< Ritorna

Stampa

 

La Cgil vince la scommessa

di

Loris Campetti
Due Italie. Una straboccante in tutte le piazze di donne e uomini che pagano le tasse, indignati, persone che non ne possono più di essere ridotti a target del bombardamento liberista. Chiamata finalmente dalla Cgil, l'Italia migliore ha iniziato una lunga battaglia contro il governo Berlusconi e la sua manovra classista che colpisce lavoratori dipendenti, pensionati, giovani a cui è sottratto persino il sogno di un futuro, per non parlare della pensione che non vedranno mai.

Una manovra, oltre che ingiusta, ideologica: il governo, portavoce degli interessi dei padroni, approfitta di una crisi globale per modificare per legge i rapporti di forza tra le classi, assestare un colpo durissimo alla Costituzione e allo Statuto dei lavoratori, cancellare i contratti nazionali sostituiti da accordi aziendali varati con la complicità di sindacati di comodo. Persino il licenziamento senza giusta causa diventa lecito, persino l'espulsione dalle fabbriche, dagli uffici e dai tavoli negoziali dei sindacati non firmatari. Diventa legge per tutti il modello Pomigliano inventato da Marchionne e imposto con il ricatto "lavoro in cambio dei diritti", quello che secondo le sirene della Confindustria, del centrosinistra, di Cisl, Uil e persino di una parte della Cgil in polemica contro l'opposizione della Fiom doveva restare un unicum.
Dall'altra parte dell'Italia c'è un governo screditato in Europa e commissariato dagli organismi finanziari internazionali e dalla Bce, in compagnia di una politica subalterna o afona che chiede la caduta di Berlusconi promettendo in cambio la stessa ricetta anticrisi dei liberisti, magari moderata da interventi caritatevoli. Martedì sera, al termine di uno sciopero straordinario che ha svuotato fabbriche e uffici e riempito di popolo cento città, le due Italie si fronteggiavano a 100 metri di distanza: dentro il palazzo del Senato un'aula "sorda e grigia" modificava e peggiorava per la terza volta la manovra impopolare e si annunciava un voto di fiducia per far presto e soddisfare così le "richieste dell'Europa" e persino del presidente Napolitano, teorico della "coesione"; fuori dal palazzo, in una piazza Navona colorata di rosso, il presidio della Fiom a chiedere giustizia e promettere ribellioni, a cui si sono aggiunti via via i sindacati di base, gli studenti, i precari, il mondo della cultura, i comitati per l'acqua pubblica e i beni comuni. A proposito di beni comuni, è straordinario come a meno di tre mesi da un plebiscito che ha bocciato nucleare e privatizzazione dell'acqua, il governo abbia deciso di infarcire la manovra di privatizzazioni e liberalizzazioni mostrando così il suo disprezzo per la volontà popolare, anche quando essa viene sancita da uno strumento garantito dalla Costituzione come il referendum.
C'è un paese ferito, immiserito anche culturalmente, sofferente per il crollo dell'occupazione soprattutto giovanile e per la perdita del valore d'acquisto dei salari. Un terzo degli italiani viaggia intorno e sotto la soglia di povertà, il precariato è diventato una condizione generale, il lavoro pubblico è tartassato dal blocco del Tfr (la liquidazione, cioè i soldi dei lavoratori accantonati per tornare fruibili al termine della vita lavorativa) e dal mancato rinnovo dei contratti dal 2008. L'età della pensione dagli anni Novanta, riforma dopo riforma, si allontana nel tempo e a pagarne le spese maggiori sono gli operai dell'industria che hanno iniziato a lavorare a 16 anni e le donne "parificate" agli uomini che potranno lasciare il lavoro solo dopo i 65 anni. Colpiti sono non i patrimoni ma i redditi più bassi, mentre un ridicolo contributo di solidarietà viene richiesto solo ai 30 mila redditi dichiarati più alti. Colpiti sono i consumatori dall'innalzamento di un punto dell'Iva.
