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La Casa d’Italia si fa internazionale

di

Silvano De Pietro
Fare della Casa d'Italia di Zurigo una "Casa delle culture". È questa la sostanza di un progetto lanciato dal consiglio consultivo del Municipio di Zurigo sui problemi degli stranieri residenti (Ausländerbeirat). È un'idea, beninteso, pienamente condivisa dall'associazione "Pro Casa d'Italia", che gestisce lo storico centro degli immigrati italiani, e dal proprietario dell'edificio, che è lo Stato italiano rappresentato dal console generale d'Italia a Zurigo. Ma è anche un'idea che, incontrando il favore delle altre comunità straniere della città e se attuata e sostenuta nel modo giusto, potrebbe risolvere molti problemi pratici e garantire un futuro a questa istituzione ormai storica della comunità italiana.
L'edificio, che esiste da 80 anni, si trova alla Erismannstrasse, nel popolare "Kreis 4", vicino alla vecchia stazione ferroviaria delle merci (Güterbahnhof) ed alla Missione cattolica italiana. Per decenni è stato un punto di riferimento fisico della popolazione italiana di Zurigo, ma ora gli italiani sono sempre più integrati e prendono parte direttamente alla vita culturale, politica e sociale della città. Potrebbero quindi lasciare che la Casa d'Italia venga aperta anche alle altre culture di immigrati, ormai assolutamente maggioritarie nel quartiere e che sarebbero felici di approfittarne. I primi segni di una tendenza in tal senso già si vedono.
Ce lo conferma il presidente dell'associazione "Pro Casa d'Italia", Antonio Putrino. Dopo l'apertura al bilinguismo della scuola elementare e media della Casa d'Italia, dice Putrino, «è giusto che tutta la struttura venga aperta alle altre culture». Questo viene già fatto, «selezionando singole attività». Per esempio, «sono venuti 50 ragazzi dall'Olanda a tenere un concerto di musica classica per i loro connazionali; gli eritrei sono venuti da noi a tenere la loro conferenza; i colombiani e i venezuelani sono venuti per le rispettive feste nazionali; i brasiliani ci vengono ad organizzare le loro attività; e così via». È un'apertura che «non toglie nulla agli italiani», ma che contribuisce ad alleviare il bisogno che c'è a Zurigo di trovare locali per uso collettivo a prezzi bassi e ad affrontare le spese di manutenzione di una struttura che è stata migliorata e potenziata grazie soprattutto al volontariato.
Sono anni infatti che la Casa d'Italia lotta per la propria sopravvivenza. A gennaio 2009 il deputato del Pd Gianni Farina presentò alla Camera un'interrogazione per sapere se il governo intendeva intervenire per «assicurare l'agibilità futura dello stabile Casa d'Italia, perché possa continuare ad essere, come è stato negli anni e sino ai nostri giorni, il luogo centrale delle attività sociali, culturali e politiche dell'emigrazione italiana a Zurigo e nel contesto svizzero». La risposta, un paio di mesi dopo, fu che «l'intervento di ampio respiro auspicato dall'interrogante difficilmente potrà essere sostenibile nell'attuale contingenza delle finanze dello Stato». Quindi, nella sostanza la parola d'ordine è: fate un po' voi.
Così a Zurigo si sono dati da fare. Dal 2009 l'edificio, di oltre 4500 metri quadrati di superficie utile, è stato ampiamente ristrutturato e le sue funzioni sono state riorganizzate. Con la costituzione del Polo scolastico italo-svizzero, ora la Casa d'Italia offre asilo, scuola elementare, scuola media e liceo. E non sono pochi i bambini e ragazzi di altre nazionalità, o figli di matrimoni misti, che frequentano queste scuole a prezzi più bassi rispetto a quelle di altre scuole bilingui. Il che è anche un riconoscimento di qualità, al di là dei vantaggi del bilinguismo dal punto i vista formativo. Ma alla Casa d'talia trovano posto, oltre alle aule scolastiche e ad alcuni uffici, anche molti altri locali di uso collettivo: un ampio salone con palco, una palestra, diverse sale per riunioni e un bar.
Avere a disposizione di tutti un centro così, che in parte è sotto utilizzato, è una vera opportunità per le varie comunità immigrate. Ne è convinto il copresidente dell'Ausländerbeirat, Francesco Genova, che ha avuto l'idea di «ridare un senso» alla Casa d'Italia facendone «un centro di autogestione delle culture». La proposta è stata recepita e condivisa sia dall'Ausländerbeirat, sia dall'autorità municipale. Quest'ultima, prima di avallare l'idea e deliberare eventuali concreti sostegni, vuole avere un rapporto, uno studio, di cui si è incaricato lo stesso Genova, dal quale si possa evincere l'esistenza di un reale bisogno in tal senso tra la popolazione immigrata. «L'obiettivo non è di fare un centro sociale», sintetizza Genova, «ma di creare un punto di riferimento dove diverse culture si possano identificare». Quindi non un ghetto anarcoide, ma un centro gestito con efficienza ed a vantaggio di tutti.

