La Svizzera, paese antisindacale

Piovono critiche a livello internazionale per le restrizioni imposte ai sindacalisti e per la mancata protezione dai licenziamenti abusivi

Condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (Cedu) e sotto esame da parte dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), la Confederazione sembra avere un problema con le libertà sindacali. Tra diritti fondamentali negati, mancanza di protezione contro i licenziamenti antisindacali e inchieste penali ecco il punto della situazione.

Come vuole la tradizione, per il prossimo Primo maggio i sindacati chiamano la popolazione a scendere in strada per chiedere salari e pensioni migliori. In tutta la Svizzera si terranno decine di manifestazioni, presidi e cortei. Un momento di rivendicazioni, di lotta, ma anche di ritrovo e di festa per la classe lavoratrice. Niente a che vedere con quanto successo tre anni fa, nel 2020, l’anno del Covid-19. Con lo scoppio della pandemia, il Consiglio federale varò un’ordinanza con la quale si vietava tutti gli eventi pubblici, manifestazioni sindacali comprese. Impossibile, quindi, festeggiare il Primo maggio. Ma non solo: qualsiasi attività sindacale, dal picchetto di sciopero alle riunioni di delegate e delegati è stata vietata tra il 16 marzo e il 30 maggio 2020. Il rischio, per chi non avesse rispettato l’imposizione, era quello di andare in prigione. Certo, l’emergenza sanitaria in quel momento era grande, ma queste disposizioni estremamente restrittive erano giustificate? No, secondo la Cedu che, nella primavera del 2022, ha condannato la Svizzera proprio per avere impedito le manifestazioni sindacali. I giudici di Strasburgo hanno stabilito che la Confederazione ha violato l’articolo undici della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, quello cioè che sancisce la libertà di riunione e di associazione. La Cedu, pur essendo pienamente consapevole della minaccia rappresentata dal coronavirus per la società e la salute pubblica, ha concluso «che l’interferenza con la libertà di riunione non è stata giustificata (...) e non era proporzionata agli obiettivi perseguiti».


Il ricorso a Strasburgo era stato depositato dalla Comunità d’azione sindacale di Ginevra, associazione mantello delle organizzazioni sindacali ginevrine. Per il loro avvocato, Olivier Peter, si è trattato soprattutto di denunciare la crassa disparità di trattamento tra datori di lavoro e impiegate e impiegati: «Il posto di lavoro era il terzo luogo di contagio in Svizzera. Malgrado ciò gli imprenditori hanno potuto liberamente continuare a fare lavorare il personale, esponendolo al contagio del virus, mentre questo stesso personale non era autorizzato a riunirsi pur nel rispetto delle norme sanitarie». L’avvocato Peter fa l’esempio del commercio al dettaglio: «Venditori e venditrici erano continuamente esposti al virus durante le ore di lavoro, ma non potevano riunirsi all’aperto e manifestare pubblicamente per chiedere un intervento a difesa della loro salute». Un discorso che vale anche per cantieri e fabbriche che durante la pandemia hanno continuato, nella gran parte dei casi, ad essere operativi e con pochissimi controlli sui dispositivi di sicurezza. «Allorché lavoratrici e lavoratori necessitavano dei loro sindacati, a questi era impedito l’operato. Anche perciò abbiamo deciso di ricorrere» spiega ancora Olivier Peter.

