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La Bosnia filma il dopoguerra

di

Gianfranco Helbling
Era stato il film preferito dal pubblico nel Concorso di Locarno 2003, accolto al Fevi da una lunga standing ovation. Ora “Gori vatra” (tradotto in molti modi, fra cui “L’incendio”) del regista bosniaco Pjer Zalica è giunto nelle sale ticinesi. Parla, in un tono da commedia che ricorda il nuovo cinema inglese ma che non scorda la drammaticità della vita quotidiana, dell’immediato dopoguerra in Bosnia. Ne parliamo in queste interviste con lo stesso Zalica e (sotto) con il produttore Ademir Kenovic, una delle più autorevoli personalità del cinema del suo paese (realizzò tra l’altro il primo, bellissimo film del dopoguerra bosniaco, “Le cercle parfait”). Pjer Zalica, “Gori vatra” può essere letto a due livelli, razionale ed emozionale. Quale di questi due è stato per lei il più importante? Tutti e due. Anche perché è difficile fare un discorso razionale sulle emozioni. Credo che un processo artistico non possa prescindere né dall’aspetto emotivo, né dalla comprensione dei fatti cui si riferisce. E credo che una storia con al centro delle emozioni può essere davvero interessante per un pubblico molto vasto. Ho però fatto in modo che nella storia ci fossero elementi d’interesse per pubblici molto diversi: così sviluppo parallelamente sia dei personaggi legati alle organizzazioni internazionali, sia dei personaggi molto locali. Da questo punto di vista la distribuzione internazionale può risultare avvantaggiata. Parlare delle forti emozioni che possono vivere degli esseri umani in un contesto come quello narrato in “Gori vatra” può sempre essere interessante alla condizione che la storia sia veicolata da personaggi forti, ben costruiti. Altrimenti anche il fatto storico più controverso può risultare infinitamente noioso. Perché ha scelto di ambientare il film nel 1997? Era il periodo immediatamente successivo alla guerra, il più critico. E tutti i problemi descritti nel film, e che in Bosnia viviamo ancora oggi, hanno preso avvio in quel periodo. Inoltre proprio alla fine del ’97 Clinton è giunto in Bosnia per una breve visita. Purtroppo ci ho messo quattro anni a scrivere la sceneggiatura… Oggi riscriverebbe la stessa storia? Dovendo parlare del dopoguerra sì, forse i problemi contingenti sarebbero diversi, ma non il tema di fondo e il modo di affrontarlo. Credo che per parlare di un dopoguerra quello bosniaco sia un caso esemplare, universale. Oggi le cose cambierebbero soltanto in rapporto al presidente: Bush verrebbe certamente accolto in maniera diversa rispetto a quanto accadde con Clinton. Lei durante la guerra ha fatto parte di un collettivo di registi che a Sarajevo continuava a produrre film. Può parlarci di quell’esperienza? Eravamo un gruppo di una decina di registi, oso dire i più importanti del paese. Facevamo praticamente solo documentari. Complessivamente ci lavorava una cinquantina di persone, guidate da Ademir Kenovic (che fu mio docente). La consideravamo una missione umanitaria e artistica, ma per noi era il modo migliore per resistere. Ognuno doveva saper fare tutto per aiutare i colleghi nel loro lavoro, quindi per me è stato anche un modo per imparare a fondo il mio mestiere. Nel corso degli anni il nostro gruppo s’è notevolmente rinsaldato, oggi proviamo una forte affinità reciproca. La mia ambizione non è mai stata di fare documentari, nemmeno durante la guerra. Infatti nei miei lavori inserivo sempre elementi di fiction, di elaborazione del reale, lavorando ad esempio più su dei personaggi che su delle persone reali. Fra i film che ho fatto all’epoca uno, “Godot Sarajevo”, era sul lavoro di Susan Sontag, che era venuta a Sarajevo per mettere in scena “Aspettando Godot”: in quel caso per me è stato facile avere quest’approccio, perché era lo stesso della regista. Un altro film che ho fatto con un approccio simile, “Children like any others”, era sui ragazzi di Sarajevo in guerra. Ho preso tre ragazzi reali, ne ho decostruito. la vita e la storia per rimontarla come fossero storie esemplari di ragazzi in guerra. Per lei aver girato “Gori vatra” è stato un modo per elaborare il vissuto della guerra? Esatto. Già durante il conflitto avevo deciso che il mio primo film di fiction, semmai avessi potuto farlo, sarebbe stato sulla guerra. In definitiva poi non ho fatto un film sulla guerra, ma sulle tracce che questa lascia nelle