La vendita, e le modalità della vendita, del palazzo della Posta di Lugano (svelate dal quotidiano «laRegioneTicino») hanno suscitato, et pour cause, delle vivaci reazioni. L’operazione di svendita ha riportato a galla, semmai ce ne fosse ancora bisogno, il nuovo stile gestionale della Posta ossessionata dagli obiettivi di redditività da raggiungere ad ogni costo. Già ampiamente criticata per il progetto di ristrutturazione della rete postale nazionale – che equivale, né più né meno, ad uno smantellamento del servizio pubblico – da quest’anno la Posta potrà cambiare il proprio atteggiamento nella gestione del personale: l’entrata in vigore della nuova legge sul personale federale – che apre la porta, lo ricordiamo, ai licenziamenti – consentirà ai vertici della Posta di esercitare ancora maggiori pressioni sui dipendenti, già tartassati dal famigerato piano «Optima». Con Angelo Zanetti, che da gennaio è segretario del Sindacato della Comunicazione in Ticino, abbiamo discusso di tutti questi problemi sul tappeto. Cominciamo dalla vendita del Palazzo della Posta, come giudica tutta l’operazione? Al di là dei dettagli dell’operazione finanziaria, quel che è certo è che questa vendita è stata accolta con grande disappunto dalla popolazione. Rabbia e meraviglia non sono per il valore del palazzo, ma soprattutto per il fatto che la Posta è un ente pubblico e non si capisce perché un ente pubblico deve andare in quella direzione. Personalmente ritengono vergognoso ed inammissibile che il settore pubblico venda i propri beni al privato. La Posta avrebbe dovuto, per risolvere i suoi problemi, vendere lo stabile al cantone o al comune, restando cioè fedele al suo statuto di ente pubblico. Con questa operazione la Posta ha confermato i suoi orientamenti: far soldi e ricercare la massima redditività. La Posta è entrata nella logica dell’euforia neoliberista e non intende retrocedere. Eppure le critiche a questi nuovi orientamenti non sono mancati… No, infatti. Da più parti si sono alzate voci contro le strategie manageriali della Posta. Già ai tempi del piano «Optima» era stata consegnata una petizione nella quale si criticava il progetto di riorganizzazione della Posta. Ma i vertici dell’azienda non hanno mai tenuto conto del malcontento del personale. Anzi, ha mostrato, e continua a mostrare, la solita arroganza. A livello federale, inoltre, è stata lanciata un’iniziativa per ribadire la centralità del servizio pubblico. A mio giudizio avrebbe dovuto essere molto più incisiva, ma rappresenta comunque un segnale. La Posta vuole imporsi sulle abitudini della gente A scadenze regolari, che suonano un po’ come una campana a morto, la Posta informa sulla cosiddetta ristrutturazione degli uffici postali. Che impatto ha questo progetto in Ticino? La Posta, fondamentalmente, sta facendo in Ticino quello che ha fatto la Coop: ossia portar via i suoi servizi dalle valli e spostarli in grossi centri. Si tratta quindi di un’operazione di concentrazione che avrà come conseguenza un peggioramento dei servizi. Con lo slogan «l’esigenza del cliente» la Posta, in realtà, non fa che imporre alla popolazione un cambiamento nel suo modo di vivere. Ma la gente, questo, lo capisce. E sa perfettamente che il servizio a domicilio – che rappresenta indiscutibilmente un peggioramento del servizio pubblico – non potrà mai sostituire il ruolo di socializzazione, di incontro e di scambio che la Posta offriva (cfr pagina 5, ndr). A questo proposito mi sono rimaste molto impresse le parole del responsabile della Regione Sud della Posta, signor Jurietti, secondo cui la popolazione per finire si abituerà alla nuova realtà e tutto passerà. È incredibile: è come dire ad una persona: «ti devo operare un dito del piede, però ti taglio la gamba e poi te ne metto una di plastica perché tanto puoi camminare comunque, ti abitui». La mia immagine è colorita, lo so, ma nelle parole dei vertici della Posta si avverte tutta l’assenza di sensibilità e di chiusura nei confronti delle esigenze delle persone. Ma la Posta vuole avere dei centri che rendono e da questo obiettivo non si scosta di un millimetro. Oltre all’annunciata chiusura di Loreto, la Posta ha in mente di creare un nuovo ufficio a Cornaredo, una zona strategica, è vero. Ma ciò significa che saranno a rischio gli uffici di Canobbio, Davesco e Pregassona. Perché se la Posta prosegue pedissequamente nella sua strategia, mi sembra poco probabile che lasceranno aperti degli uffici che si situano in un raggio di seicento-settecento metri l’uno dall’altro. Ma la Posta si guarda bene dal dire quali conseguenze comporta l’apertura di un centro postale rispetto ad altri. Impiegati sotto pressione Chi sta dietro lo sportello come giudica questa nuova stagione della Posta? Tra il personale serpeggia un deciso malcontento e regna un’incredibile insicurezza. Gli impiegati hanno paura di perdere il posto di lavoro e sono sottoposti a moltissime pressioni. Sulle spalle dei salariati non pesa solo la ristrutturazione della rete postale, ma anche tutte le conseguenze della riorganizzazione interna. Per non parlare poi della rabbia degli utenti che si sfogano con l’impiegato postale quando qualcosa va male. Faccio subito un esempio. La Posta, proprio nel periodo natalizio, ha introdotto un nuovo sistema informatico denominato «Evviva« usato per la contabilità. Inevitabile, quindi, la formazione di lunghe code agli sportelli. Risultato? A pagare sono stati gli impiegati che hanno dovuto subire la rabbia e gli sfoghi degli utenti. Questi, purtroppo, sono le conseguenze della nuova strategia della Posta che, per finire, penalizza non solo i dipendenti ma anche gli utenti. Altro che «l’esigenza del cliente»! Abolito lo statuto di funzionario, da quest’anno è entrato in vigore Il Contratto collettivo di lavoro (Ccl). Che cosa comporta per il personale? Il punto principale di questo Ccl è l’introduzione della possibilità di licenziare. Molto controverso anche l’aspetto salariale; in Ticino è stato aspramente contestato in quanto si tratta di un sistema macchinoso e legato al merito. Questi cambiamenti nei rapporti con il personale crea nuove tensioni e molta insicurezza che spingono diversi impiegati, specialmente quelli in possesso di qualifiche, a cercare un’occupazione alternativa. Con l’entrata in vigore della nuova legge è andato perso tutto il discorso dell’attaccamento all’azienda ed è venuto meno l’entusiasmo legato al valore di un lavoro al servizio della comunità. Del resto con l’introduzione del servizio a domicilio, il dipendente sarà sorvegliato a vista attraverso le valutazioni di un formulario che ne giudica l’efficienza, ne misura il raggiungimento degli obiettivi, ecc. Dopo sei mesi la Posta avvia un’inchiesta presto gli utenti del servizio a domicilio per giudicare il lavoro del postino. Un sistema perlomeno discutibile perché basato su apprezzamenti totalmente soggettivi. Se per sfortuna tra un postino e l’utente non c’è feeling, non oso immaginare come questo giudizio possa pesare sulla valutazione oggettiva del suo lavoro. Come vede per i dipendenti della Posta il quadro occupazionale è totalmente cambiato. In peggio, come il servizio pubblico che la Posta sta smantellando senza troppi patemi d’animo.

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25.01.02

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