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La Fiom si gode i suoi successi

di

Loris Campetti
Si è tenuto a Livorno il XXIII Congresso della Fiom, la più importante e rappresentativa organizzazione sindacale dei lavoratori metalmeccanici italiani. Anche la più antica: la Fiom nasce nel 1901, più di un secolo fa e qualche anno prima della Cgil, proprio a Livorno, nella stessa città che darà i natali al Partito comunista italiano nel 1921. 733 delegati eletti in 110 congressi territoriali e 20 regionali, in rappresentanza di 367 mila iscritti hanno discusso per tre giorni di condizioni di lavoro, contrattazione, salari, ma anche di politica. Al centro del confronto i quattro pilastri su cui si regge la Fiom: democrazia, pace, diritti, autonomia dai padroni, dal governo e dai partiti. Il momento più caldo del Congresso ha coinciso con l’intervento di un ospite gradito: Gino Strada, fondatore di Emergency e colonna del pacifismo italiano che i delegati, in piedi, hanno accolto con una vera e propria standig ovation. In realtà, il congresso della Fiom si è concluso a Melfi, al termine dei 21 giorni di sciopero che hanno segnato la vittoria del movimento operaio lucano, il quale è riuscito a strappare alla Fiat un accordo importantissimo che segna la fine delle odiose gabbie salariali e l’abolizione della “doppia battuta” – due settimane consecutive di lavoro notturno. Progressivamente, orari e salari degli operai del sud saranno unificati a quelli del nord. La lotta operaia, cresciuta nell’arco di tre settimane di sciopero e sostenuta dalla sola Fiom, ha retto alle cariche della polizia e, alla fine, è riuscita a imporre l’unità sindacale dal basso. La linea della Fiom è passata, i metalmeccanici della Cgil hanno rotto anni di isolamento politico e sindacale restituendo ai lavoratori il contenuto delle vertenze, la scelta delle forme di lotta e, non ultimo, il diritto dei diretti interessati a votare con un referendum l’ipotesi d’accordo raggiunto dai rappresentanti sindacali di fabbrica e dai vertici di Fim, Fiom e Uilm. Alla vittoria di Melfi ne sono seguite altre a stretto giro di posta: come scossi da questo esito fino a poche settimane prima impensabile, anche i lavoratori dei cantieri navali sono riusciti a concludere al meglio un’annosa vertenza, strappando risultati economici e sociali (un forte controllo della flessibilità) che la Fiom, ancora una volta da sola, aveva portato avanti. E di pochi giorni fa è la conclusione positiva della vertenza in un’azienda calabrese, la Polti, contro il licenziamento di un gruppo di delegati e militanti della Fiom. Mercoledì, infine, Mirafiori si è fermata rispondendo a un appello – unitario, dopo anni di solitudine Fiom – alla difesa dello storico stabilimento della Fiat. Uno sciopero di otto ore sui tre turni, con l’adesione e il sostegno di 200 intellettuali torinesi usciti da vent’anni di silenzio assordante. E dire che, quando il Congresso anticipato, quasi straordinario, era stato deciso dal Comitato centrale della Fiom, il clima politico e sindacale era di tutt’altra natura. Fim e Uilm procedevano per la propria strada lastricata di accordi separati e subalterni con la Federmeccanica e le singole aziende, Fiat in testa. Accordi che ratificavano la perdita di salario e diritti e formalizzavano il sequestro delle vertenze da parte dei vertici sindacali. Il quadro politico di centrosinistra additava la Fiom come maggior responsabile con il suo estremismo della divisione sindacale. Tesi ovviamente sostenuta anche dalla destra e dal governo. Quando la Confindustria ha voltato le spalle al governo Berlusconi a cui si era consegnata con entusiasmo nel 2001, nominando alla presidenza Luca Cordero di Montezemolo, portatore di una linea concertativa contrapposta a quella del padrone delle ferriere che l’aveva preceduto, Antonio D’Amato, lo scambio per ripristinare normali relazioni sindacali fu declamato senza pudore: la testa della Fiom, del suo gruppo dirigente e la sconfessione della sua linea radicale. La stessa Cgil non era insensibile al canto delle sirene concertative, e ci si aspettava la resa dei conti proprio al Congresso di Livorno. A questo fine la destra interna alla Fiom, sostenuta dalla Cgil, aveva condotto una dura battaglia interna con una mozione alternativa a quella del segretario Gianni Rinaldini. A Melfi, dunque, la svolta: la minoranza raccoglie un risicato 18 per cento dei consensi e il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, è costretto ad andare a Livorno a rendere merito alla battaglia della Fiom che era riuscita a ricostruire l’unità sindacale dal basso, a partire dalla lotta operaia. La partita è tutt’altro che chiusa nella Cgil e nella sinistra, ma un passo avanti s’è fatto. Ora la Fiom riparte dalle sue parole d’ordine: democrazia di mandato, verifica di ogni accordo e contratto per via referendaria, lotta contro la precarizzazione del lavoro, recupero del potere d’acquisto dei salari. Ma la Fiom, come dicevamo, è anche uno dei pilastri su cui si regge il movimento pacifista italiano e non da oggi. Anche nel ’99, quando a dichiarare le guerre era un governo di centrosinistra, le bandiere e gli striscioni dei metalmeccanici riempivano le strade e le piazze insieme al movimento che si batte contro la globalizzazione neoliberista basata, prima sulla guerra umanitaria, quindi sulla guerra preventiva. Erano i tempi in cui sinistra e Cgil si nascondevano dietro la dolorosa e contingente necessità, contrapponendosi alla maggioranza della popolazione italiana, contro la guerra senza se e senza ma. Alla lunga la linea coerente e radicale della Fiom ha vinto: cinque anni dopo il Kosovo e tre dopo il massacro di Genova (in cui il movimento fu abbandonato dai Ds e dalla Cgil, ma non dalla Fiom), anche la Cgil si è assestata su una posizione pacifista, finalmente senza se e senza ma.

Pubblicato

Venerdì 11 Giugno 2004

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