Ambiente

La Svizzera, il paese del carbone

L'ONG Public Eye ha raccolto più di 25.000 firme per una petizione che chiede di vietare il commercio del carbone in Svizzera. La petizione è stata respinta dal Consiglio nazionale. Eppure la Svizzera ha un ruolo determinante nel commercio del più inquinante dei combustibili fossili

Il suo cognome catalano – Carbó – designava delle persone che commercializzavano il carbone per il re di Aragona. Ma non è solo per questa ragione che Adrià Budry Carbó, esperto di materie prime per l’ONG Public Eye ed ex giornalista al quotidiano romando Le Temps, ha deciso di scrivere un libro sulla Svizzera e il carbone. Questa materia prima che rimanda ad un passato lontano, agli albori della rivoluzione industriale, è sempre più in voga. Se in Svizzera l’ultima miniera è stata chiusa tre quarti di secolo fa, l’industria elvetica di quello che è considerato il combustibile fossile più inquinante è più prospera che mai.

 

 

Adrià Budry Carbó, rispetto a quanto si possa magari pensare il consumo mondiale di carbone è in crescita. Ci può dare qualche dato?

Nel 2023 sono stati consumati 8,7 miliardi di tonnellate di carbone. Non si è mai consumato così tanto carbone come nel 2023 e ogni anno si battono i record di consumo mondiale. È una tragedia.

 

Dove viene consumato questo carbone?

La gran parte del carbone è consumata fuori dall’Europa, principalmente in Asia.

 

Cosa c’entra, allora, la Svizzera?

Il 40% del carbone mondiale è scambiato dalla Svizzera. All’ombra della piazza finanziaria elvetica, i più grossi attori mondiali del carbone hanno trovato la loro casa. Guardando il registro di commercio svizzero ci sono 245 imprese che hanno come scopo il commercio o l’estrazione di carbone. Queste società sono principalmente basate a Ginevra, Zugo e Lugano.

 

Cosa fanno in concreto queste società?

La grande maggioranza di loro fa del commercio. Ossia comprano e vendono del carbone senza farlo transitare dalla Svizzera. Poi ci sono i grandi gruppi minerari basati principalmente nel Canton Zugo che possiedono loro stessi delle miniere in diversi paesi del mondo e che poi rivendono quanto estratto dalla Svizzera. La più nota è Glencore, ma vi sono una ventina di queste grandi società provenienti dal mondo intero che si sono basate nella Confederazione.

 

Perché queste aziende vengono in Svizzera?

 

Le società evocano la stabilità e la neutralità della Svizzera, il franco svizzero, le scuole, o il fatto che dalla Svizzera puoi fare trading al mattino con l’Asia e alla sera con gli Stati Uniti. Vi è però senza dubbio il fatto che la fiscalità elvetica sia molto vantaggiosa. Molti dei gruppi si stabiliscono a Zugo dove non pagano inizialmente quasi nulla in termine di imposta sull’utile. E poi vi è la prossimità con la piazza finanziaria e una sorta di ecosistema bancario pronto ad investire nel commercio di materie prime e dunque a finanziare le forniture.

 

Come si spiega il fatto che il commercio del carbone sia esploso soltanto di recente, a livello globale?

 

Il paradosso del carbone è che quando vi è stata la prima mondializzazione, tra la fine del 18esimo e l’inizio del 19esimo secolo, il carbone non era molto commercializzato a livello internazionale. I paesi se lo tenevano ben stretto perché era alla base del loro sviluppo industriale. La Gran Bretagna ha fatto la rivoluzione industriale mezzo secolo prima degli altri paesi perché aveva più carbone dei suoi principali concorrenti commerciali, come la Francia. La mondializzazione del carbone avviene poi molto più tardi, a partire dagli anni Duemila.

 

Come mai soltanto in quel periodo?

Da una parte perché la Cina entra in un superciclo economico ed ha bisogno molto carbone per creare energia e d’altra parte perché inizia una sorta di finanziarizzazione di questa materia prima. Vengono ad esempio creati degli indici finanziari per standardizzare gli acquisti e stabilire un prezzo di riferimento. Ciò attira molti nuovi attori non attivi direttamente nell’estrazione che si specializzano nel carbone o investono in questa materia prima per diversificare un po’ il proprio portafoglio. Ad esempio i grandi nomi del commercio petrolifero come Trafigura, Vitol o Mercuria cominciano ad occuparsi anche di carbone.

 

Nel suo libro, racconta proprio la storia di Glencore che, con il carbone, è intimamente legata. Tutto inizia con il Sudafrica dell’Apartheid…

Sì, la persona che porterà il carbone in Svizzera è Marc Rich, creatore della Marc Rich & Co dalla quale, nel 1994, nascerà la più importante società di commercio di materie prime del mondo: la Glencore, stabilita nel Canton Zugo. Rich era molto abile a fare affari con i paesi sotto embargo internazionale, anche grazie al fatto che la Svizzera, non essendo all’epoca membro dell’ONU, non era tenuta a rispettare le sanzioni.  

 

E cosa avvenne, con il Sudafrica?

