«Non capiamo cosa sta succedendo», «non si vende più nulla», «non c'è più lavoro», «non so come potrò affrontare l'inverno», «quest'anno chiudiamo a metà settembre perché non c'è gente». Traspaiono sentimenti d'incredulità, di preoccupazione e, in parte, di rassegnazione dalle parole di molte persone che abbiamo avuto modo di incontrare alcune settimane fa, in occasione di un viaggio che ha toccato diverse località turistiche della costa catalana. Una regione storicamente ricca, ma che ora sta vivendo (come tutta la Spagna e l'Europa) una crisi senza precedenti, i cui danni sono già visibili anche agli occhi del turista più distratto. Forse solo la massiccia presenza di ricchi vacanzieri russi salverà in parte una stagione comunque disastrosa.

Secondo i racconti della gente del posto, l'affluenza di turisti sarebbe calata addirittura del cinquanta per cento rispetto al 2010, che già era stato un anno di crisi. Il dato è difficile da verificare, ma sicuramente non si discosta di molto dalla realtà, come testimonia il tasso di occupazione delle spiagge che a tratti appaiono addirittura semivuote. «Sembra di essere a fine settembre», racconta Jordi, 25 anni, da cinque impiegato presso uno stabilimento balneare di Penìscola, località della Costa Dorada (la regione costiera che si estende a sud della Catalogna) le cui spiagge sono annoverate tra le più belle e pulite del Mediterraneo. La richiesta di lettini e ombrelloni in affitto «è crollata» nonostante i prezzi ribassati del cinquanta per cento (4 euro al giorno invece di 8). «Il tasso di occupazione è al di sotto del cinquanta per cento. Solo nei fine settimana si va un po' oltre», racconta il nostro interlocutore, che per questa situazione paga personalmente un prezzo supplementare: sono infatti venute meno anche le «generose mance» dei turisti, che gli consentivano di arrotondare uno stipendio mensile assai modesto, anche per la Spagna: mille euro al mese per lavorare nove ore al giorno sei giorni su sette sotto il sole cocente, vale a dire meno di cinque euro all'ora. «Ormai la gente non ha più soldi e risparmia su tutto. E quelli che ce li hanno, come i russi, non pagano alcun extra per il servizio. Penso non faccia parte della loro cultura». Per Jordi e per molti altri giovani e meno giovani catalani significa un inverno pieno d'incognite: «Una volta, quanto si guadagnava in estate bastava per campare anche in inverno, quando qui non c'è lavoro. Quest'anno sarà dura». Ancora peggio andrà ai venditori ambulanti di bibite, noce di cocco, orologi, cappellini e quant'altro che quotidianamente percorrono chilometri e chilometri di spiagge di sabbia bollente ma spesso a vuoto: «Non si vende nulla!», si lamentano in continuazione parlando tra loro. Eppure i prezzi sono ragionevoli: 1 euro per mezzo litro d'acqua naturale, 2 per una birra fresca. Ma ai distributori automatici disseminati lungo la strada pedonale retrostante la spiaggia le bibite costano ancora meno (bottiglie da un litro e mezzo per un euro) e allora la gente preferisce servirsi così. «Capitano giornate in cui non s'incassano più di cinquanta euro. E il nostro stipendio è proporzionale alla merce venduta», racconta Pepe, 63 anni di età e quaranta di esperienza come venditore in spiaggia: «Una stagione come questa non l'ho mai vissuta. Io ormai sono vecchio e tra un paio d'anni smetto, ma sono preoccupato per i miei colleghi più giovani».
Le cose non vanno meglio nel settore alberghiero, nella ristorazione e nel commercio: anche qui il lavoro è venuto meno e il personale impiegato è stato ridotto in alcuni casi anche della metà rispetto agli anni passati. Rosa, che si esprime in perfetto italiano, lavora da vent'anni presso un ristorante molto rinomato per la qualità del cibo e per la sua economicità, che offre una gastronomia tipica di Siviglia: raffinata, leggera e ricca di prodotti freschi della terra e del mare. Un menu (con primo, secondo, dessert e vino) costa solo dieci euro e fino all'anno passato all'esterno del locale si formavano quasi quotidianamente file di clienti in attesa di un tavolo libero. File che oggi sono «solo un ricordo». Anche Rosa conferma un calo di clientela del cinquanta per cento. «Spagnoli non se ne vedono praticamente più. E i pochi turisti presenti non spendono più come in passato e vanno molto meno al ristorante. Coloro che ancora possono permettersi le vacanze alloggiano in appartamenti e cucinano in casa. In più, siamo penalizzati dall'entrata in vigore, il 1° gennaio scorso, del divieto assoluto di fumo nei locali pubblici. I fumatori prediligono i ristoranti dotati di terrazza».
