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L'uso politico della volgarità

di

Giuseppe Dunghi
A Nuova Delhi, la capitale dell'India, esistono 44 mila negozi abusivi. La Corte suprema indiana ne ha disposto la chiusura, e i due partiti principali (Congresso e Janata) concordano con la decisione della Corte. Ma i commercianti non ne vogliono sapere, si ribellano. La gente solidarizza con i commercianti perché teme che la scomparsa dei piccoli negozi favorisca i proprietari delle grandi aree di vendita situate alla periferia della città, i quali si sono già accaparrati i terreni circostanti facendo salire vertiginosamente il prezzo degli affitti. Tutto questo – commenta l'autrice del reportage andato in onda il 20 novembre scorso dopo il notiziario Rsi delle ore 8 – «potrebbe scoraggiare gli investitori esteri in India».
La frase tra virgolette è volgare. Vediamo perché. Che cos'è la volgarità? È qualcosa che sta a metà strada tra il popolare e il triviale. Il popolare, tutti lo sanno, è l'allegra trasgressione dei canoni fissati dall'accademia, è il linguaggio con cui il popolo si esprime fuori dalle chiese, dagli uffici, dalla scuola: «Quelli che moiono, bisogna pregare Iddio per loro», Plauto, Rabelais, Carlo Porta, I Malavoglia. Anche se talvolta può disturbare orecchi sensibili, è diretto, sincero, agile.
Il triviale è l'opposto. L'espressione triviale è contorta, contiene doppi sensi, strizza l'occhio all'interlocutore, cerca di coinvolgerlo o di comprometterlo: per esempio le barzellette sugli ebrei, oppure quel racconto dei fratelli Grimm intitolato "L'ebreo nel roveto" analizzato magistralmente nella pagina di cultura sulla RegioneTicino del 2 dicembre. Non è un caso che dopo la seconda guerra mondiale il racconto in questione sia stato espunto dalle edizioni delle fiabe dei fratelli Grimm destinate alle scuole. Dal triviale bisogna fuggire.
Il volgare invece non è pericoloso per l'ascoltatore o lo spettatore. Basta saperlo riconoscere: il linguaggio volgare è quello che rivela ristrettezza mentale, bassezza d'animo, meschinità. Pensare che l'applicazione della legge in India ostacoli gli investimenti in quel paese equivale a sostenere che l'attività economica non possa svilupparsi se non violando la legge.
Come candidamente ha dichiarato tale Alfonso Gulin di Pregnana Milanese, pensionato e inscatolatore artigiano di funghi, alla manifestazione di sabato scorso a Roma: «Alle volte un po' di evasione fiscale può servire all'economia perché rimette in circolo soldi, guardi io parlo dal lato pratico perché la morale sono bravi tutti a farla». Il popolo di Berlusconi. Le leggi ostacolerebbero dunque lo sviluppo economico, sarebbero degli "inghippi".
Forse, come accade spesso nella storia delle parole, il termine "inghippo" riferito alle leggi e alle regole passerà dal campo del volgare al campo del popolare, a causa del continuo uso che ne vien fatto nel Dipartimento delle finanze e dell'economia del Canton Ticino. Così diventerà "popolare", tra l'altro, lavorare senza regole, senza contratto, senza diritti. Sarà "popolare" essere precari.

Pubblicato

Venerdì 8 Dicembre 2006

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