Ma l'aspetto più odioso è il salvataggio, l'ennesimo, degli evasori fiscali che rubano alla collettività una cifra che, se recuperata, garantirebbe da sola diverse manovre finanziarie. Colpiti sono gli enti locali, comuni province e regioni a cui vengono tagliati drasticamente i fondi, alla faccia del federalismo vantato da Bossi. Tagli che ricadono sui cittadini più poveri attraverso il peggioramento dei servizi e la sterilizzazione di quel che resta del welfare. Per far cassa il governo si impegna a svendere pezzi di patrimonio pubblico, immobili, servizi. Trasporti e sanità sono sotto tiro, beni comuni trasformati in pura merce gettata sul mercato finanziario. Salvata è invece, in gran parte, la spesa militare mentre continuano per l'Italia due guerre, in Afghanistan e in Libia. Dal bacio al dittatore Gheddafi di Berlusconi al tradimento per mettere il nostro paese al servizio dei cacciatori europei di petrolio guidati da Sarkozy, perdendo tra l'altro la partnership con la (nuova) Libia, il suo gas, il suo petrolio. Colpiti dai tagli sono gli studenti e le loro famiglie, i ricercatori costretti a fuggire all'estero, gli intermittenti dello spettacolo e della cultura. I consumi crollano e interi settori produttivi, il commercio, il turismo, attraversano le conseguenze di una crisi destinata ad aggravarsi. Si parla già di una nuova manovra economica prima di Natale mentre non si parla mai di investimenti per uno sviluppo compatibile.
Un paese colpito ma non rassegnato. Martedì, con lo sciopero generale indetto dalla Cgil che ha creato lo scompiglio persino nelle fila di Cisl e Uil – soprattutto tra i metalmeccanici della Fim, che contro gli ordini di scuderia hanno aderito allo sciopero della Cgil nelle maggiori fabbriche, a partire da quelle della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia – ha rialzato la testa. Persino i simboli dell'Italia sono stati illuminati dallo sciopero: ferme le catene di montaggio dei Baci Perugina, ferma a Riga la nazionale di basket, chiusi ai turisti il Colosseo e i Fori imperiali. Con i lavoratori dipendenti hanno manifestato gli studenti, i precari, i centri sociali, la cultura e anche il sindacalismo di base, sia pure separatamente. Nei cortei c'era il popolo, maestre, bambini e genitori di asili nido tagliati dalla scure governativa, i dipendenti delle cooperative sociali che garantiscono servizi non più garantiti dallo stato, portatori di handicap a cui viene tolto il sussidio d'accompagnamento. Tutti con la Cgil, convinti che quella di martedì sia stata solo la giornata d'inizio di un autunno di lotta. Fino alla caduta di Berlusconi, per ripensare una nuova rappresentanza politica "vera", sperando di aver ritrovato almeno una rappresentanza sociale. Ma la Cgil terrà viva questa speranza, chiudendo l'ultima stagione di ricerca ossessiva e perdente di un'unità con sigle sindacali passate armi e bagagli dall'altra parte, e con una Confindustria marchionnizzata, egoista e vendicativa, intenzionata a farla finita definitivamente con le conquiste del lavoro realizzate nel Novecento? È quello che le 100 piazze chiedevano in coro alla segretaria generale Susanna Camusso, firmataria dell'accordo del 28 giugno che ha aperto la strada all'offensiva ideologica del ministro Sacconi e del governo Berlusconi. Con le piazze ancora piene, martedì il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni ha commentato così lo sciopero della Cgil: «È un segnale negativo per le Borse». Questo è diventato un sindacato ricco di storia e di cultura come la Cisl.
La Cgil non è sola, ha – avrebbe – con sé la maggioranza del paese e una sua discesa in campo convinta, non ondivaga, coraggiosa potrebbe persino rimettere in gioco un'altra idea di politica, un'altra idea di sviluppo che sia ambien-
talmente e socialmente compatibile come chiedono i metalmeccanici della Fiom e i movimenti. Mentre scriviamo si riuniscono gli organismi dirigenti della Cgil e della Fiom. Altri appuntamenti si preparano nelle piazze: gli indignati il 10 e 11 settembre piazzeranno le loro tende a Roma, a San Giovanni, il popolo dei beni comuni sta riorganizzando le sue fila, mentre in tanti stanno lavorando per trasformare l'appuntamento europeo del 15 ottobre lanciato dagli indignados spagnoli in una grande giornata di lotta. L'indignazione non basta, ma è il primo passo per costruire l'alternativa.

Pubblicato

Venerdì 9 Settembre 2011

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

 

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 15 Aprile 2021

Torna su

Editore

Sindacato Unia

Direzione

Claudio Carrer

Redazione

Francesco Bonsaver

Raffaella Brignoni

Federico Franchini

Veronica Galster

Indirizzo
Redazione area
Via Canonica 3
CP 5561
CH-6901 Lugano
Contatto
info@areaonline.ch
Inserzioni pubblicitarie

Tariffe pubblicitarie

T. +4191 912 33 80
info@areaonline.ch

Abbonamenti

T. +4191 912 33 80
Formulario online

INFO

Impressum

Privacy Policy

Cookies Policy

 

© Copyright 2019