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La Cgil, l’ultimo baluardo dei diritti

di

Loris Campetti
In più di un secolo di vita, la Fiom-Cgil ha sempre rappresentato la punta di diamante del sindacalismo italiano. Per la sua capacità contrattuale, l'autonomia dalle imprese, dai governi e dai partiti, pur essendo la sua azione fortemente politica, attenta ai diritti di tutti e aperta ai movimenti. Siderurgia, auto, elettrodomestici, informatica, elettronica, cantieristica navale sono i luoghi in cui si concentrano i due milioni di metalmeccanici italiani. Nelle straordinarie e drammatiche giornate del luglio 2001 a Genova, durante il G8, la Fiom era parte attiva del movimento nato a Seattle contro la globalizzazione liberista, mentre le confederazioni sindacali e il Pds latitavano. Spesso ha rappresentato un pungolo dentro la Cgil, a volte in polemica con la stessa confederazione. Per esempio durante i governi "amici" di centrosinistra a cui la Fiom non ha mai fatto sconti, come nel 2006 quando aderì in massa a una manifestazione contro la precarietà promossa dal "manifesto" e altre testate di sinistra. Delle politiche del lavoro del governo parliamo con il segretario generale, Gianni Rinaldini.

A febbraio avete fatto uno sciopero generale di due categorie: per la prima volta come Fiom vi siete fermati insieme ai dipendenti della Funzione pubblica-Cgil. I due maggiori sindacati dei lavoratori attivi che organizzano privati e pubblici hanno avviato la stagione di lotta contro l'idea che la crisi debba essere scaricata per intero sul lavoro. Quali obiettivi vi ponete?
Vogliamo un'uscita dalla crisi con un paese diverso, superando le attuali disuguaglianze sociali. La crisi economica che attraversiamo segna il limite del modello neoliberista che si è mostrato al mondo in tutta la sua fragilità e ferocia. Oggi è chiaro a tutti che questo modello va ribaltato: la ricchezza non si può creare deregolando la contrattazione e le tutele sul lavoro, lasciando al mercato il compito di regolatore del sistema. Contro la Confindustria e il governo che trasforma in politica e in leggi i desiderata dei padroni abbiamo scioperato insieme ai lavoratori pubblici sotto attacco, accusati di essere dei fannulloni. Un segnale in controtendenza rispetto al tentativo di dividere i lavoratori e i sindacati e di scaricare le contraddizioni di un modello economico e sociale imploso sui più deboli, puntando alla guerra dei poveri. Noi non ci stiamo, e chiediamo alla nostra gente di non arrendersi.
Intanto il governo sta smantellando tutele e diritti costruiti con sessant'anni di lotte.
L'attacco concentrico di governo e Confindustria punta proprio a cancellare le tutele collettive utilizzando le leve dell'orario, dei salari, della precarietà, dividendo i lavoratori. Attraverso l'accordo separato con Cisl e Uil che controriforma il sistema contrattuale, intendono ridurre gli spazi di contrattazione collettiva autonoma e insieme espropriano i lavoratori dalla possibilità di esprimersi su piattaforme e accordi che riguardano la loro condizione e la loro vita. Vogliono superare ogni elemento contrattuale fondato sulla solidarietà, a partire dai contratti nazionali, per affermare una logica di pura subordinazione sindacale alle esigenze dell'impresa.
Fino a rendere sempre più aleatorio il diritto di sciopero?
Partono con il settore dei trasporti dove pure esiste un sistema rigido di regole e tutele per i cittadini per estendere limitazioni crescenti a tutti i servizi pubblici e infine, secondo l'ordine di Confindustria, all'insieme del mondo del lavoro, in aperta violazione del mandato costituzionale. In Italia è in atto un processo autoritario contro cui dovrebbero scendere in campo non solo la Fiom e la Fp, o l'intera Cgil che ad aprile tornerà a riempire le strade di Roma con un milione di lavoratori e pensionati.
Peccato che l'opposizione politica sia irreperibile, latitante, divisa. Ce la farete da soli?
Di fronte a un'operazione ancora più grave di quella che lo stesso Berlusconi tentò all'inizio del decennio attaccando l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, a sinistra non c'è una risposta all'altezza della posta in gioco. La crisi è usata per dividerci e modificare i rapporti di forza, il crollo della produzione è un'opportunità per destre e padroni per ridefinire l'assetto del paese.
Come avvenne negli anni Cinquanta, con l'isolamento e la sconfitta della Cgil. Ci volle un decennio, e il piano del lavoro di Di Vittorio per ripartire…
Negli anni Cinquanta c'erano le grandi organizzazioni di massa della sinistra, il Pci e il Psi al fianco della Cgil e dei lavoratori. Oggi, per la prima volta nella storia non c'è una forza politica parlamentare che si sia schierata con noi. Questo carica la Cgil di un sovrappiù di responsabilità. Manteniamo una capacità di mobilitazione, come si è visto a febbraio a Roma dove in 700 mila hanno partecipato alla nostra manifestazione. Certo, sarebbe auspicabile che la nostra azione riuscisse a rimettere in moto un processo virtuoso a sinistra, ma questo non dipende dal sindacato. Il conflitto sociale che sta impedendo la chiusura dell'operazione autoritaria, populista e classista, purtroppo non incrocia una risposta politica d'opposizione, con un Parlamento inerte da cui sono rimaste fuori le frantumate forze della sinistra e con un'opposizione parlamentare debole e divisa. In questo contesto, neppure il nuovo attacco contro il sistema pensionistico - con la pretesa di trovare così i fondi necessari a estendere gli ammortizzatori sociali, invece di andarli a prendere dove sono, tra gli evasori e i ricchi - riesce a muovere le acque della politica. Di quella parte politica che, nonostante tutto, avrebbe le sue radici nella storia e nelle lotte del movimento operaio.

Pubblicato

Venerdì 6 Marzo 2009

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