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L’umiliazione del lavoro

Dopo lo sblocco dei licenziamenti, in Italia fioccano le chiusure “inaspettate” ordinate dai fondi esteri proprietari di fabbriche in salute

di

Federico Franchini

La lettura della stampa italiana è un bollettino quotidiano di licenziamenti. O di “esuberi”, come si legge su alcune testate. Oltre ai trionfi della nazionale di Mancini, sotto l’ombrellone ci fa boccheggiare l’umiliazione del lavoro. A Campi Bisenzio, periferia di Firenze, i 422 operai della Gkn sono stati licenziati via mail. Il mittente, il fondo britannico Melrose che controlla questo stabilimento di componenti per automobili. Al tavolo di crisi aperto dal Governo, il management nemmeno si presenta: ci manda un avvocato e saluti a tutti. Alessandra Todde, viceministra dello Sviluppo Economico parla di “una gravissima mancanza di rispetto”. Una presa in giro, insomma. Come quella che a Ceriani Laghetto, in Brianza, dove i 152 lavoratori della Gianetti Ruote sono da poco stati licenziati. Anche qui per via telematica: “Con la presente si informano tutti i dipendenti addetti allo stabilimento di Ceriano Laghetto che con effetto dalla data odierna lo stabilimento rimarrà chiuso. Con lettera di pari data della presente è stato dato avvio alla procedura di licenziamento collettivo”. Punto. Anche in questo caso la fabbrica - che produceva cerchioni per moto e camion - è di proprietà di un fondo estero, il tedesco Quantum Capital Partners. E sempre estere sono le multinazionali Abb (svizzera) e Whirpool che in questi primi giorni di luglio hanno annunciato chiusure e “esuberi”. Mentre scriviamo, ecco la notizia di un altro stop improvviso: a Brescia la multinazionale statunitense Timken ha annunciato la chiusura immediata dello stabilimento: 106 licenziati.

 

Questi numeri - che in realtà sono persone - sono lì a testimoniare la mattanza in corso da quando, ad inizio luglio, è entrato in vigore lo sblocco dei licenziamenti. Un segnale che non lascia presagire nulla di buono sul futuro dell’impiego in Italia. Di quanto sta succedendo ne abbiamo parlato con il giornalista Angelo Mastrandrea, apprezzato collaboratore di area e che da tempo sta seguendo i vari fronti di crisi e le risposte dei lavoratori.

 

Angelo Mastrandra, facciamo un passo indietro. Come valuta il blocco dei licenziamenti varato dal Governo Conte e poi esteso fino a luglio da Mario Draghi?


In Europa solo Grecia e Spagna (il Lussemburgo da aprile a giugno del 2020) hanno stabilito un divieto simile a quello italiano, anche se meno esteso. La misura non ha bloccato tutti i licenziamenti perché il blocco riguardava solo quelli di natura economica e non quelli per cessazione delle attività, come è stato il caso ad esempio per l’azienda Yokohama in Abbruzzo o per la Hankel e la Teva in Lombarida. È indubbio, però, che la misura ha consentito di mantenere dei posti di lavoro. Secondo l’Inps, il provvedimento ha permesso di salvare circa 300.000 impieghi in un contesto in cui a causa della crisi pandemica si stima siano stati persi circa 1 milione di posti.

 

Dal primo luglio il blocco è però stato interrotto…


Sì. Era chiaro a tutti che non poteva trattarsi di una misura perenne. Il 29 giugno le parti sociali (sindacati e Confindustria) hanno firmato un patto che ha consentito al Governo di varare lo sblocco dei licenziamenti. Dal primo luglio, dopo 493 giorni di blocco, è consentito per qualsiasi azienda licenziare anche per ragioni economiche. È fatta eccezione per le aziende del settore moda e delle calzature, considerati particolarmente toccati dalla pandemia e che si è voluto ancora proteggere. Per le altre aziende, il Governo ha proposto 13 settimane aggiuntive di cassa integrazione pagata dallo Stato in caso di non licenziamento.

 

Ecco subito una vera e propria ondata di licenziamenti con un bollettino che andrebbe aggiornato di giorno in giorno. Ce lo si doveva aspettare?


Sembra quasi che molte aziende avevano già pronta la lettera. O la mail, dato che ormai si viene licenziati semplicemente tramite posta elettronica certificata. Ci si poteva aspettare un’ondata di tagli, ma molti di quelli annunciati sono stati improvvisi e imprevisti.

 

Come spiegarli?


Da una parte si può spiegare con la crisi del mercato dell’automobile a cui fanno capo molte delle aziende che hanno licenziato. Si paga il calo delle vendite e sconta gli errori della ex Fiat che non ha puntato sulle nuove tecnologie e ora si trova in ritardo. Questo mette in luce le criticità del settore in Italia. In Molise lo stabilimento di Termoli verrà riconvertito in una factory di batterie, ma il ritardo accumulato in generale sarà difficile da colmare. Detto ciò va sottolineato che le aziende che hanno licenziato non sono in perdita, ma hanno semplicemente ridotto i margini. Inoltre vi è un altro grosso problema.

 

Quale?


Il fatto che queste aziende e, in generale, i marchi storici italiani sono state acquisiti negli ultimi anni da fondi d’investimento esteri. Questi capitali stranieri non hanno interesse nella produzione: vogliono semplicemente far fruttare l’investimento. Fin che possono hanno guadagnato e poi quando l’affare non rende più se ne vanno, senza investire sulla qualità del prodotto. È questo il vero disastro. Non stiamo parlando di fallimenti, ma di trasferimenti. Il fondo Merlose chiude a Firenze e vuole smontare i macchinari e portarseli via (operai permettendo) da un'altra parte. Di norma vanno nei paesi di est Europa dove ci sono incentivi di stato e dove il costo del lavoro è inferiore e il margine di guadagno è maggiore.

 

Di fronte a questo modo di fare, e anche a questa arroganza di questo capitalismo finanziario, cosa si può fare?


Si potrebbe imporre delle sanzioni oppure fare come in Francia dove è stata varata una legge sulle delocalizzazioni che impedisce a determinate aziende che chiudono di trasferire i beni materiali che rimangono di proprietà dello Stato. Fatto è che il Governo italiano è in difficoltà, anche perché senza un intervento a livello europeo è difficile frenare la concorrenza al ribasso data da diversi paesi dell’est membri dell’Unione europea. Gli squilibri sono troppo forti e rischiano di fomentare una guerra tra poveri e ridurre i diritti in Paesi come l’Italia. Va sottolineato però come proprio in Italia i licenziamenti abbiano generato una buona risposta sindacale, con dei movimenti di solidarietà trasversale tra le imprese e, soprattutto alla Gkn di Firenze ad importanti proteste.

 

Il Governo come sta reagendo?


Mi sembra che il Governo stia cambiando approccio. Inizialmente si è pensato ad un intervento statale nelle aziende in crisi. Tramite un apposito fondo (non molto cospicuo a dire il vero) lo Stato è entrato nel capitale di alcune ditte come la storica azienda dell’abbigliamento mantovana Corneliani. Ora, però, sembra che ci sia una minore volontà interventista in questo senso e si tende a lasciare fare il mercato. La speranza è che i licenziamenti siano comunque inferiori alle attese e che la ripresa economica possa perlomeno in parte assorbire gli impieghi andati persi. Ma attenzione: solo nel settore dei trasporti (vedi ristrutturazione Alitalia) i licenziamenti dei prossimi mesi potrebbero raggiungere livelli drammatici.

 

 

 

 

 

Pubblicato

Martedì 20 Luglio 2021

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