Negli scorsi giorni è stata presentata una pubblicazione della Fondazione Pellegrini-Canevascini, dal titolo “La Befana rossa”, in cui viene raccontato e analizzato un tratto minore della storia del movimento operaio in Ticino. Nel 13° quaderno di Storia del movimento operaio ticinese infatti si raccontano i luoghi, i modi, gli spazi simbolici del divertimento e dell’aggregazione della classe operaia in Ticino, dalla fine dell’‘800 ai giorni nostri. Nel libro, la Befana rossa diventa simbolo di questa convivialità solidale. Da un lato un simbolo molto concreto che per decenni ha rappresentato, fino alla fine degli anni ’60, un appuntamento importante e atteso per i più piccoli, dall’altro un simbolo puramente ideale a cui si affidavano i sogni e le speranze degli adulti per nuove conquiste sociali e maggiore giustizia. E la Befana rossa era una faccenda di giovani e di donne, i primi coccolati ma esclusi dalle decisioni importanti del partito, le seconde né coccolate né, tanto meno, rese partecipi di alcuna scelta politica. Al di là di questo, la Befana rossa, così come la realizzazione delle Case del Popolo o l’associazionismo del tempo libero o le manifestazioni del 1° di maggio, sono state tutte esperienze figlie di uno stesso sentimento di appartenenza, di condivisione, di vicinanza che il movimento operaio, in Ticino come altrove, ha saputo prima costruire faticosamente, poi esprimere in maniera originale e poi concretizzare su diversi fronti. Alla fine degli anni ‘60 tutto si è però spento o è cambiato in modo profondo, alle radici. Le cause sono molte. Gli autori ne hanno individuate alcune, forse non del tutto esaustive. Indipendentemente da ciò, mi sembra importante riflettere da un lato sulla nascita di queste esperienze e manifestazioni, dall’altro sui simboli e sui modi che gli sono stati propri. E le ragioni di questa attenzione sono individuabili nel fatto che oggi è sempre più evidente come i cambiamenti strutturali dell’economia, del lavoro e della società stiano o meglio abbiano già polverizzato in larga misura quei legami, quei rapporti, quei fili di solidarietà che avevano saputo esprimere e costruire, tra i lavoratori, queste particolari esperienze. Schematizzando si può dire che a partire dalla fine dell’‘800 il movimento operaio aveva saputo costruire i luoghi fisici della solidarietà (le case del popolo), i riti della solidarietà (il corteo del 1° di maggio), il piacere condiviso della solidarietà (Utoe o gli Amici della natura). Oggi abbiamo perso il significato dei luoghi fisici della solidarietà, ma anche dell’aggregazione nel mondo del lavoro, a volte anche della famiglia. Oggi non siamo più capaci di dar valore ai riti, forse perché abbiamo perso la fede, quasi certamente la speranza. Oggi, infine, non cerchiamo più l’occasione di trascorrere il tempo libero tra “compagni” (e forse perché, anche in questo caso, non abbiamo più molte speranze comuni). Sull’altro fronte però è molto evidente la necessità di proporre e costruire speranze. Di fronte alla povertà crescente, al malessere sociale diffuso, all’incertezza e alla precarizzazione imperanti, alla violenza sottile ma spesso presente o addirittura alla guerra, c’è un grande bisogno di speranze e di fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità propositive. Troviamo il coraggio di credere ancora che è possibile migliorare il mondo!

Pubblicato il 

09.12.05

Edizione cartacea

 
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