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La Svizzera, un supermercato

di

Nicola Emery
Osservare che anche la Svizzera si "urbanizzi" sempre di più è constatazione che pare persino scontata. Essa è al centro dei quattro volumi intitolati "La Suisse. Portrait urbain" (Ed. Birkhäuser, Basel, 2006), elaborati dall'Eth Studio Basel, un vasto team di ricerca che vi ha lavorato per ben sei anni sotto la guida dei celebri architetti R. Diener, J. Herzog, de Meuron, M. Meili e del sociologo C. Schmid. Di contro alle rappresentazioni che tendevano a dare un segno negativo al processo di progressiva "urbanizzazione", a considerarlo come minaccioso e "non svizzero", lo studio si impegna a interpretare la deterritorializzazione contemporanea in termini di progressiva "urbanizzazione" del paese, a vederla come incipiente formazione di un'entità diversificata, "a cinque velocità"(!), di scala metropolitana, e a elogiarne fortemente le potenzialità.

Il nuovo "Ritratto urbano" complessivamente propone un quadro decisamente roseo, apologetico delle trasformazioni territoriali che abbiamo sotto gli occhi. Ad alta voce gli autori esprimono la volontà di allontanarsi dai cliché del passato, arroccati alle immagini di una immutabile svizzera contadina. Cui associano in modo del tutto superficiale e irresponsabile anche le attuali (necessarie) resistenze ambientaliste.
Il concetto di "urbanizzazione" è fatto giostrare come una parolina magica, ma di fatto lo studio (in particolare nel primo volume che è di carattere teorico) finisce con l'offrire una mistificazione ideologica della realtà, sovrapponendole a sua volta un cliché idealizzante, che tale rimane anche se impastato e impaginato con immagini e rappresentazioni "trendy".
Pascal Couchepin in un suo discorso di qualche mese fa, ha fatto riferimento a questo ritratto territoriale, assegnandoli il titolo di «visione liberale dell' urbanizzazione della società». Ma appunto, la comprensione critica che si potrebbe esigere da un lavoro di questo tipo dovrebbe essere altra cosa dalla rassicurazione politico-ideologica.
Che la mistificazione avvenga facendo perno sul concetto passepartout di "differenza" non deve incantare. Gli autori riprendono, in modo molto parziale, alcune vecchie tesi da "Le droit a la ville" pubblicato nel 1968 dal pensatore francese Henri Lefevbre e vedono la città come un «luogo delle differenze», dove a fronte dell'omogeneità culturale propria dell ambito rurale e campagnolo, le differenze sembrano poter liberare la loro "energia", innescando dinamiche nelle quali «la città si reinventa perpetuamente».
Allo spazio "isotopo", uniforme, che raccoglie solo ciò che è identico, assegnato al passato rurale, è opposta l'idea del nuovo spazio urbano come spazio "eterotopico", spazio che raccoglie e rende "produttive" le differenze. L'"urbanizzazione" progressiva del paese è così unilateralmente interpretata come un movimento di superamento del particolarismo e di arricchimento dell'identità in chiave cosmopolitica e "globale". Visione per certi aspetti seducente, certo.
Peccato tuttavia che già Lefebvre quando parlava del "diritto alla città" precisava che la città delle differenze per poter essere tale, preliminarmente doveva essere anche realtà capace di "resistere" come "valore d'uso" alla logica e al linguaggio della merce e all'estensione virtualmente illimitata del valore di scambio. «Il diritto alla città» inteso come diritto «non alla città antica ma alla vita urbana, alla centralità rinnovata, ai luoghi d'incontro e di scambio, a ritmi di vita e impieghi di tempo che permettano l'uso pieno e intero di questo momenti e luoghi» reclama «il controllo della sfera dell'economico» e per conseguenza – concludeva coerentemente il vecchio Lefebvre – «si iscrive nella prospettiva della rivoluzione sotto l'egemonia della classe operaia».
Ovviamente questo lato dell'argomentazione, che negli anni '60 confluì nel concetto di "urbanismo unitario" e nelle pratiche della contestazione "situazionista", è lasciato cadere senza essere discusso o criticato nel "Portrait urbain" di stampo neo-liberale, che inevitabilmente lascerà infine divorare il "diritto alla città" e le tanto enfatizzate ed estetizzate "differenze" da un glaciale paesaggio di merci.
Il discorso dell'Eth Studio sembra mancare o nascondere che l'attuale organizzazione post-fordista del lavoro si regge in realtà sulla più spettrale atomizzazione individualistica delle differenze, e che la trasformazione territoriale contemporanea è legata a filo doppio con il movimento generale di questo isolamento. Il concetto di "differenza" se non viene confrontato con lo sfondo della moltitudine atomizzata contemporanea, resta astratto, addirittura anacronistico.
L'urbanizzazione in realtà attualmente si realizza come una deterritorializzazione legata non da ultimo alla delocalizzazione della produzione e al proliferare delle forme onnipervasive e inabitabili della logistica e della grande distribuzione. In questa luce lo stesso concetto di "urbanizzazione" in realtà costituisce una alterazione ottimistica delle trasformazioni territoriali contemporanee, che procedono voraci in direzione della città dispersa e della città esplosa totale, dagli altissimi costi ambientali e sociali.
Alla analisi del "Portrait" resta estraneo il dubbio che questo movimento nel quale città e campagna sono spinti a scomparire, esprima e realizzi in realtà non il loro superamento in direzione di una idilliaca cosmopoli, quanto piuttosto il loro simultaneo sfacelo. Eppure proprio questo si deve comprendere, se è vero che lo spazio nazionale, come viene ammesso candidamente nelle conclusioni stesse del lavoro teorico, in forza della nuova urbanizzazione «è diventato una sorta di supermercato, che propone delle offerte più vantaggiose in materia di luogo, di eventi e di installazioni a quelli che ne hanno i mezzi finanziari e la mobilità. Esso permette loro di costruirsi le proprie reti quotidiane».
Davanti alle filiere di monitor della "metropoli svizzera", sembra allora necessario riprendere in mano "La Società dello spettacolo", il capolavoro scritto nel 1967 del situazionista Guy Debord, che di Lefebvre fu primo discepolo e primo critico. Vi si legge: «La produzione capitalistica ha unificato lo spazio, che non è più limitato da società esterne. Questa unificazione è nello stesso tempo un processo estensivo e intensivo di banalizzazione. (…) L'urbanesimo è il compimento moderno del compito ininterrotto che salvaguarda il potere di classe: il mantenimento dell'atomizzazione dei lavoratori che le condizioni urbane di produzione avevano pericolosamente riunito. Il movimento generale dell'isolamento che è la realtà dell'urbanismo deve anche contenere una reintegrazione controllata dei lavoratori, secondo le necessità pianificabili della produzione e del consumo. L'integrazione nel sistema deve recuperare gli individui isolati in quanto individui isolati insieme: le fabbriche come le case della cultura, i villaggi turistici come "i grandi agglomerati" sono specificatamente organizzati ai fini di questa pseudo-collettività che accompagna l'individuo isolato anche nella cellula familiare: l'impiego generalizzato dei ricevitori del messaggio spettacolare fa sì che il suo isolamento si ritrovi popolato delle immagini dominanti, immagini che per questo isolamento soltanto acquistano la loro piena potenza». Parole per molti aspetti lungimiranti, anche se certo non immediatamente consolanti.

Pubblicato

Venerdì 2 Febbraio 2007

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