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La Svizzera cade dalla nuvola

La Confederazione affida a multinazionali americane e cinesi la gestione “cloud” dei suoi dati. Una scelta piena di rischi e che suscita interrogativi

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Cloud computing, letteralmente “nuvola informatica”. È il termine con cui ci si riferisce alla tecnologia che permette di elaborare e archiviare dati in rete. Dati che non vengono memorizzati e resi disponibili localmente su computer o dischi rigidi, ma trasferiti via Internet su un server remoto. L’amministrazione federale ha scelto di affidare a cinque multinazionali estere la futura gestione cloud dei propri dati. Una scelta criticata e rischiosa la quale mostra il ritardo della Svizzera su un tema sempre più fondamentale quanto poco dibattuto: quello della sovranità digitale e del ruolo dello Stato nella gestione numerica dei dati.

 

Pubblicato a fine 2020, il bando di gara non lasciava adito a dubbi. Il fatto di dovere disporre di almeno tre datacenter su continenti diversi, di fatto, spazzava via le speranze delle imprese svizzere attive nel settore. Due di esse, Infomaniak e Swisscom, lo avevano detto senza troppi giri di parole: «Il bando è stato scritto pensando a Microsoft o ad altri giganti». E così è stato. Lo scorso 26 giugno, l’appalto – per un montante totale di circa 110 milioni di franchi – è stato attribuito a quattro colossi americani e a uno cinese: Microsoft, Amazon, Oracle, Ibm e Alibaba. La scelta, per ora, non è ancora entrata in giudicato poiché la grande esclusa – Google – ha inoltrato un ricorso al Tribunale amministrativo federale. La sostanza, però, non cambia: la scelta della Confederazione di affidarsi a questi giganti stranieri ha messo sul tavolo tutta una serie di questioni.

 

Dipendenza dall’estero

 

«La disponibilità per la Svizzera di infrastrutture, servizi e dati che sono essenziali per il suo buon funzionamento dipende ora dalla buona volontà di queste multinazionali. L’asimmetria di potere è tale che c’è di fatto una sottomissione del cliente, in questo caso la Confederazione, alle regole del gioco degli attori più forti, cioè i fornitori di cloud» ci spiega Solange Ghernaouti, professoressa all’Università di Losanna. Per questa esperta in cybersicurezza la dimensione giuridica non va sottovalutata visto che non appena i dati in questione vengono trattati all’estero, sfuggono alla giurisdizione elvetica, e quindi al controllo del loro utilizzo: «Il diritto applicabile alle piattaforme provenienti da Stati quali gli Usa o la Cina si basa su leggi extraterritoriali che permettono alle autorità di questi paesi di accedere ai dati catturati in Svizzera».

 

Di certo è la scelta della cinese Alibaba quella che ha suscitato più critiche. Dal 2017, infatti, una legge cinese impone che ogni cittadino o impresa deve cooperare senza limiti qualora i servizi informativi nazionali lo richiedessero. «Questo modo di procedere da parte della Svizzera è estremamente ingenuo dato che sappiamo come si comporta la Cina dal punto di vista democratico» ci spiega Jean-Henry Morin, professore all’Istituto di scienze dei servizi informativi all’Università di Ginevra. Secondo questo esperto, tuttavia, non è solo la Cina a porre problemi: «È da almeno il 2013, grazie alle rivelazioni di Edward Snowden, che sappiamo come si comportano gli Stati Uniti e che quindi dovremmo conoscere tutte le potenziali situazioni problematiche». Insomma, Alibaba o Amazon, la sostanza non cambia.

 

I rischi, ci riassume la professoressa Ghernaouti, sono gli stessi: «Siamo di fronte a una messa sotto tutela digitale, ciò che facilita le intercettazioni e la sorveglianza digitale da parte di terzi e a beneficio di queste potenze. Questo contribuisce a indebolire le nostre azioni in campo economico, politico, diplomatico e militare. Scegliere questi attori significa offrire loro, su un piatto d’argento, un vantaggio strategico competitivo di primaria importanza, una leva di influenza geopolitica ed economica».


