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La Parigi minore di Manu Chao

di

Virginia Pietrogiovanna
Errabondo, nomade nel sangue, Manu Chao ha sempre mescolato la sua musica ai suoi numerosi viaggi. “Clandestino” (del ’98) e “Proxima estacion esperanza” (del 2001) traducono infatti in musica un melting pot culturale e sonoro pari a vivide ed immediate istantanee. Voci e suoni provenienti dall’Argentina, dal Messico, dal Perù, dall’Africa, dai luoghi che Manu Chao ha visitato nel corso dei suoi numerosi soggiorni nel sud del mondo. E poi volti, realtà, storie pescate ora qua, ora là, nel viavai della gente, delle strade, dei legami. Il tutto mescolato in un continuum sonoro chiamato “patchanka”, un susseguirsi d’immagini e richiami che trasmettono la sensazione del viaggio e insieme costituiscono una visione del mondo, una traduzione personalissima della realtà. La realtà vista con gli occhi di Manu Chao poggia su tre coordinate base: il flusso continuo di frammenti (brandelli sonori e mozziconi di testo) che costituiscono l’andamento tipico della sua produzione musicale; la sovrapposizione di richiami, suoni, voci, parole, tale da costituire una tridimensionalità musicale; e l’attenzione per tutto quanto è minore, vale a dire negletto, dimenticato, sottovalutato o semplicemente in ombra. Ed è quest’ultima una fondamentale caratteristica della musica di Manu Chao. In viaggio egli si tiene lontano dai cliché che attraggono i turisti, dalla magnificenza dei luoghi o dallo splendore delle città, così come rifugge tutto quanto è esaltazione degli aspetti vincenti della vita (sesso, avvenenza, successo, potere), e mentre dimentica di osservare le cose attraverso la lente dell’uomo privilegiato, ritrae con naturalezza ciò che si trova fra le pieghe del quotidiano, ai bordi delle strade, all’ombra del fragore. Non è smaccata denuncia la sua, ma semplicemente un altro modo di leggere il mondo: Manu Chao non si china sul minuto trascorrere della vita per partito preso, ma per un genuino interesse verso tutto ciò e tutti coloro che nella società rappresentano la parte “minore”. Una regola che vale per i suoi primi album, e che ha permesso al pubblico di identificare in Manu Chao uno dei portabandiera più efficaci del pensiero altermondialista. In effetti ciò che Manu Chao compie nei suoi dischi, lo realizza anche nella vita, una coerenza che lo ha portato a separarsi dalla grande major Virgin per prodursi da sé, così come a rifuggire il più possibile i grandi templi della musica live in Europa, per esibirsi in Sud America, in luoghi discosti, o, come è avvenuto nel 2003, nelle carceri di Volterra, in Toscana. Eppure, anche se la politica filtra nei suoi testi, Manu Chao non può essere definito né barricadiero, né militante: il ruolo di antesignano del pensiero no-global gli deriva, sì, per la sua presenza al G8 di Genova e a diversi Forum, ma soprattutto per la sua attenzione agli aspetti della vita e alle persone che non vanno per la maggiore. Una costante, questa, che si ritrova anche nel suo ultimo ed eccellente lavoro, “Sibérie m’était contée” (Radio Bemba, Milles Paillettes, 2004), con il quale, Manu Chao “regola i conti”, sono parole sue, con la sua città, Parigi. Lo stile di fondo è immutato: una lunga catena ininterrotta di brani (sono ben 23) che si abbracciano e si sciolgono uno nell’altro. Intrecciati alle liriche, suoni, campionature e parole sparse. Eppure questo disco è diverso. Innanzitutto perché è ambientato a Parigi e poi perché è stato scritto d’inverno. La musica di Manu Chao si tinge così dei colori freddi della metropoli francese, perde il sole dei ritmi latineggianti che l’hanno sempre contraddistinta e assume quelli dei chansonnier e della musette. Lo spagnolo cede il posto al francese e la visuale spazia dalla periferia al centro, dall’interno dei bistrot alle strade umide, ma non esce mai dai confini della ville lumière. Il globe-trotter s’è fermato un istante per fotografare la sua città e ciò che il suo obiettivo focalizza non ha nulla a che vedere con la grandeur tanto cara ai francesi, nulla che ricordi la Parigi da cartolina o da romanzo di fine Ottocento. In “Sibérie” Parigi è una città fredda (da qui l’allusione alla Siberia), negli anfratti della quale scorre la quotidianità più disarmante. Ancora una volta è il minuto, il “minore”, a popolare l’universo di Manu Chao, un microcosmo d’inezie, che però sotto la penna del Clandestino parigino si trasformano in un valore aggiunto. E grazie all’occhio e al cuore attento di Manu Chao a volti, storie personali e piccoli particolari persi nel marasma caotico della città, ecco nascere testi come “Dans mon jardin” (brano che Manu Chao ha prestato alla compilation contro l’estrema destra del Ras l’front “Les oreilles loin du front”), che racconta in modo visionario cosa si vede nel giardino sotto casa o “La valse à sale temps”, ballata malinconica e disincantata oppure l’intensa “Helno est mort”, dedicata al cantante del gruppo Les Négresses Vertes, scomparso nel 1993. A ritrarre l’universo di Manu Chao questa volta ci ha pensato anche Wozniak, disegnatore di origine polacca del settimanale satirico francese “Canard enchaîné”. Il cd di Manu Chao infatti accompagna un libro di oltre 120 pagine stampato in 150 mila esemplari e venduto anche in Ticino. Il libro contiene i testi delle canzoni, sparpagliati, smontati, scritti utilizzando diversi stili e caratteri. Ai frammenti di testo, alle frasi, o a vere e proprie poesie, Wozniak intercala disegni spiritosi, cinici, surreali che sposano alla perfezione lo sguardo affascinato che Manu Chao getta sulla sua città. E se Parigi è – come ha affermato lo stesso Manu Chao – una Siberia, il suo omaggio alla città è colmo di calore. Anche perché, come scrive in un’ e-mail ad un’amica (leggibile nel sito ufficiale www.manuchao.net): «se sogno il Polo Nord, cioè la Siberia, è perché da laggiù si può vedere il Sud tutto intero».

Pubblicato

Venerdì 3 Dicembre 2004

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