Nell’estate di 15 anni fa morì Enrico Filippini, l’uomo di cultura forse più brillante che il Ticino abbia prodotto nella sua storia recente. Valmaggese trapiantato ad Ascona dove esercitò brevemente il mestiere di maestro elementare, Filippini si sentì ben presto soffocare dal provincialismo ticinese e si trasferì a Milano per entrare a servizio nel 1960 all’allora giovanissima casa editrice Feltrinelli come consulente editoriale. Quando le cose cominciarono a diventare difficili per il progressivo avvicinamento del titolare Giangiacomo Feltrinelli agli ambienti del terrorismo, Filippini approdò alla Bompiani prima di trasferirsi a Roma ed entrare nella redazione culturale del neonato quotidiano “La Repubblica”. Della figura di Filippini e del suo impatto nella vita culturale italiana degli anni ’60 parliamo in questa intervista con Inge Feltrinelli, vedova di Giangiacomo. Il Ticino ha faticato a lungo prima di riconoscere l’effettiva grandezza di Enrico Filippini. Signora Feltrinelli, la Milano di quarant’anni fa questa grandezza l’aveva riconosciuta? In Italia Filippini è stato un vero e proprio catalizzatore di intelligenze. In quel periodo lui era più moderno dei milanesi. Portava da una Svizzera più democratica, che non aveva conosciuto né il fascismo né la guerra, una modernità che lo faceva apparire ai milanesi come l’uomo moderno per eccellenza, l’Homo faber (e l’omonimo romanzo di Frisch è proprio stato lui a portarlo alla Feltrinelli). In questo si inseriva anche il suo interesse per l’architettura. Lui portava una ventata d’aria fresca in una Milano che era ancora molto cupa, si situava in piena epoca post-fascista, era uscita dalla guerra da appena 15 anni. La casa editrice Feltrinelli, nata nel 1955, esisteva da appena cinque anni quando Filippini entrò a farne parte. Quale fu il contributo peculiare di Filippini alla Feltrinelli? La Feltrinelli, allora come oggi, ha sempre lavorato con il principio che ogni giorno ci si deve reinventare daccapo. Occorrono quindi sempre nuove idee, e in questo Filippini era maestro: sapeva cogliere quanto di nuovo fuori dall’Italia, specialmente in Francia e Germania, stava per nascere nella letteratura e nella cultura. Del resto mio marito Giangiacomo Feltrinelli lo mandò per un anno in Francia a setacciare l’ambiente culturale per riconoscervi i trends emergenti. In questo senso Filippini non era né svizzero, né italiano: era un uomo europeo, veramente d’avanguardia. Il contributo maggiore dato da Filippini alla Feltrinelli e alla cultura italiana è consistito probabilmente nell’avvicinamento della cultura tedesca all’Italia. Assolutamente. Questo anche grazie alle sue intense amicizie, come le ha definite il direttore delle pagine culturali di Repubblica Paolo Mauri. Perché Filippini curava delle amicizie davvero profonde: quando Max Frisch era disperato chiamava Filippini, e lui trovava il modo di incontrarlo. Anche per Friedrich Dürrenmatt, un uomo dal carattere notoriamente difficile, Filippini era l’amico del cuore. Del resto di molte opere tedesche nel catalogo Feltrinelli la traduzione è di Filippini: che non si firmava, preferiva che venisse stampato semplicemente “Traduzione E.F.”. Da dove veniva la straordinaria carica vitale e umana di Filippini? Ascona negli anni giovanili di Filippini era una vera e propria torre d’avorio. Per uno come lui l’idea di conquistare il mondo dalle rive del Verbano doveva essere molto forte, eccitante. Filippini è quindi uscito da questo isolamento, ma era l’isolamento di un uomo molto informato, curioso, generoso. Tutte queste sfaccettature della sua personalità hanno fatto di lui una persona estremamente stimolante. Come erano i rapporti di Filippini con Giangiacomo Feltrinelli? Nei primi anni ’60 Giangiacomo era il grande boss della Feltrinelli, e con lui Filippini ha avuto una relazione molto divertente e litigiosa. Filippini amava dire: «Quando Giangiacomo c’è, qui è l’inferno: si lavora 24 ore al giorno, pretende i libri per ieri e la traduzione per l’altroieri. Ma quando lui non c’è, qui è la