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La Bns rischia e perde in borsa

di

Can Tutumlu
Il primo maggio del 2003 la Banca nazionale svizzera (Bns) annunciava un cambiamento di strategia nell'investimento delle ingenti riserve monetarie di cui è dotata, ben 120 miliardi di franchi. Il mandato veniva direttamente dal Consiglio federale e dal Parlamento. All'epoca la decisione pareva ai più dettata dall'obbligo di "restare al passo coi tempi". Ora, a distanza di cinque anni, i conti del primo trimestre del 2008 si sono conclusi con una perdita di quasi 4 miliardi di franchi per la banca delle banche. "Non è una tragedia", si sono affrettati a spiegare i vertici.
In un dispaccio stampa la Bns ha voluto inoltre chiarire che le perdite sono dovute soprattutto all'apprezzamento del valore del franco per rapporto alle principali monete detenute nel portafoglio delle divise. Ed è vero. Ma meno noto è che parte delle perdite – non si sa in quale misura e attraverso quali canali – sono imputabili anche agli investimenti finanziari che la banca centrale elvetica ha inserito da poco nella propria gestione patrimoniale. Le famigerate ipoteche americane incluse.

Non è quindi servito il prezzo record dell'oro che valeva ben 933,5 dollari all'oncia a fine marzo di quest'anno per scongiurare gli altri rischi a cui è esposta la banca nazionale svizzera. Mentre nel 2007 era stata proprio la rivalutazione dell'oro giallo a trascinare i conti della banca ad un risultato d'esercizio di ben 8 miliardi, nel primo trimestre dell'anno in corso è stato ancora una volta l'oro e paradossalmente la forza del franco svizzero a trascinare i conti in rosso. Le enormi riserve auree valutate (e in parte vendute) in dollari americani hanno comportato una perdita di 490 milioni una volta convertite nel franco svizzero. Così, se da una parte il valore dell'oro porta ad un guadagno, dall'altra con un movimento contrario il cambio franco/dollaro sgonfia quel valore per quasi mezzo miliardo di franchi. Il franco svizzero, liberatosi del tallone d'achille dell'oro negli anni Settanta, si trova ora paradossalmente legato nuovamente alle sorti del metallo giallo considerato – proprio come la moneta elvetica – un bene rifugio che preserverebbe il valore del risparmio quando gli altri investimenti, oggi soprattutto quelli fatti di carta della finanza malata, sono insicuri come in questo periodo. 
L'apprezzamento della moneta svizzera ha portato inoltre a perdite più ingenti nell'altra forma in cui la Bns detiene le proprie riserve: quella degli investimenti in divise estere. Sul mercato monetario sono stati ben 3,8 i miliardi che hanno contribuito a portare il rosso nelle cifre della banca.
C'è però un altro rischio a cui è stata esposta la Bns proprio quel primo maggio del 2003. Alla maggioranza parlamentare e del governo 5 anni fa è sembrato logico che parte delle riserve della banca nazionale dovessero essere investite in borsa, sia tramite l'acquisto di azioni svizzere che straniere e altri strumenti finanziari più sofisticati. Una Bns più spregiudicata, ma anche più esposta alle bizze della finanza, e che ora paga lo scotto del circuito globalizzato.
E proprio il corso delle azioni del primo trimestre del 2008 ha svuotato le casse pubbliche della Bns di 760 milioni di franchi. L'investimento  sul mercato azionario – che dovrebbe aggirarsi sui 7 miliardi di franchi – è andato male. Per il momento non è dato di sapere su quale tipo di strumento finanziario è avvenuta la perdita. Nel rapporto 2007 la Bns rendeva però noto candidamente che anche la banca centrale elvetica deteneva nel proprio portafoglio le famigerate ipoteche americane che, come in una catena di San Antonio globalizzata, hanno incancrenito i circuiti finanziari di mezzo mondo portando, ad esempio, l'Ubs ad annunciare martedì il taglio di 5mila 500 posti di lavoro. La Bns precisava tuttavia nel proprio rapporto che le ipoteche americane erano "quelle buone", quelle con il rating (cioè la classificazione del rischio) migliore. A dir la verità anche i famigerati "subprime", trasformati nel gioco delle scatole cinesi, avevano ottenuto un buon voto. Che la musica sia mutata nel frattempo?

