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La Germania incrocia le braccia

di

Tommaso Pedicini
Cumuli d’immondizia non raccolta ai bordi delle strade, uffici comunali deserti, nidi, asili e persino cimiteri chiusi, cliniche universitarie e stazioni di polizia aperte ma solo per i servizi d’emergenza. Questo è il quadro che si presenta passeggiando per molte città tedesche in questi giorni. Era dal 1992 che il settore pubblico non si bloccava in modo pressoché totale e da quello che sostengono i vertici di Verdi, il sindacato del terziario, la protesta sarà dura e prolungata. In ballo c’è la richiesta delle amministrazioni comunali e regionali di aumentare la settimana lavorativa dei dipendenti pubblici dalle attuali 38,5 a 40 ore. E questo a salario invariato, anzi accompagnato da un cospicuo taglio all’indennità per le ferie. La pratica, ormai abituale nel settore privato, di aumentare le ore di lavoro senza una contropartita economica ha fatto, evidentemente, scuola anche nel pubblico e le amministrazioni locali sperano in questo modo di risanare i propri bilanci. Le agitazioni sono cominciate quasi due settimane fa in Baden-Württemberg, il Land più ricco di Germania assieme alla Baviera, ma al tempo stesso il primo che ha annunciato di voler fare carta straccia del contratto firmato coi sindacati meno di un anno fa. Al Baden-Württemberg si sono aggiunti uno dopo l’altro quasi tutti gli altri Länder e così le agitazioni e gli scioperi di avvertimento, limitati prima solo a Stoccarda, Mannheim, Karlsruhe e Friburgo, si sono estesi a macchia di leopardo su tutto il territorio federale. Raramente, dicono i sindacalisti di Verdi, uno sciopero è stato votato con tanto entusiasmo dai lavoratori. In molti casi le quote di “sì” hanno superato il 95 per cento. È il caso del Baden-Württemberg, del Nord Reno-Vestfalia, della Saar, ma soprattutto della Baviera, dove si sciopera da lunedì scorso e dove il governo di Edmund Stoiber pretende l’innalzamento della settimana lavorativa addirittura a 42 ore. Secondo Franz Bsirske, leader di Verdi, lo sciopero in corso, oltre che «la difesa sacrosanta di diritti acquisiti» rappresenta anche «il rifiuto di una politica che affida sempre più lavoro a sempre meno persone con l’effetto di aumentare la disoccupazione». Sempre secondo Bsirske «accettare le richieste di regioni e comuni comporterebbe la perdita di almeno 250 mila posti di lavoro a livello federale. E questo in uno scenario dove i senza lavoro ufficialmente registrati al collocamento hanno superato da oltre un anno la fatidica soglia dei 5 milioni.» Per i rappresentanti dei Länder, invece, Verdi sciopera unicamente per la difesa di «privilegi non più finanziabili». A sentire Hartmut Möllring, ministro delle finanze democristiano della Bassa Sassonia e portavoce dei Länder nelle infruttuose trattative che hanno preceduto gli scioperi, «i dipendenti pubblici non si rendono conto della fortuna che hanno di questi tempi ad avere la garanzia del posto di lavoro.» Quello che colpisce da parte dei governi regionali è l’estrema arroganza con cui viene avanzata la richiesta di prolungare la settimana lavorativa a parità di salario. Con toni tipici da birreria i governatori dei Länder e i loro ministri additano i propri dipendenti come scansafatiche al resto della popolazione. È un nuovo livello di scontro per un paese che ha avuto sempre un occhio di riguardo per i propri dipendenti. Più complesso, invece, il discorso per l’altro grande datore di lavoro: le amministrazioni comunali. La situazione finanziaria di molti comuni tedeschi deve essere veramente drammatica se dal sindacato in queste ore si levano voci dal tono quasi comprensivo verso i borgomastri. In questo senso il messaggio indirizzato nei giorni scorsi a Verdi da Christian Ude, sindaco socialdemocratico di Monaco di Baviera e presidente dell’associazione dei comuni tedeschi, con la richiesta di “differenziare” tra le posizioni di comuni e regioni, aveva il chiaro tono di una supplica. Per il 20 febbraio è previsto un nuovo incontro tra le parti ma difficilmente si giungerà ad un accordo. L’ipotesi più probabile è che le agitazioni, scaglionate per settore e città, andranno avanti ancora per un pezzo. Nella centrale berlinese di Verdi si parla già ora di «sciopero record» e qualcuno ne quantifica la durata non in settimane, ma in mesi. box Nei giorni scorsi un gruppo di linguisti dell’università di Francoforte ha incoronato la “Unwort”, la parolaccia, del 2005. La scelta della commissione, che ogni anno di questi tempi sceglie un termine particolarmente spiacevole che ha caratterizzato la vita pubblica in Germania nel corso dell’anno precedente, è caduta su “Entlassungsproduktivität”, che in italiano potremmo tradurre con: produttività da licenziamento. Il termine, di gran voga ai piani alti delle principali imprese tedesche e internazionali, indica il preteso aumento di produttività del personale di quelle aziende dove si sia proceduto a consistenti tagli di posti di lavoro. Come dire: licenziare serve, non solo a far quadrare i bilanci aziendali, ma costringe i lavoratori rimasti a lavorare di più e meglio. Il 2005 in Germania ha fatto registrare un vero e proprio bollettino di guerra quanto a “razionalizzazioni”: tagli per un totale di quasi 30 mila posti alla Deutsche Telekom, 14 mila licenziamenti alla Volkswagen, 10 mila posti in meno al gruppo assicurativo Allianz, oltre 6 mila “esuberi” alla Deutsche Bank e il drammatico elenco continua fino alle battaglie tuttora in corso alla Continental di Hannover e alla Aeg di Norimberga. A sentire i governatori dei Länder, che in questi giorni attaccano i propri dipendenti che hanno l’ardire di scioperare contro la loro richiesta di lavorare di più a salario invariato, la sensazione è che muoiano dalla voglia di estendere la “Entlassungsproduktivität” anche al settore pubblico.

Pubblicato

Venerdì 17 Febbraio 2006

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