Berna fa ricorso


La decisione non è andata giù a Berna. Nel settembre 2022, il caso è stato deferito alla Grande Camera (composta da 17 giudici internazionali) su richiesta del Consiglio federale, che contesta la sentenza. Il dibattimento si è tenuto di recente. Per le autorità elvetiche, le questioni principali in gioco sono due. In primo luogo, la Confederazione mantiene la sua posizione sull’equilibrio tra il diritto di manifestare e le misure sanitarie necessarie in quel momento. In secondo luogo, c’è la questione della procedura stessa. Infatti, la Svizzera contesta il fatto che i sindacati abbiano deferito direttamente il caso alla Cedu senza passare prima per il sistema giudiziario elvetico. Nella sua decisione di prima istanza, la stessa Corte europea ha però ricordato che i sindacati non disponevano, all’epoca dei fatti, di un rimedio effettivo e concretamente disponibile che le avrebbe permesso di contestare l’ordinanza del Consiglio federale in relazione alla violazione dell’articolo undici della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Detta in altri termini: in Svizzera nessuna istanza giudiziaria, dai tribunali di primo grado al Tribunale federale, ha potuto pronunciarsi sulla compatibilità delle decisioni d’urgenza del Consiglio federale con la Costituzione e i diritti fondamentali. Da qui, il ricorso diretto a Strasburgo inoltrato dai sindacati ginevrini. Una prassi, questa, contestata da Alain Chablais, dell’Ufficio federale di giustizia, rappresentante legale della Svizzera nella causa: «Riteniamo che anche durante la prima ondata della pandemia, i tribunali svizzeri abbiano continuato a funzionare e sia stato possibile ottenere una decisione giudiziaria», ha dichiarato nel dibattimento facendo allusione al “rischio” di una giurisprudenza che consenta di «aggirare» i tribunali svizzeri. Un argomento che è stato contestato da Olivier Peter: «Non vi era nessuna via di ricorso possibile in Svizzera. Il Tribunale federale ha sempre giudicato irricevibili i ricorsi contro l’ordinanza del Governo, come quelli inoltrati dallo Sciopero per il futuro. Per questo siamo stati costretti ad andare a Strasburgo». Per l’avvocato, il senso di questo ricorso è però soprattutto quello di sollevare il dibattito sulla libertà sindacale in Svizzera: «La Svizzera viene regolarmente criticata a livello internazionale per le restrizioni imposte ai sindacati e ai sindacalisti. Quindi il solo fatto di essere riusciti a portare il dibattito davanti alla Cedu è già una vittoria».


Attualmente di fronte alla Corte europea sono pendenti almeno quattro procedure contro la Svizzera per delle restrizioni sproporzionate all’attività sindacale. Tra queste cause vi è, ad esempio, quella degli impiegati dell’ospedale La Providence di Neuchâtel, licenziati nel 2013 dopo aver partecipato ad uno sciopero. Nel 2019, il Tribunale federale ha ritenuto che la prosecuzione dello sciopero tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 fosse illegittima e che il licenziamento degli scioperanti fosse avvenuto per «giusta causa». Non è raro, poi, che un sindacalista finisca sotto indagine nei Cantoni nell’ambito della sua attività lavorativa. Lo scorso anno, in Vallese, il segretario del sindacato Unia Blaise Carron è stato condannato per “tentativo di coercizione” nei confronti di un’azienda che accusava di dumping salariale. In quel caso il sindacalista aveva fatto ricorso: il Tribunale di Martigny gli aveva poi dato ragione ritenendo che l’uomo avesse sì usato un mezzo di coercizione, ma che non lo avesse fatto in modo illegale o sproporzionato. Il sindacalista aveva chiesto a un cliente della società Adatis se fosse accettabile continuare a trattare con un’azienda che faceva dumping. Il tribunale ha ammesso che questa osservazione non era assolutamente necessaria, ma ha ritenuto che non superava i limiti della polemica sindacale. In fondo, tutti si aspettano che le osservazioni di un sindacato siano di parte e che contengano «una certa dose di esagerazione» ha chiosato il giudice. In Ticino, di recente, tre sindacalisti di Unia sono stati condannati per coazione per avere bloccato l’accesso ai magazzini comunali di Paradiso durante un picchetto di sciopero.

Lacune di legge


In Svizzera manca ancora una legislazione efficace per scoraggiare i licenziamenti antisindacali. L’ultimo caso ha visto come protagonista una postina ticinese, membra della commissione del personale, ingiustamente licenziata dalla Posta (si veda il nostro articolo online del 13 aprile 2023). La Svizzera non rispetta la Convenzione 98 sul diritto di organizzazione e di contrattazione collettiva, che stabilisce che «i lavoratori devono godere di una protezione adeguata contro tutti gli atti di discriminazione che tendono a violare la libertà di associazione». Questa protezione deve includere la prevenzione di atti volti a «licenziare o pregiudicare in altro modo un lavoratore». Di conseguenza, l’Oil nel 2019 ha inserito la Svizzera nella lista nera dei 40 paesi che destano maggiore preoccupazione. Sotto pressione, il Consiglio federale ha avviato una mediazione tra le parti sociali per modificare la legislazione, ma non si è ancora arrivati a una soluzione. È così che il prossimo giugno, la mancanza di una protezione efficace contro i licenziamenti antisindacali sarà discussa alla sessione della Conferenza internazionale del lavoro. E, anche in questo caso, il Consiglio federale si farà tirare le orecchie.

Pubblicato il

27.04.2023 09:24
Federico Franchini