Cambio di strategia

 

Il soggetto è di quelli da non sottovalutare. «Per un paese, capire le sfide della sovranità digitale e le sue conseguenze, anche a lungo termine, è strategicamente cruciale perché la tecnologia digitale destabilizza le prerogative di uno Stato e compete con il suo potere pubblico. La tecnologia digitale, settore nel quale la Svizzera ha accumulato un grosso ritardo strutturale, influenza la sfera politica, economica, giuridica e sociale» ci spiega ancora Solange Ghernaouti, secondo cui «il modo migliore per proteggersi da potenziali conseguenze negative è quello di non passare attraverso paesi stranieri e infrastrutture soggette a leggi che non si controllano».

 

Anche in questo senso, a maggio 2020, il Consiglio federale ha commissionato uno studio di fattibilità sullo sviluppo di una propria infrastruttura nazionale di cloud. Uno “Swiss Cloud”, il cui obiettivo dichiarato sarebbe quello di «migliorare la sovranità dei dati e ridurre la dipendenza da fornitori internazionali di servizi cloud pubblici».

 

Il Governo si domandava allora «se la Svizzera debba puntare a una propria infrastruttura di dati e servizi cloud analogamente ai progetti europei in tale campo». Una sorta di servizio pubblico digitale? Un’idea più che interessante, anche perché, nell’attuale contesto, la digitalizzazione e la gestione dei dati è interamente nelle mani dei giganti informatici.

 

A smorzare l’entusiasmo ci ha pensato lo stesso Consiglio federale quando, l’11 dicembre 2020, ha comunicato quanto segue: «Il fabbisogno di uno “Swiss cloud” in forma di un’infrastruttura tecnica autonoma di diritto pubblico e quale fattore di successo per la piazza finanziaria svizzera non è stato comprovato». Un cambio di strategia che ha lasciato di stucco un esperto come il professor Morin: «Questa scelta è semplicemente catastrofica e incomprensibile, oltre che schizofrenica. Bisognerebbe capire cosa sia successo in questi mesi, ma per il momento non riesco a spiegarmelo».

 

Nello stesso comunicato in cui si annuncia la non necessità di un servizio pubblico digitale, il Consiglio federale propone però la possibilità di creare «un marchio “Swiss cloud” per un utilizzo sicuro di servizi cloud che soddisfino i requisiti particolari in materia di sovranità dei dati». Non un’infrastruttura, quindi, ma un label che resta da concretizzare, ma per il quale vengono declinati alcuni punti chiave: «È fondamentale che la quota maggioritaria dell’organizzazione responsabile sia detenuta dalla Svizzera, che tale organizzazione non dipenda economicamente da gruppi operanti in altri Paesi e che i dati siano elaborati esclusivamente in Svizzera. Inoltre, l’organizzazione responsabile deve sottostare al diritto svizzero e il foro competente deve trovarsi in Svizzera. Infine, non deve essere sottoposta all’obbligo di divulgare i dati a terzi, se non alla giustizia svizzera con la protezione giuridica pertinente». Niente da eccepire, anche su questi punti. Peccato, però, che quattro giorni prima di questo annuncio è stato pubblicato il bando di gara poi affidato a Microsoft, Amazon, Oracle, Ibm e Alibaba.

 

Un bando che, come si è detto, già solo per i suoi incomprensibili criteri selettivi escludeva di fatto le imprese elvetiche. Non si capisce quindi con che pretesa Berna abbia poi dichiarato di voler aumentare la propria sovranità digitale. Mistero!


Verso un’iniziativa

 

In questo ambito la Svizzera ha accumulato un grande ritardo. Se, da un punto di vista tecnico, costituire un servizio pubblico digitale per un Paese di nemmeno otto milioni di abitanti non dovrebbe essere un problema, a livello politico il tema della sovranità digitale non è mai stato affrontato.

 

Per questo, un gruppo di lavoro di cui fa parte anche Jean-Henry Morin sta progettando il lancio di un’iniziativa popolare: «Uno dei nostri obiettivi è proprio quello di aprire un dibattito pubblico sul tema e d’inglobare le questioni della nostra sovranità digitale» ci spiega il professore dell’Uni di Ginevra. D’altronde, nell’unica votazione popolare su un tema simile, lo scorso mese di marzo il popolo svizzero ha respinto al 65% la scelta del Consiglio federale di volere affidare a dei privati la gestione dell’identità digitale delle cittadine e dei cittadini. Una decisione che imporrebbe al Governo di seguire un’altra strada anche per la gestione cloud dei dati.

Pubblicato

Lunedì 4 Ottobre 2021

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