Dopo anni di discussioni politiche infruttuose, l'idea di creare anche in Svizzera una vera e propria banca postale torna di attualità. A breve se ne occuperà il Parlamento e probabilmente già l'anno prossimo toccherà ai cittadini esprimersi, essendo la questione oggetto di un'iniziativa popolare del sindacato dei media e della comunicazione syndicom, che si prefigge, tra l'altro, di assicurare alla Posta i mezzi necessari per continuare a garantire un servizio universale facilmente accessibile.

Concretamente si tratterebbe di concedere una licenza per svolgere attività bancaria a Postfinance, la redditizia unità aziendale di servizi finanziari del gigante giallo i cui margini di manovra sono oggi assai ristretti. Essa non può infatti operare direttamente nel mercato svizzero dei crediti e delle ipoteche, ma limitarsi ad offrire questi servizi facendo capo a partner esterni, cioè alle banche. Una banca postale, per contro, «consentirebbe a Postfinance di mettere a disposizione dell'economia svizzera» una parte degli oltre 80 miliardi di franchi (89 a fine marzo 2011) di depositi della clientela «sotto forma di crediti ipotecari e aziendali», scriveva la Posta ancora nel 2009 in un articolo sul suo bollettino informativo in cui si annunciava «un disgelo politico» sull'eterna questione della banca postale, sulla scorta di una serie di iniziative parlamentari all'epoca in discussione a Berna. Oggi, si ammoniva nello stesso articolo, «Postfinance è pertanto costretta a investire gran parte dei risparmi dei clienti all'estero, nonostante ciò comporti un rischio più elevato».
Nel frattempo però la posizione del gigante giallo, che per anni ha inutilmente esercitato pressioni su Consiglio federale e Parlamento per ottenere una licenza bancaria per Postfinance, è radicalmente cambiata, come conferma ad area la sua portavoce Nathalie Salamin: «Non è più una questione all'ordine del giorno. Le pressioni esercitate in passato non hanno sortito effetti e ora la Posta si adegua alla volontà politica espressa nel 2010 dal Parlamento». Negando che la "svolta" sia stata indotta dal nuovo presidente del consiglio di amministrazione ed ex direttore dell'Unione padronale svizzera Peter Hasler come è stato sussurrato, Salamin precisa che «ora la priorità è quella di mettere in pratica le nuove disposizioni di legge che porteranno alla trasformazione in società anonima sia della Posta sia di Postfinance, verosimilmente a partire dal 2013». «La banca postale -conclude la portavoce- potrà essere al massimo musica del futuro».
Un futuro però non troppo lontano, visto che è una delle proposte contenute nella citata iniziativa popolare che sarà sottoposta a votazione il prossimo anno. Sulle ragioni di una banca postale, abbiamo raccolto il parere di Silvano Toppi, economista e attento osservatore delle trasformazioni del servizio pubblico.
Postfinance gestisce 89 miliardi di franchi in depositi della clientela. In linea generale sarebbe sensato consentirle di investire parte di questo patrimonio in Svizzera sotto forma d'ipoteche e crediti e dunque attribuirle una licenza bancaria a tutti gli effetti?
Perfettamente e logicamente sensato. Per due motivi. Il primo, ovvio: una così cospicua liquidità non ha senso lasciarla dormire, come insegna e pratica la stessa piazza finanziaria svizzera; perché bisognerebbe fare un'eccezione? Il secondo, "politico": quei soldi appartengono a cittadini comuni, che depositandoli hanno fatto una scelta, pratica e di sicurezza; perché quelle decine di miliardi devono essere dirottate verso collocazioni non solo con  rendimenti incongrui ma con  attribuzioni discutibili, almeno per le finalità,  come i prestiti alla Banca nazionale, alla Confederazione o persino all'Ubs troppo grande per fallire? È comunque chiaro che una redditività usuale e normale del capitale investito (ipoteche e crediti) è una condizione imperativa ma anche  più che sufficiente per giustificare l'esistenza di una banca postale.
In che misura l'economia svizzera trarrebbe vantaggio da una soluzione di questo tipo?
Per l'utilizzazione di un importante risparmio "interno", pregiato, certamente gestibile a minori costi (per esempio in commissioni) rispetto a quelli praticati da banche e assicurazioni;  perché per sua stessa natura e definizione anche  una banca postale deve operare nello spirito del servizio pubblico,  è quindi  rivolta all'interno anche nei suoi investimenti e non può permettersi incursioni sui mercati a rischio e tanto meno ad alto rischio, con l'ossessione dell'alta performance, che abbiamo visto dove porta.  
C'è a suo avviso un interesse pubblico che giustificherebbe un impiego degli utili della Banca postale per finanziare i servizi poco redditizi della Posta e dunque il servizio universale?
Qui sta il punto. Bisognerebbe infatti capire che la concessione di una licenza bancaria alla Posta non è né un regalo né una fissazione di alcuni. È la contropartita necessaria, indispensabile, per mantenere il servizio pubblico, per mantenere un servizio postale universale.  Direi addirittura che è la paradossale conseguenza delle liberalizzazioni concesse. Un tempo era la telefonia che sovvenzionava il costoso servizio postale: telefonavi a New York e permettevi al buralista postale di Campello di distribuire posta e giornali e versare l'Avs. Era una sorta di solidarietà imposta ma anche una forma concreta di democrazia, di bene comune, o di diritto all'informazione. Ora, con la liberalizzazione della telefonia che ha ovviamente sottratto quella forma di solidarietà interna ma soprattutto con la doppia concorrenza, quella dei nuovi vettori di comunicazione (internet, telefonia mobile ecc.) e quella commerciale degli altri trasportatori privati di lettere e pacchi (che, dovendo realizzare profitti, si interessano soprattutto ai grossi clienti e alla distribuzione urbana), il servizio pubblico universale, quello che  deve essere presente anche  nelle zone più discoste, alle stesse tariffe che nelle zone porta a porta, implica obblighi e costi "non-economici", comunque non profittevoli. Costi che i privati non assumerebbero mai e che vanno coperti o con sussidi pubblici o con espedienti gestionali, spesso falcidianti, che cercano una compensazione.
L'impiego degli utili della banca  postale è la via più ovvia, più logica e naturale da percorrere. Lo impedisce purtroppo, irrazionalmente e con visioni manageriali privatistiche, la legge, un'ordinanza che vieta le cosiddette "sovvenzioni incrociate": le entrate del servizio universale non possono servire ad abbassare i prezzi dei servizi liberi e viceversa. Per questo bisognerebbe procedere a una modifica delle norme.