Il punto della questione non è comunque solo questo a nostro avviso. Se da una parte è spropositato affermare che è solo il corso azionario ad aver portato il rosso nei conti della Bns, dall'altro non si può negare che vi ha comunque certamente contribuito. Restano però alcuni dati di fatto rilevanti.
La Banca nazionale svizzera appartiene alla collettività. Le sue riserve sono costruite attraverso la bilancia dei pagamenti: il guadagno microeconomico degli esportatori elvetici diventa un guadagno macroeconomico per la società. La Bns, come ogni altra banca centrale, fa da tramite nei pagamenti internazionali. È la banca che in ultima analisi compie la transazione monetaria fra l'importatore straniero e l'esportatore elvetico. Con questa operazione, compiuta con le monete che monopolizzano i mercati globali, la Bns incamera o perde valuta straniera. Soprattutto il dollaro americano (la vera spada di damocle, ma anche arma di distruzione di massa statunitense) e l'euro (che rappresenta la zona di scambio più importante per la Svizzera). Va aggiunto che la popolazione elvetica contribuisce di propria tasca con gli aiuti all'esportazione.
Oltre a ciò, seppur in maniera minore, la Bns guadagna – a torto – con il signoraggio sull'emissione monetaria. Fa pagare cioè alla collettività il prezzo dell'unità di misura della produzione elvetica: il franco svizzero.

Le riserve di 120 miliardi di franchi della banca centrale, costituiti nel modo sopraccitato – oltre che col retaggio dell'oro –, devono essere gestiti dalla banca centrale. E come ogni altro capitale anche questo va fatto fruttare. Ma come bisognerebbe farlo? Cinque anni fa si è deciso che bisogna farlo attraverso la finanza globalizzata.
Ci si può però chiedere se è corretto spingere la Bns ad investire parte di questa enorme cifra, che appartiene a tutti gli svizzeri, nelle ipoteche americane. Sabato scorso sulle colonne del Corriere del Ticino il giornalista Mario Tettamanti si è giustamente domandato per quale motivo queste riserve – che corrispondono grosso modo al debito pubblico della Confederazione – non sono utilizzate come fanno altri governi per investimenti strategici. Come ad esempio ha fatto Singapore con il suo "fondo sovrano" immesso nel capitale di Ubs, l'istituto bancario elvetico per eccellenza che taglierà 1'500 posti di lavoro in Svizzera proprio a causa della crisi dei "subprime".
Alla banca centrale elvetica si è chiesto di seguire la logica dell'investimento finanziario. Con prudenza, si dice. Una prudenza che ha comunque portato a 760 milioni di perdita. E una prudenza che è sempre figlia di quella logica che ha indotto una banca centrale ad investire – senza che nessuno abbia detto nulla – sul mercato ipotecario americano. Non perché i poveri d'America non meritano una casa, ma perché sulle loro spalle chi si è tirato fuori in tempo dalla bolla ha lucrato con profitto (comprese le stesse banche elvetiche che ora si leccano le ferite).
Che senso ha allora che una banca centrale, che ha come compito quella dell'emissione monetaria e della creazione di condizioni quadro economiche positive per la società, si metta a giocare d'azzardo?
Non ne ha alcuno. Se non ancora una volta l'asservimento alla logica finanziaria – quella malata dei castelli di carta – piuttosto che a quella di natura veramente economica. La Bns ha davvero bisogno di 120 miliardi di riserve? Sono davvero investiti a vantaggio della collettività?
Il risparmio macroeconomico, il capitale sano che appartiene alla società, oggi è investito secondo logiche troppo spesso speculative che arrecano danni evidenti. Stiamo partecipando, volenti o nolenti, ad un gioco sporco in cui enormi liquidità dell'Occidente, come i risparmi pensionistici e ora anche le riserve della Bns, vagano come un cerbero impazzito alla ricerca di un profitto.
Costi quel che costi.

Pubblicato

Venerdì 9 Maggio 2008

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