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La Svizzera era l'America

di

Claudio Carrer
Hanno lasciato la loro terra di agricoltori per andare in Svizzera a fare fortuna, dove hanno lavorato duramente per decenni. Poi sono rientrati, un po' meno poveri, ma con appresso la malattia che a uno a uno li sta uccidendo tutti. Sono i lavoratori pugliesi dell'Eternit (la multinazionale svizzera dell'amianto che fu della famiglia Schmidheiny) che tra gli anni Cinquanta e Novanta hanno lavorato negli stabilimenti elvetici di Niederurnen (Glarona) e Payerne (Vaud) esposti in modo continuativo e senza le dovute protezioni alle micidiali polveri di amianto.

Il prezzo che hanno pagato e che stanno pagando questi ex operai e le loro famiglie è enorme, come testimoniano i loro volti e i loro racconti che area ha potuto vedere e ascoltare.
Compiendo in un certo senso a ritroso la via dell'emigrazione da loro percorsa nei decenni passati, abbiamo raggiunto Corsano, un "paesotto" del profondo sud della Puglia a un tiro di schioppo dall'incantevole località di Capo di Santa Maria di Leuca, proprio dove si incrociano i Mari Adriatico e Ionio. Qui la natura offre uno spettacolo da sogno: una costa in cui si alternano roccia, calette sabbiose e grotte e un entroterra fatto di coltivazioni di ulivi a perdita d'occhio.
Iniziavano proprio da qui e dai villaggi vicini (Tiggiano, Alessano, Casarano, Gagliano del Capo) i viaggi della speranza verso la ricca Svizzera che portarono nell'incubo dell'Eternit centinaia di giovani lavoratori. Giovani in fuga da una realtà economica depressa che, grazie al passaparola, si portavano dietro familiari, amici e vicini di casa: ogni mercoledì a decine e decine salivano su un treno svizzero celebre da queste parti: il diretto Lecce-Zurigo. «Sembrava quasi di vedere delle processioni», ci racconta un'anziana di Corsano per darci l'idea delle dimensioni del fenomeno migratorio. Dalla sola provincia di Lecce più di mille sono partiti per andare a lavorare all'Eternit.
A Corsano  abbiamo incontrato alcune decine di sopravvissuti. Un termine che da queste parti non è fuori luogo, visto che non c'è persona che non abbia un parente o un conoscente malato o morto a causa dell'amianto respirato nelle fabbriche svizzere dell'Eternit. Nella migliore delle ipotesi soffrono di placche pleuriche o asbestosi, in quella peggiore si ammalano di cancro polmoni o di mesotelioma e muoiono nel giro di pochi mesi. La locale associazione "Migranti nel mondo" li ha chiamati a raccolta in occasione della presenza in paese per alcuni giorni delle telecamere della Radiotelevisione della Svizzera italiana (Rsi), i cui giornalisti  Dinorah Herz e Gaetano Agueci stanno realizzando un documentario sui morti dell'Eternit per Falò.
Si sono presentati per raccontare le loro storie e i loro dolori del passato e del presente e così come per esprimere la speranza di ottenere un minimo di giustizia per i torti subiti. Sono usciti dei racconti tanto veri quanto toccanti di cui riusciremo solo parzialmente a dar conto nelle pagine seguenti. Racconti utili innanzitutto a descrivere le reali condizioni di lavoro nelle fabbriche svizzere dell'Eternit e smascherare molte delle bugie sin qui raccontate dagli Schmidheiny, che hanno tenuto le redini dell'Eternit dagli anni Trenta fino al 2003: prima il padre Max, poi Stephan (sotto processo a Torino per la strage italiana dell'Eternit) e infine Thomas, colui che fece il "funerale" all'amianto. Agli operai non si diceva nulla sulla pericolosità dell'amianto e le misure di protezione erano ridicole. «Tanto per prenderci per fessi», commenta un ex lavoratore. In fabbrica regnava inoltre un clima intimidatorio e quelli che si ammalavano venivano licenziati. Siamo addirittura venuti a conoscenza del caso (documentato) di un operaio dichiarato inabile a lavorare con l'amianto nel 1981 dalla Suva, in seguito licenziato dall'Eternit e riassunto due anni più tardi con le stesse mansioni di prima.
Ma per molti dei salentini che abbiamo incontrato al dolore del passato se ne aggiunge uno del presente, dovuto alle enormi difficoltà che incontrano nell'ottenere le prestazioni assicurative da parte della Suva che non fanno che accentuare il loro sconforto.