Per trovare conferma dell'analisi della nostra interlocutrice basta fare un giro in un supermercato: tra gli scaffali dei numerosi "Bon preu", colosso della grande distribuzione in Catalugna gli idiomi più ricorrenti sono il tedesco, il francese, l'inglese, l'olandese, il russo e un po' anche il nostro, anche se gli italiani, un tempo assidui frequentatori della costa catalana, sono i grandi assenti di questa estate 2011.
Ne sanno qualcosa gli albergatori, una delle categorie tra le più colpite dalla crisi. Persino in una realtà come Lloret de Mar, città della Costa Brava sempre in festa, che non dorme mai, casinara, piena di discoteche e bar, meta di giovani e adulti di tutta Europa in cerca di divertimento. A prima vista sembra quella di sempre. Invece, anche qui, la perdita del potere d'acquisto dei cittadini europei si fa sentire. Eccome. Andreas, uno svizzero proprietario di un'incantevole pensione immersa nel verde a due passi dalla spiaggia, lo conferma: «fino a due anni fa una camera doppia potevo "piazzarla" a 90 euro a persona ed avevo la struttura al completo da maggio a ottobre. Quest'anno la tariffa è fissata a 45 euro, ma finora non ho mai potuto esporre alla porta l'avviso "tutto esaurito": eppure l'hotel è dotato di sole dodici stanze». Andreas tuttavia prova a vedere il bicchiere mezzo pieno: «Negli anni passati abbiamo guadagnato molti soldi, in parte anche approfittandocene della disponibilità dei turisti. Potevamo anche immaginare che prima o poi le cose sarebbero cambiate. Personalmente devo dire che la politica dei prezzi stracciati mi consente di stare a galla in attesa di tempi migliori, che sono sicuro torneranno. Perché viviamo in un territorio molto apprezzato, sia per le sue bellezze naturali sia per la qualità di vita, ma anche per la varietà dell'offerta». La costa catalana, a sud come a nord, è tutta un alternarsi di località modaiole e "casinare" come Lloret de Mar e di luoghi tranquilli, con un turismo che privilegia le spiagge, la gastronomia e la cultura, come Tossa de Mar, a soli pochi chilometri di curve da Lloret. «Si tratta di avere pazienza e fiducia. Sono certo che torneremo a vedere il turismo di massa. Nel frattempo noi attori economici dobbiamo rassegnarci a ridimensionare le pretese di guadagno».
Ma non tutti la pensano così: Sebastiano (argentino trapiantato in Spagna da dodici anni) e la sua compagna Helena sono titolari di un disco bar sempre molto ben frequentato, nonostante i prezzi siano rimasti quelli di sempre: «Non condivido la politica dei prezzi stracciati, perché il mio lavoro e quello dei miei dipendenti ha un valore. Da noi una birra continua a costare 5 euro, come l'anno scorso, due anni fa e tre anni fa». «Certo -ammette- questo è un anno difficile. Tant'è che per la stagione ho assunto solo due collaboratrici invece delle quattro abituali e solo fino a metà settembre, invece che fino a fine ottobre».  
I tagli di personale rappresentano "la soluzione" più diffusa anche tra i commercianti: durante le ore serali i negozi, perlopiù concentrati  nei centri storici delle cittadine disseminate lungo la costa, appaiono affollati. Ma solo di curiosi: «La gente si ferma, entra, guarda, ma non compra», si lamentano in maniera corale negozianti e commesse.
L'unica fonte di salvezza è rappresentata dal turismo, nuovo da queste parti, di cittadini russi molto benestanti e con il vizio dello shopping. Sono gli unici che si permettono anche quattro o cinque settimane di vacanza in hotel di lusso e che spendono anche migliaia di euro, soprattutto in vestiti di marca. Seppure, in genere, non si presentino come le persone più simpatiche del mondo e lo spagnolo medio non li ami troppo (probabilmente per insormontabili problemi di comunicazione), non sono pochi quelli che riconoscono l'importanza della loro presenza per la sopravvivenza di molti commerci. E dunque di posti di lavoro.  Ciononostante la disoccupazione, soprattutto giovanile, ha ormai raggiunto livelli di guardia. La grave crisi interna, sommata alla perdita del potere d'acquisto dei cittadini di mezz'Europa, ha già prodotto in questa regione effetti devastanti: migliaia di persone sono scivolate o stanno scivolando nella condizione di povertà. Capita così di incontrare giovani donne, cittadine europee, che chiedono l'elemosina ai bordi delle strade o ragazzi poco più che ventenni (magari diplomati e con buone conoscenze d'inglese) costretti a vivere in macchina. E questa è solo un pezzo della realtà, quella visibile agli occhi del turista, di un paese in crisi profonda.

Pubblicato il 

26.08.11

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