persone. Cercando di capire come ci si possa liberare del peso di queste tracce, per affrontare la vita con un nuovo ottimismo. Per realizzare questa idea avevo bisogno di una storia triste da raccontare però in modo divertente. È stato più difficile di quanto mi aspettassi: sapevo cosa volevo dire, ma era molto difficile trovare la forma adeguata. Ciò che ho realizzato è il massimo che sono in grado di fare in questo momento. Ademir Kenovic, avete pensato ad un pubblico specifico quando avete realizzato “Gori vatra”? No. Se questo film non avesse riscosso l’interesse che sta suscitando da Sarajevo a Locarno ad Hong Kong ne sarei stato estremamente deluso. “Gori vatra” funziona come un film, non è un pamphlet, non fa dichiarazioni politiche, non sostiene alcuna tesi. La sola tesi presente in “Gori vatra” è che gli esseri umani sono più importanti dei sistemi politici in cui si trovano ad agire: parla di innamorati, di figli, di fratelli, situazioni che tutti sono in grado di capire. Abbiamo ormai una certa esperienza di come di noi bosniaci si parla dentro e fuori la Bosnia: questo ci ha aiutato a fare una storia nella quale i personaggi fossero riconoscibili allo stesso modo in Italia, in Bolivia o in Giappone. Quindi “Gori vatra” si distingue da “No Man’s Land”, caratterizzato da una forte critica al ruolo della comunità internazionale in Bosnia? Da un lato lo si può forse dire. Ma nel contempo “No Man’s Land” è costruito in maniera molto abile come un film che non porta il marchio particolare di un paese specifico. Ovunque vi siano situazioni simili a quelle descritte nel film di Tanovic, dallo Sri Lanka all’America latina, dai Paesi Baschi all’Irlanda, si troverà un’identificazione del pubblico locale nei personaggi del film. Ma questo può valere anche per contesti meno drammatici: le tensioni descritte in “No Man’s Land” sono simili a quelle presenti fra l’Italia del Nord e quella del Sud, queste ultime sono soltanto meno drammatiche. Lei ha detto che “Gori vatra” in Bosnia era molto atteso, come una terapia collettiva. In che senso? Sappiamo quante cose terribili sono accadute in Bosnia durante la guerra, non è rappresentandole di nuovo che volevamo affrontare il tema. Abbiamo invece cercato un modo piacevole di raccontare i fatti, se possibile divertente, per spiegare come la gente comune sia stata trattata dal sistema. È dunque un approccio elaborato alla sofferenza della gente che passa attraverso la risata, una specie di monumento a ciò che è accaduto, un modo per indicare una maniera positiva di riconsiderare quanto ci è successo e per guardare avanti con più fiducia. Esiste oggi un’industria del cinema in Bosnia? Direi che c’è un forte gruppo di registi bosniaci di successo. Non penso che si possa usare il termine “industria” perché se c’era qualcosa che poteva assomigliare ad un’industria del cinema 15 anni fa, ora è stata distrutta dalla guerra. Non c’è un’infrastruttura solida, ma c’è un forte potenziale creativo e una misteriosa energia. Credo che poche località al mondo come Sarajevo possano vantare una così elevata densità di premi cinematografici, comprese un paio di Palme d’oro e un Oscar. Questo perché in Bosnia ci sono professionisti dalle capacità molto raffinate e con la voglia di fare film e di raccontare le loro storie senza chiedersi se sia troppo rischioso dal punto di vista commerciale e senza la pretesa di raccontare la verità sul loro paese. Vogliono semplicemente fare dei film divertenti che sappiano interessare anche chi vive fuori dalla Bosnia. Direi dunque che oggi c’è il potenziale per creare una forte industria cinematografica in Bosnia. Da dove viene questo potenziale? Non lo so. È un mistero, come lo è l’esplodere improvviso di cinematografie nazionali ad alto livello. Pensi subito dopo la seconda guerra mondiale all’Italia. O di recente all’Iran, alla Finlandia, alla Cina, alla Danimarca o al Giappone. La Bosnia è uno di questi casi: è un posto in cui un gruppo di persone attivo nel cinema ha accumulato energie tali da farla emergere nel contesto internazionale. D’altro canto bisogna considerare cos’è successo durante la guerra. Fu un’esperienza terribile, il paese era ridotto così malamente che dovevamo lavorare tre volte più duramente che nel resto del mondo per fare i nostri film. Forse questo ci sta aiutando oggi.

Pubblicato

Venerdì 25 Giugno 2004

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