Quasi la metà si ammala

Quasi la metà degli ex lavoratori dell'Eternit ancora in vita presenta malattie amianto-correlate. È quanto hanno potuto accertare le autorità sanitarie pugliesi nell'ambito di un programma di screening su questa fascia di popolazione del basso Salento che è in corso di svolgimento da quattro anni. Un programma che è parte integrante del "progetto amianto" avviato nel 2006, che è finalizzato alla tutela sanitaria, sociale e giuridica di coloro che, in tempi di gravi ristrettezze economiche, sono dovuti emigrare mettendo a repentaglio la loro vita.

Fortemente voluto dall'Associazione "Emigranti nel mondo" di Corsano, alla sua messa in pratica concorrono l'Unione dei comuni del Capo di Leuca (dove risiede la gran parte degli ex emigrati) e l'Autorità sanitaria locale (Asl), che mette a disposizione i medici ed il personale dei servizi pneumologici territoriali e gli specialisti di medicina del lavoro e di medicina legale operanti nei distretti interessati.
I dati oggi disponibili danno ancora un quadro parziale della situazione, in quanto la prima fase del progetto, che consiste nel sottoporre ad accurato controllo medico tutti coloro che negli ultimi 40-50 anni hanno lavorato presso l'Eternit in Svizzera, si è rivelata più complessa del previsto. Soprattutto a causa delle difficoltà nell'allestire un elenco completo delle persone che potrebbero presentare delle patologie professionali e dunque aver diritto a prestazioni assicurative da parte della Suva.
Attualmente l'Asl è in possesso di 320 nomi (su oltre mille di questa zona che hanno lavorato all'Eternit in Svizzera), ma le persone finora sottoposte a visita sono circa duecento. «Una volta rintracciato un ex lavoratore lo chiamiamo a visita e in taluni casi estendiamo l'invito all'intero nucleo familiare si vi è il sospetto che sia stato pure esposto alle polveri di amianto, o perché viveva nelle vicinanze della fabbrica o perché le tute da lavoro sporche piene di fibre d'amianto venivano lavate in casa, magari a mano», spiega il dottor Wilson Castellano, pneumologo e direttore medico dell'Asl che abbiamo incontrato a Corsano. «Finora -prosegue Castellano- ho visitato circa 200 ex lavoratori: circa il 40 per cento presentano patologie asbesto-correlate (soprattutto asbestosi e placche pleuriche), il che è in linea con i dati della letteratura medica internazionale relativa alle persone esposte all'amianto. Ritengo tuttavia che alla fine delle screening la percentuale di malati potrebbe avvicinarsi al cinquanta per cento».
Per contro, nessun caso di mesotelioma (la malattia da amianto più grave che in genere porta alla morte nel giro di un anno) è stato finora accertato nell'ambito di questi controlli, ma l'Asl è a conoscenza di quattro o cinque morti. Purtroppo però qui tutti sanno, come emerge anche dalle testimonianze raccolte in questo dossier, che in realtà sono molti di più. «Anzi -avverte il dottor Castellano- trattandosi di una malattia che si può manifestare anche a quarant'anni dall'ultima esposizione alle fibre di amianto, gli effetti su chi ha lavorato negli anni Ottanta e Novanta all'Eternit si vedranno nei decenni 2030-2040. Il picco di casi mortali non è purtroppo ancora stato raggiunto». In virtù di queste previsioni, «i lavoratori che risultano negativi ai controlli vengono monitorati con frequenza biennale. E lo stesso si fa con quelli che già presentano patologie asbesto-correlate», precisa il nostro interlocutore. Per questa ultima categoria di pazienti si svolgono inoltre tutti gli esami necessari a documentare la malattia (in particolare una tac ad alta risoluzione) e a far valere le pretese di carattere assicurativo nei confronti della Suva.

Pubblicato

Venerdì 1 Aprile 2011

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