La concorrenza sgradita

La lobby delle banche private negli ultimi anni ha sempre fatto di tutto per impedire la nascita di una Banca postale. Sarebbe un concorrente così temibile?
Una licenza bancaria per La Posta aumenterebbe sicuramente la concorrenza nel settore bancario ma, tenendo conto della sua particolarità, andrebbe a toccare solo una parte della clientela e delle attività più "universali" di una banca privata.  E poi, gli ambienti economici e i partiti dominanti non hanno continuato a "condire" ogni politica economica e ogni decisione con l'efficacia e i benefici effetti della concorrenza? I predicatori del liberalismo, quando conviene loro, diventano subito difensori del protezionismo.
L'Associazione svizzera dei banchieri dice ufficialmente di non essere contraria a una Banca postale, ma tra le condizioni pone anche quella di una separazione totale dalla Posta, la quale gode della garanzia della Confederazione. È una pretesa sostenibile dal punto di vista delle regole della concorrenza? E con quali rischi per la Posta?
Non ha senso. Non si tratta di creare "un'altra" banca. Si tratta di permettere un'attività bancaria che possa rispondere alle esigenze e alle finalità stesse de La Posta, che non sono assimilabili a quelle di un'iniziativa privata.  E cioè: poter gestire con razionalità e dentro precise norme di sicurezza dei fondi affidati; ottenere in tal modo un rendimento normale che permetta di coprire i maggiori costi derivanti dall'obbligo del servizio pubblico universale, il che rappresenta un atto politico e non solo economico, fondamento di democrazia e di solidarietà nazionale; non sottostare quindi, come altre banche o come una società anonima (che  devono invece accontentare azionisti privati con la distribuzione di dividendi), al principio della massimizzazione del profitto. La proposta di far germinare e scorporare una banca da La Posta è la classica manovra privatistica: ridotta a società anonima, finirebbe per far la fortuna di poche banche azioniste o pochi "menatorroni" finanzieri che cercherebbero solo di monopolizzarsi un risparmio pubblico per ottenere alti profitti, non certo con intendimenti da servizio pubblico. 
Alle obiezioni dei banchieri si può infine reagire con due semplici domande. La prima: visto che le banche, ovviamente per altri motivi,  praticano di fatto sempre la compensazione delle perdite in alcuni  campi (supponiamo "investment") con guadagni in altri, come mai un meccanismo del genere non deve poter essere utilizzato per un servizio pubblico, per ottenere un bene comune?
La seconda: il principio del "troppo grande per fallire", nonostante le medicazioni avvenute, non è una implicita garanzia della Confederazione per le grandi banche, ben più rischiosa, costosa, incongruente  e comunque infinitamente meno utile di quella che si può dare a un fondamentale servizio pubblico?   


Pubblicato il 

08.07.11

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato