al 78 per cento. Quello relativo ai titoli tecnologici quotati al Nasdaq è cresciuto vertiginosamente. Dall’88 per cento del 1991 al 221 per cento del 1999. Questo significa una sola cosa: un aumento crescente dell’attenzione nei confronti dei mercati. Un motivo, tra gli altri, per spiegare questo fenomeno è dato dalla riduzione costante dei costi di transazione. Dal 1975 le commissioni di intermediazione sono letteralmente crollate. Sono nati i cosiddetti discount broker che grazie ai cambiamenti tecnologici e operativi, un esempio è dato dal Soes (Small order execution system) introdotto dal Nasdaq nel 1985 e le nuove regole di gestione della Sec (Commissione di vigilanza sulla Borsa americana) hanno fatto emergere – come nota Shiller – un gran numero di investitori “amatoriali” che possono provare a ottenere profitti negoziando rapidamente i titoli mediante gli stessi sistemi operativi, fino ad allora usati solo dai professionisti del settore. A questo bisogna aggiungere la grancassa dei media che ha contribuito a creare il fenomeno e ad autoalimentarlo creando le premesse per una bolla speculativa colossale. Con questo termine suggestivo che richiama una bolla di sapone, gli economisti intendono tutti quei fenomeni di ipervalutazione dei titoli azionari, con scostamenti eccessivi e esagerati rispetto alle valutazioni delle aziende – almeno secondo i parametri classici. Ma con le aziende legate alle new economy questi parametri vengono letteralmente stravolti. Il brusco risveglio L’indice Nasdaq, rappresentativo delle società nate sotto l’egida della new economy, è sceso dagli oltre 5mila punti di marzo 2000 a meno di 1’300 punti di questi giorni. “L’anno duemila potrà essere ricordato, – ha scritto Federico Rampini, corrispondente da New York del quotidiano italiano “la Repubblica” – come l’ultimo anno della grande magia e il primo della brutale disillusione”. Si riferisce alla crisi della cosiddetta new economy. Proprio nell’anno in cui l’economia mondiale è cresciuta del 5 per cento, il ritmo più forte degli ultimi 16 anni, trainata da una locomotiva americana con un tasso di disoccupazione ai minimi storici (4 per cento), per una singolare sfasatura tra economia reale e finanza, il crollo dei mercati borsistici è stato così repentino e violento che i risparmiatori americani (con una forte propensione a detenere titoli azionari) si sono ritrovati più poveri alla fine del 2000, per la prima volta in 55 anni, cioè da quando esistono le statistiche attendibili sulla ricchezza posseduta dalla famiglie. È uno degli effetti della bolla speculativa che crea sovraproduzione e investimenti esagerati non basati su aspettative razionali, ma su crescite future esagerate, sovradimensionate. Queste aspettative hanno creato un effetto moltiplicatore che ha contribuito a creare un “effetto ricchezza”. Un fenomeno simile a quello avvenuto in Giappone durante gli anni ’80. I titoli della Borsa di Tokio erano ipervalutati. Il loro crollo ha portato a una stagnazione economica che dura da circa 10 anni. E ora? L’entusiasmo intorno al fenomeno della new economy sembra essere svanito anche se, saltuariamente, torna a far parlare di se in modo prorompente. Il 7 maggio del 2002 l’indice Nasdaq ha conosciuto un balzo di quasi il 7 per cento sulla base dei dati trimestrali del fatturato di Cisco (gigante del settore dell’Information technology) per ricrollare il giorno dopo. Un fuoco di paglia o l’inizio di una rinnovata fiducia irrazionale? Silvano Toppi: «Mistificazione della realtà» «La nuova economia, o new economy per dirla con il linguaggio ormai comune, ha stravolto tutti i parametri di valutazione dell’impostazione classica dell’economia. Ha infestato in un certo senso il processo economico. Alterandolo». È questo, in sintesi, il pensiero di Silvano Toppi, economista-umanista come ama definirsi che, riguardo al fenomeno della new economy, è molto scettico. Questo fenomeno è difficile da analizzare con distacco, senza implicazioni ideologiche. «Infatti – dichiara Toppi – anche l’aspetto fondamentale di questo nuovo modo di produrre, il tanto esaltato aumento della produttività, bisogna affrontarlo da un punto di vista