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L'editoriale

La Svizzera riconosca finalmente i suoi figli

di

Claudio Carrer

“Integrazione” è uno dei termini più usati e abusati, nel dibattito politico come nei media, soprattutto quando si tratta di descrivere il necessario livello di inserimento di un cittadino straniero nella comunità in cui vive affinché gli vengano riconosciuti determinati diritti, oppure, come più spesso accade, per giustificare misure o norme escludenti. È quello che succede per esempio nell’ambito della legislazione sulla cittadinanza e della sua applicazione in Svizzera, un paese che in questo è il più severo, il peggiore, d'Europa: il passaporto rossocrociato è storicamente il più difficile da ottenere, sia per la severità delle condizioni, sia per la complessità e l’onerosità della procedura ma anche per la sua mancanza d’imparzialità e di uniformità, così come per la diffusa arbitrarietà delle decisioni.


È per questo che oltre il 20 per cento della popolazione – circa 2 milioni di persone – è straniera. E non certo perché siamo vittime di un’immigrazione “di massa” come afferma l’estrema destra conservatrice, che cerca di alimentare sentimenti xenofobi nella popolazione proprio servendosi di leggi e prassi che mantengono artificialmente alto il numero di stranieri in Svizzera.


Non è un caso che portino la firma di questi ambienti quegli schifosi manifesti apparsi nelle scorse settimane nelle principali stazioni svizzere in vista della votazione popolare del 12 febbraio sulla naturalizzazione agevolata per i giovani stranieri di terza generazione, in cui è raffigurata una donna col burqa e lo slogan “Naturalizzare in modo incontrollato? No alla naturalizzazione agevolata”.


In questa occasione non potevano ricorrere all’argomento della mancata integrazione dei futuri beneficiari di una procedura meno complessa (e non automatica), perché si tratta di persone che qui sono nate, qui hanno frequentato le scuole e qui lavorano, persone che parlano e scrivono le nostre lingue e che in molti casi non hanno più alcun legame con il paese di origine, se non magari come luogo per trascorrere le vacanze. Secondo uno studio dell’università di Ginevra, attualmente sarebbero circa 25.000 (lo 0,3% della popolazione) i giovani che potrebbero acquisire la cittadinanza in modo agevolato e nel prossimo decennio 2.300 (lo 0,03% della popolazione) in media all’anno.


Concedere questa possibilità è il minimo che si possa fare per far sentire a casa persone che sono già a casa loro, oltre che per compiere un piccolo ma significativo passo avanti dal punto di vista della democrazia di questo paese.

Pubblicato

Mercoledì 25 Gennaio 2017

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