noia. Preferisco che ci sia». Che rapporti ebbero i due negli ultimi anni di vita di suo marito, dopo la partenza di Filippini dalla casa editrice e quando Giangiacomo sempre più si avvicinava agli ambienti terroristi? Lo stesso Filippini disse: «capivo che stava deragliando, che non capiva più il valore della mediazione culturale che andava fuori ruolo e che la sua impazienza aveva vinto. Diventò frettoloso approssimativo scalmanato». Filippini era l’unico ex collaboratore di cui Giangiacomo parlava sempre con enorme stima e ammirazione, criticandolo teneramente. Non erano sulla stessa linea politica, hanno litigato molto e ferocemente, ma in fondo credo che Filippini avesse capito la genialità di Giangiacomo, come essere umano e come editore. Lei al Festival di Locarno, in occasione di una tavola rotonda in ricordo di Filippini, ha detto che oggi egli sarebbe ad Ascona e non in Italia. Oggi un Filippini sarebbe ancora possibile? E sarebbe ancora possibile il clima dell’epoca? No. Quello era un momento di pionieri, coscienti di costruire una nuova Italia. Oggi l’Italia è un Paese consolidato, che ha perso la vivacità politica. Adesso, direbbe Filippini, l’Italia è un Paese noioso. E questo non lo interesserebbe. All’epoca invece c’era davvero la sensazione che qualcosa di nuovo e straordinario dovesse accadere, che si fosse nell’imminenza di uno stravolgimento radicale e complessivo. Anche perché l’Italia nel mondo occidentale era il Paese con il più grande Partito comunista, e questo dava una fertilità polemica e di dialettica che altri Paesi non avevano. In quel clima si inserisce anche la convocazione a Palermo del Gruppo ’63, un gruppo che segnò l’avanguardia letteraria nell’Italia degli anni ’60. Quale fu il ruolo di Filippini nel Gruppo ’63? Fu sua l’idea, fu lui il vero motore che fece partire l’operazione. Si trattava di riunire un gruppo ampio di intellettuali italiani per cambiare il clima culturale nel Paese. In particolare si puntava a riformare il giornalismo italiano, segnatamente le pagine di cultura che erano ancora nelle mani dei grandi baroni del fascismo e del postfascismo. È soltanto grazie al Gruppo ’63 che questi intellettuali hanno avuto poi accesso alle pagine del Corriere della sera. Ma dell’organizzazione Filippini non se ne interessò, queste cose lo annoiavano. Cos’è rimasto di quel clima alla Feltrinelli? In fondo oggi siete il più grosso gruppo editoriale italiano che non è controllato da Silvio Berlusconi. Possiamo essere un contropotere a Berlusconi perché siamo anche distributori. Con 97 librerie siamo una forza importante nel mercato italiano, questa fu una grossa intuizione di Giangiacomo. Alla sua morte abbiamo attraversato un periodo di grosse crisi finanziarie, ideologiche e culturali. Oggi amministratore delegato è mio figlio Carlo Feltrinelli: ha il talento di suo padre di interessare e stimolare i giovani. Certo siamo in epoche totalmente diverse rispetto agli anni ’60: oggi a livello internazionale non ci sono più dei talenti della scrittura davvero grandi, siamo in un’epoca di vacche magre. E questo accade anche perché mancano una reale idea di cambiamento ed un clima politico stimolante. Certo, alla Feltrinelli siamo no-global, ma oggi tutto è così sfocato… Nella storia della Feltrinelli c’è un episodio curioso: la prima edizione di “Tropico del Cancro” di Henry Miller fu stampata nel 1962 a Bellinzona. Come mai? Se avessimo provato a stampare il libro in Italia ci avrebbero confiscato già le bozze. E avremmo rischiato, in caso di pubblicazione, un processo dalle proporzioni inaudite. L’idea fu del nostro direttore tecnico. Era un periodo in cui tutto era possibile, e c’era un vero gusto per la sperimentazione. I libri poi furono introdotti clandestinamente in Italia per essere venduti sottobanco. Quando al confine bloccarono un libraio con l’auto carica di libri i doganieri si meravigliarono per questo grande interesse per l’astrologia, ma lo lasciarono proseguire.

Pubblicato il 

12.12.03

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