ideologico. Bisogna, in una parola, avere fede. C’è disparità di vedute anche tra gli esperti sull’effettivo beneficio che l’economia reale ha tratto dalle nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione». Siccome è un’economia immateriale, la decantata produttività dell’ industria è difficile da valutare. Alcuni economisti americani sostengono che solo 6 settori, dei 59 in cui è divisa l’economia statunitense, hanno tratto un effettivo aumento di produttività. «Ma nonostante questi dati – continua Toppi – quasi tutti sono convinti e sostengono che ciò ha rappresentato la nuova fase della crescita economica e della produttività, soprattutto nel settore delle telecomunicazioni. Si pensi all’ex presidente Usa, Bill Clinton, che sosteneva che per creare sviluppo e benessere bisognava portare Internet anche nel più sperduto dei villaggi africani». «A questo credo – aggiunge Toppi – bisogna aggiungere una sorta di mistificazione di alcuni simboli di questa nuova economia». Il Nasdaq, il nuovo mercato finanziario americano, è uno di questi totem a cui si sono affidati milioni di risparmiatori? «Sicuramente lo è. Comunque sia è un’economia, che dal punto di vista dei risultati concreti è discutibile. È una montatura, come si è dimostrata di essere. Da un punto di vista ideologico ha avuto il merito, o il demerito a seconda dell’orientamento politico di chi guarda, di mutare le strutture economiche. Ha rivoluzionato il modo di vedere le cose. Ha dato un’altra concezione del mercato. Un mercato, soprattutto quello finanziario, che deve essere completamente libero». Ma anche grazie a questa nuova economia, alla sua capacità di produrre più beni a costi inferiori, abbiamo addomesticato il fenomeno dell’inflazione. «Sì, è vero. Ma quanta di quest’inflazione è stata trasportata sui mercati finanziari in termini di ipervalutazioni? Ad esempio: come mai la Borsa ci indica in un anno guadagni strepitosi, che dovrebbero essere fondati sull’andamento delle società quotate, mentre la crescita dell’economia arranca intorno al 2 per cento? La spiegazione classica è che la Borsa è sopravvalutata ed è quindi un bene che capitino ridimensionamenti. Ci si dice, con altre parole, che l’inflazione scacciata dall’economia reale, è stata iniettata senza limiti né paure nell’economia finanziaria». Ma un’altra cosa che ci ha insegnato la new economy, o la filosofia ad essa connessa, è lo strapotere dei managers e la centralità degli azionisti. Questo il pensiero di Toppi: «Grazie alle stock options si sono fatti partecipi delle sorti aziendali molti dipendenti, specialmente quadri e dirigenti. Questo è un grave pericolo perché l’azionista (-dirigente) diventa l’elemento principale d’interesse. Il manager deve fare in modo di soddisfare l’azionista a tutti i costi, lo si è visto anche in Svizzera, e si comporta anche irrazionalmente con investimenti spropositati finalizzati non alla produzione, quanto a creare il “valore aggiunto dell’azionista” e non dell’economia nel suo complesso». «Per questo – continua Toppi – insisto molto sulla separazione tra economia reale ed economia finanziaria. Una volta – non molti anni fa – il mercato borsistico era solo uno dei modi di finanziamento alternativo delle aziende. Ora sembra che abbia la funzione – conclude Toppi – di eliminare l’inflazione creandone un’altra finanziaria. In questo modo ci si dimentica però dei costi sociali. Perché questo tipo di filosofia economica ne ha creati, e ne crea, di costi sociali e umani. Negli Usa tutto questo è normale. Non in Europa. Anche se si continua a cedere su questo aspetto e ci si prepara a metabolizzare ed ad accettare liberalizzazioni forzate (Lmee, ad esempio) che creeranno il terreno di coltura per impiantare e radicalizzare sempre di più questo pensiero. Un pensiero unico (rappresentato dalla new economy ma non solo) che fagocita tutto e che inquadra tutti con il famoso sogno del ceto medio. Tutti hanno sposato la tesi del ceto medio. Un ceto medio che in realtà non esiste ma che tutti hanno l’impressione di poter superare per diventare qualcos’altro».

Pubblicato

Venerdì 6 Settembre 2002

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