Ottant'anni di storia

Le storia della Casa d'Italia trae origine dalle vicende dell'"Orfanotrofio ed Asilo infantile della Colonia Italiana di Zurigo", una società cooperativa sorta nel 1918 e registrata come ente morale, che aveva acquistato degli immobili nella Rötelstrasse per sistemarvi l'orfanotrofio (per gli orfani dei caduti nella Grande Guerra) e l'asilo infantile. Ma nel maggio 1928 l'allora ministro italiano degli affari esteri, Dino Grandi, dava disposizioni al console generale a Zurigo circa la creazione di un «complesso di locali destinati ad accogliere tutte le istituzioni italiane esistenti a Zurigo dai fasci al dopolavoro, dalle Scuole all'Orfanotrofio eccetera». Il governo italiano auspicava insomma di riunire in un solo luogo tutte le attività sociali, politiche ed assistenziali della "Colonia degli italiani".
Venne nominata una commissione ad hoc, con l'incarico di procedere sia alle trattative per l'acquisto di un terreno sul quale costruire la "Casa degli Italiani", sia alla definizione di tutto quanto necessario per la costruzione dell'edificio. Da Roma vennero disposti gli opportuni finanzia-
menti, ma si precisava che «qualunque sia la proporzione fra l'apporto di enti e privati della colonia e quello dello Stato, la proprietà assoluta ed esclusiva degli immobili in parola spetterà allo Stato». Quale corrispettivo per le donazioni della collettività veniva riconosciuto alle associazioni un «diritto di uso» dei locali per lo svolgimento delle loro attività, «secondo le direttive del Governo Nazionale e sotto il controllo dell'Autorità consolare, con facoltà di revoca di tale diritto di uso, quando le tendenze politiche delle collettività stesse deviassero da quelle dello Stato».
Dopo l'acquisto del terreno (un lotto di 2097,6 metri quadrati) nel 1930, la costruzione dell'edificio venne terminata alla fine del 1932. Al costo complessivo della costruzione (569'230 franchi, più 112'736 pe il terreno), finanziato in gran parte dal governo italiano, parteciparono anche la locale comunità italiana e l'Opera nazionale orfani di guerra, ma soprattutto l'Orfanotrofio italiano. Questo diverso peso del contributo finanziario spiega le successive resistenze al ridimensionamento ed alla chiusura dell'orfanotrofio ed all'ampliamento della parte dell'edificio da destinare all'asilo, alla scuola ed alle attività sociali.
Costituito un "Comitato della Casa degli italiani", l'uso dell'edificio venne così attribuito: 35 per cento per «le sedi del Fascio, delle Organizzazioni Giovanili, del Dopolavoro, della Dante Alighieri e delle varie società oltre la sala degli spettacoli, il bar, la sala da bigliardo, l'abitazione del custode»; 25 per cento ad «uso misto di asili e di aule scolastiche per i corsi serali degli allievi esterni nonché per i bambini dell'Orfanotrofio, una sala di ginnastica e le docce, una vasta cucina per l'Orfanotrofio e per la mensa popolare del Fascio»; 40 per cento per «l'Orfanotrofio proprio detto comprendente un refettorio, due vasti dormitori, gabinetti e lavabo, varie salette per alloggio delle suore e per l'infermeria, una cappella».
La suddivisione proporzionale degli spazi apparve subito incongrua, ma il dibattito sulla permanenza dell'orfanotrofio alla Casa d'Italia si protrasse fino al 1935, sia perché di orfani di guerra ce n'erano ben pochi (una trentina), sia perché nel 1934 il console generale era riuscito ad ottenere dal governo cantonale di Zurigo l'autorizzazione ad aprire una scuola elementare, con la formazione di otto classi, dove l'insegnamento venisse impartito nelle due lingue. Fino al 1945 non si hanno più molte notizie; ma è certo che in quel periodo venne avviata la progressiva smobilitazione dell'orfanotrofio a favore dell'asilo, della scuola materna e della scuola elementare.
In seguito la Casa d'Italia ha assunto l'assetto funzionale mantenuto fino ad oggi, cioè quello di un centro sostanzialmente autogestito, sotto la supervisione del Consolato generale d'Italia a Zurigo, con un asilo, una scuola statale italiana elementare e media, le sedi del locale Comitato degli italiani all'estero (Comites) e del Casli (l'ente gestore dei corsi di lingua e cultura italiana), un bar ritrovo per gli italiani la sera e il fine settimana; un salone per le manifestazioni pubbliche e sociali.


Pubblicato

Venerdì 6 Luglio 2012

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