Negli anni Settanta il Sudafrica dell’Apartheid soffre molto a causa dell’embargo petrolifero imposto dai Paesi dell’OPEP ed è costretto a creare energia partendo dal carbone, materia prima di cui è ricchissimo. Questo processo è però molto costoso ed energivoro. In questo contesto, Marc Rich riesce a rifornire Pretoria con del petrolio di provenienza iraniana. In cambio, però, chiede l’accesso al carbone sudafricano e, dalla Svizzera, lo commercializza sui mercati internazionali.

 

Il successore di Marc Rich, Ivan Glasenberg, non a caso è un sudafricano attivo nel commercio di carbone…

Da un ufficio di Johannesburg, Glasenberg gestiva per conto di Rich il commercio di carbone sudafricano. È lo stesso Glasenberg che, alla fine degli anni 80, convince l’allora suo capo a non interessarsi solo al commercio, ma ad acquistare a prezzi convenienti delle miniere in Sudafrica. Quando, nel 1994, Marc Rich verrà messo da parte e viene creata Glencore quest’ultima sarà il solo gruppo internazionale ad essere attivo sia nel commercio che nell’estrazione delle materie prime.

 

Oggi che peso ha il carbone per Glencore?

L’attuale CEO di Glencore, Gary Nagle, viene pure dal Sudafrica e ha fatto tutta la trafila nel carbone. Per lui questa materia prima ha ancora un bell’avvenire. I dati parlano chiaro: il carbone è ancora oggi molto importante per Glencore che ne produce più di 100 milioni di tonnellate all’anno, con un picco di 140 milioni nel 2019, al quale bisogna aggiungere almeno una sessantina di milioni di tonnellate acquistate da altri e commercializzate. Per dare un’idea, si tratta del doppio di quanto veniva prodotto nel 1860 dalla Gran Bretagna vittoriana, il paese che all’epoca era il più potente del mondo grazie proprio alla produzione di carbone.

 

Oltre a Glencore, quasi tutti i più grandi attori russi del carbone, come SUEK dell’oligarca Andreï Melnichenko, hanno un’antenna nel Canton Zugo. Con la guerra in Ucraina, la Svizzera ha ripreso le sanzioni internazionali contro le aziende russe. Quanto è stato colpito il settore del carbone?

Il carbone resta un angolo morto delle sanzioni contro la Russia. Ci siamo resi conto che la Segreteria di Stato per l’economia (SECO) non aveva idea di quali aziende russe avessero sede a Zugo e di cosa facessero. In primo luogo, perché la Svizzera non dispone di statistiche in materia, anche se il settore delle materie prime rappresenta attualmente il 10% del PIL elvetico. L’altro problema è che l’organismo che dovrebbe applicare le sanzioni è anche uno strumento di promozione dell’economia e potrebbe aver contribuito ad attirare queste aziende russe negli anni 90 e 2000. Ci è voluto un anno e mezzo di guerra in Ucraina perché la SECO venisse riorganizzata per porre fine a questo conflitto di interessi…

 

Commercializzare carbone, rende?

Certo. I margini sono molto importanti e possono raggiungere il 30 e fino al 50%. Nel petrolio, ad esempio, il margine è molto molto più basso.

 

Come lo si spiega?

È tutto il paradosso del carbone. Vi sono molti attori che si ritirano perché il carbone è mal visto ed è difficile trovare dei finanziamenti. Ciò che fa sì che chi resta ha una posizione privilegiata sul mercato e quindi può fare pagare più caro un’energia fossile che ha dei rendimenti molto negativi (molto più CO2 e molti più scarti) ma che in realtà non costa molto produrre. In periodi particolari, come durante la pandemia o subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina dove si è dovuto rimpiazzare rapidamente 55 milioni di tonnellate, creando dei grossi problemi nelle catene di approvvigionamento, i prezzi del carbone sono saliti alle stelle. Per Glencore, quel periodo in cui il prezzo ha raggiunto il picco di 400 dollari la tonnellata è stato una vera fortuna.

 

C’è chi dice che le miniere di oggi non sono più quelle di una volta. È davvero così?

In Svizzera e in Europa non sappiamo più cosa vuol dire vivere a fianco di una miniera. In certi paesi le condizioni non sono molto cambiate dai tempi in cui Emile Zola scriveva il suo Germinal: esistono ancora delle miniere con delle gallerie sotterranee che a volte crollano. In Cina è successo ancora di recente. Una buona parte della produzione si è certo industrializzata e l’estrazione si fa in gigantesche miniere a cielo aperto ultrameccanizzate. Queste sono forse più sicure per i lavoratori, ma da un punto di vista ambientale sono una vera e propria catastrofe a causa delle emissioni di metano e della deforestazione.

 

Lei è andato sul posto, in Indonesia e in Australia, per vedere da vicino l’impatto del carbone. Cosa ha potuto constatare?

Per le popolazioni locali il problema principale è l’accaparramento delle terre. Le miniere hanno una durata di vita limitata e chi le sfrutta è sempre in cerca di nuovi territori. E per questo spesso vengono espulse delle popolazioni autoctone, che siano gli aborigeni in Australia o i Dayak in Indonesia. Poi vi è tutta una serie di problemi legati all’inquinamento delle acque o alla qualità dell’aria.

 

 

FOTO: Matthew Abbott per Public Eye

Pubblicato il

17.06.2024 08:32
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